I liberisti dell’ultima ora

Non ci siamo mai sopportati, Maurizio ed io. Fin dai tempi delle superiori. Mai stato stupido, il ragazzo; ma stronzo sì. Era uno di quei fanciulli bellocci, dalla parlantina suadente e l’occhio ceruleo, capace a discettare su qualsiasi cosa senza saperne nulla. Già allora si interessava di politica: si interessava, perché farla era un po’ troppo. Difatti lasciava l’incombenza ai suoi accoliti: lui, al massimo, raccoglieva gli allori. La famiglia era centralmente democristiana, ma lui, lui era di Sinistra, Maurizio, ecchediamine. Estrema, ça va sans dire: tutto un gran cianciare di Marx e di masse sfruttate, e di future, ed ineluttabili, rivoluzioni; che avrebbe aspettato a piè fermo, seduto, immagino, al tavolino di un bar. Lui frequentava i centri sociali, lui leggeva Il Manifesto, lui presenziava alle manifestazioni, ai cortei, e sfoderava il megafono ad ogni sciopero. Io no. Ero di sinistra, ma moderata; anche oggi le rivoluzioni mi inquietano; gli stati etici, anche se favorevoli alle masse, mi fanno venire gli incubi, e la violenza, persino quella verbale, mi angoscia sempre, perché, di mio, ho sempre pensato che le parole possono essere pietre, e molto spesso precederle, le pietre: in testa.

Non ci prendevamo, insomma: e difatti lui non perdeva occasione per dirmi che ero in realtà una schifosissima piccolo-borghese. Ero timida e ben educata: siccome non rispondevo, lo prendeva per un silenzio assenso.

Ci siamo persi di vista negli anni, Maurizio ed io: da voci di corridoio sapevo che vagamente studiava qualche cosa, non di preciso identificata. L’ultima volta c’eravamo incrociati all’università: lui occupava il cortile di Ca’ Foscari per non ricordo quale protesta: sit in con tanto di chitarre, un intrico di gambe bloccava il passaggio alla segreteria studenti, mentre le mani strimpellavano canzoni di Guccini. Dovevo portare un modulo urgente per la tesi – rischiavo di perdere la sessione di laurea, altrimenti: avrebbe voluto dire un fracco di soldi di tasse extra da pagare – e mi infuriai:

«Così gli unici a cui rompete le palle sono gli studenti, proletari davvero, magari, che devono perdere un altro giorno per fare la coda. Ma andate a studiare, va’!»

«Puttana fascista!»

«Quella era tua nonna, informati.» ho replicato gelida, e me ne sono andata.

Poi, una sera dello scorso mese, mi contattano per uno dei tanti incontri del Partito Democratico. Lo scenario è un ristorante chic, perso nel contado ma molto alla moda: l’invito, per dire, sembra quello per una degustazione. Vado, più che altro per accompagnare un’amica. E lì, appena entrata, lo vedo al tavolo degli anfitrioni, il caro Maurizio. È fra gli organizzatori della serata.

«Lo conosci?» mi fa Giulia, l’amica, che ha sempre apprezzato gli occhiocerulei, meglio se stronzi.

«Sì. – bofonchio – Ma non ti conviene farti presentare da me: non siamo mai andati d’accordo.»

Invece è lui a venirmi incontro, tirato a lucido come l’argenteria del salotto buono: giacca, cravatta, sorriso ammaliante, sguardo seduttivo.

«Vedi? Alla fine ci si ritrova…» dice con fare ammiccante, e non capisco se si riferisce agli incontri fra vecchi compagni di scuola, alla politica, o, più probabilmente, a nulla.

Ma la presentazione inizia, e lui è l’animatore della serata. Prende il microfono e comincia la sua tirata: il nuovo partito, e bla bla bla, il nuovo concetto di “sinistra”, e bla bla bla, e poi il liberismo, e la meritocrazia, e la necessità delle privatizzazioni… Giulia è persa nel blu dei suoi occhi, io trattengo a stento uno sbadiglio, ma è comprensibile, leggo tutti i giorni gli editoriali del Corrierone, quindi per me è un ripasso.

Finito il pistolotto, Maurizio svicola verso di noi.

«Allora – mi fa, con un tono fastidiosamente complice, mentre mi mette una mano sulla spalla – che ne pensi? Sarai anche tu, con noi, nel PD?»

Sento un vaffanculo che si arrampica dalla bocca dello stomaco, ma, purtroppo, sono una ragazza educata.

«Può darsi – dico quindi – anche se una cosa non capisco bene.»

«Cosa?» chiede lui, premurosissimo.

«Il liberismo, la concorrenza, la meritocrazia…sai, se volevo iscrivermi ai Liberali, andavo direttamente da loro.»

La mano si ritrae dalla spalla a scatto, manco gliela avessero mozzicata. L’occhio ceruleo diventa grigio di collera fredda.

«Sei sempre la solita. Adesso che sei, della sinistra radicale?»

E ci mette una tale dose di disgusto, dentro a quel “sinistra radicale” che sembra stia parlando di un ascesso di bile.

No, Maurizio, mi verrebbe da chiarire, se pensassi servisse a qualche cosa. Non sono della “sinistra radicale”. Non sono nulla, tranne la solita, banale moderata di un tempo, che tu consideravi pavida e fascista. Piccolo borghese, democratica e aliena da colpi di testa. E, come allora, liberista, anche, ma con pacatezza. Perché fossi una liberista di quelle convinte, credimi, quelli come te li prenderei a calci in culo.

2 pensieri su “I liberisti dell’ultima ora

  1. Complimenti Galatea!

    Questo post e’ veramente bello. L’ho messo tra i preferiti. Magari un giorno ti raccontero’ perche’ mi piace cosi’ tanto.

    Mi sono permesso, da saccente, di salvarlo con un titolo alternativo: “Liberisti arrivisti”.

    Un saluto.

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  2. Dati alla mano, le stronzate liberiste servono solo a demolire centinaia di anni di conquiste sociali; la meritocrazia è solo un’ipocrita modo di mascherare la competizione forsennata del cane mangia cane; nel sistema liberista va bene che muoiano vecchi, semplici, pezzenti (detto con accento strafottente meneghino) disabili e negher.
    Il piddino di adesso non è moderato, è solo un fascista col vestitino rosso e il messale. La rovina economica imposta dal sistema americano liberista del capitalismo incontrollato e selvaggio, che tanto piace ai piddini, ci sta (già) portando alla rovina. Maurizio sta sul culo pure a me.

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Patti chiari, amicizia lunga: voi potete scrivere quello che volete, io posso bloccare chi mi pare

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