E l’infame sorrise

A Ivo Silvestro, che, ragionando sul ridere, fa pensare

Il libro Cuore è una cosa che ha tormentato intere generazioni. Oggi è sparito dai programmi: io devo far parte dell’ultima che se lo è sorbito alle elementari come lettura obbligatoria. Ricordo la mia maestra beghina di terza, che declamava con tono piangente la storia di Enrico: sospirava, la befanaccia, di commozione, e io, immusonita e zitta, mi chiedevo quando sarebbe finito quell’orribile strazio, perché a me l’Enrico dava sui nervi: lo avrei preso a smataploni, quel piccolo borghese perbenista e proto fascista, che avrebbe le caratteristiche del potenziale serial killer, se non fosse troppo scemo per diventare pure quello. Va da sé che tifavo per Franti: quando me lo ha fatto sparire mi sono rifiutata di andare oltre. Perché, fra tutti quei piccoli sepolcretti imbiancati, Franti almeno era un po’ vivo: tirava i calamai, pestava, e soprattutto rideva. Anzi, per essere precisi sghignazzava senza remore: davanti ai soldati in parata, davanti alle madri che si umiliavano in faccia al Direttore in virtù della sua D maiuscola. Sospetto che a mezza bocca ci aggiungesse pure un vaffanculo, al ghigno, ed Enrico l’avesse anche sentito; ma, tornato a casa e chiestone spiegazioni al padre, l’ha censurato immantinente: perché Enrico è ipocrita, così compiutamente e piccinamente ipocrita che nemmeno quando uno gli sta sulle balle – e Franti gli sta sulle balle come nessuno mai – ha il coraggio di essere davvero carogna.

Diventata più grandicella, ho letto con piacere l’Elogio di Franti di Umberto Eco, condividendone ogni riga. Franti come il Malvagio che denuncia l’ipocrisia dell’ordine costituito, il plumbeo buonismo di quell’Italia umbertina, velleitariamente socialista, che già nutre e prepara Mussolini. C’è tutta l’Italia a venire, in Cuore, e, se qualcuno si fosse premurato di leggerlo con un po’ di cervello, avrebbe capito che quel libro preannunciava tempi tristi. Anzi, forse l’evoluzione d’Italia può essere addirittura seguita attraverso le citazioni di e dal libro stesso. È un gioco che ho tentato di fare una volta, partendo proprio da quell’ e l’infame sorrise che uso a mo’ titolo. Da dove viene? Via, è chiaro. E l’infame sorrise è un calco di e la sventurata rispose, epigrafe con cui Manzoni sigilla e chiude ogni speranza di riscatto alla Monaca di Monza. E c’è una bella linea di continuità, in effetti, fra il Manzoni della Monaca e il De Amicis di Franti. Franti e Gertrude svolgono, in fondo, lo stesso ruolo nei due romanzi, ruolo che peraltro, sospetto, si sono ritrovati a fare forse persino contro il piano dei due autori: sono l’ingranaggio che non funziona, anzi, la sabbiolina che fra una rotella e l’altra blocca il meccanismo, o almeno lo fa stridere di brutto. Sono due “cattivi” senza redenzione in universi in cui la Provvidenza e la Bontà dovrebbero vincere sempre. Sono due che non si adattano: Gertrude non si rassegna al convento e alla religione cattolica, Franti al mondo ed alla società. Il buon Manzoni la tratteggia con simpatia, la sua monaca, persino, ma quando si viene al dunque e lei è fatta suora contro voglia, non riesce a trovare un briciolo di pietà dentro se stesso per capire l’inquietudine che permane in questa donna. La religione cattolica, dice lui, è tale che anche chi ci si trova invischiato a forza ne può provare conforto, e Gertrude avrebbe potuto essere buona monaca, seppure senza vocazione. Non riesce ad comprendere, il Manzoni, che la violenza possa non essere accettata, che non si possa decidere a mente fredda di rassegnarsi a ciò che non ci piace, e che uno resti infelice perché non può essere felice quando gli è stato fatto un insanabile torto, e la sua vita è distrutta. Gertrude, per Manzoni, diventa compiutamente cattiva non perché compie il male, ma perché non si rassegna ad esso: reagisce. Così come reagisce Franti nel mondo di Cuore. Franti mena. Franti ghigna. Franti va contro le convenzioni sociali. Potrebbe trovare un modo costruttivo di agire, magari, e adeguarsi ai criteri che la gente come Enrico – la gente come Manzoni – è pronta ad accettare, ma non lo fa. Finisce all’ergastolo, ci dicono, come la Monaca finirà murata viva. Una frase dunque, una citazione, unisce due personaggi che in qualche modo sono inaccettabili per l’Italia di metà/fine Ottocento, la cui morale è, da sempre, abbassati canna che passa la piena; e la canna, nel farlo, deve pure sorridere.

Un’altra frase certifica invece il rapporto che gli Italiani da sempre hanno con il Potere. È la famosa carezza del Re che Coretti porge al figlio per interposta persona. Una carezza, che è il gesto bonario del padrone al servo: è carità, e, per giunta, è carità pelosa. La carezza che passa dal Re al Padre, dall’Autorità grande a quella piccina, come il sigillo che dal Principe passa al vassallo, al valvassino e al valvassore, ed arriva poi all’ultimo famiglio. La carezza è ciò che si da ai bambini ad agli schiavi, a chi insomma non è soggetto di diritto, ma solo oggetto passivo di esso; perché persino ai servi, fra i Romani, nel momento in cui vengono liberati e diventano compiutamente cives ,non si dà più la carezza, ma il ceffone che sancisce l’affrancatura: solo fra pari ci si mena.

Carezza, folla in tripudio, bambini a cui portarla…ricorda niente? Ma sì, dai, è Giovanni XXIII al balcone, che si affaccia: «Date una carezza ai vostri bambini, e dite loro che è la carezza del Papa..»; e la gente, il popol tutto, persino quello catodico e dunque più allargato, sotto, ad andare in visibilio per il Papa non più Re, ma Buono.

Sì, è vero, c’è proprio l’Italia, tutta, in Manzoni e De Amicis: le loro citazioni restano come un leitmotiv che spiega il nostro carattere nazionale. Andrebbero rimessi nei programmi scolastici, e spiegati e fatti conoscere ai ragazzi di nuovo. Ma non come modelli paradigmatici. Come tentativi di vaccinazione.

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7 pensieri su “E l’infame sorrise

  1. Finalmente altre persone anti-deamicisiane….e un po’ antimanzoniane…
    Perfettamente d’accordo su tutto… Da qualche parte ho letto anche che questo autore del buonismo antelitteram…l’Edmondo… quando tornava a casa picchiava di santa ragione la moglie…rea forse di non essere ubriaca come lui.
    Ma questo la storia ufficiale non lo dice….
    La storia, quella dei “vincitori” ha nascosto le foibe, prima ancora ha inventato la spedizione dei Mille a giustificare una illegittima invasione a uno stato sovrano…con Cesare Abba a raccontare storielle edificanti sul biondo eroe dei due mondi…Dimenticando Bronte.

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  2. Condivido il tuo pensiero,anche se solo in parte: il libro è sicuramente colmo di momenti patetici,specialmente quando si parla di patriottismo e di valor civile,ma molti insegnamenti sono significativi e sinceramente commoventi (il piccolo scrivano fiorentino è un magnifico esempio di amore e riconoscenza di un figlio nei confronti di chi,oltre ad avergli donato la vita,instancabilmente lavora per la famiglia).E’ raro trovare,nei bambini di oggi e ancor più negli adulti,sentimenti così forti e atteggiamenti protettivi nei confronti dei propri genitori;ecco perchè,a mio avviso,alcuni racconti del libro sono degni di lode.Quanto alla figura di Franti,io non la interpreterei come il simbolo della ribellione.Credo che non ci sia un significato recondito dietro la riprovevole descrizione del personaggio:unico scopo dell’autore è quello di sottolineare la sua malvagità gratuita,e malvagità non è sinonimo di ribellione.Franti non è un ribelle,un rivoluzionario.Franti si oppone al sistema,ma per puro divertimento,non in nome di un’ideologia.Un ribelle è forte,coraggioso,cerca di persuadere anche gli altri,istigandoli a reagire ad una realtà dominata da servilismo,obbedienza ed ipocrisia,qual è quella descritta da De Amicis.Pertanto,se non simpatizzo per il comportamento perbenista e falso dei personaggi del libro, nemmeno posso schierarmi dalla parte di un essere abietto come Franti.Il bambino dimostra solo di essere un vile perchè,come Enrico stesso sottolinea,tortura i più deboli,ma “trema” davanti a Garrone,e un ribelle è pronto ad affrontare tutti.Da vero ribelle avrebbe dovuto ridere solo davanti al RE,non deridere gli zoppi.Il ribelle e il bullo,anzi,nel caso di Franti,il “cattivo per eccellenza”,sono due concetti molto diversi e non è difficile rendersi conto che i due atteggiamenti (quello di Franti contrapposto a quello passivo e moralista di tutti gli altri bambini)non sono altro che i due eccessi.Disprezzo il perbenismo,ma ancora di più la cattiveria gratuita.

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  3. Da epitome del ritardo, quale sono, mi azzardo a commentare a distanza di oltre un anno dall’ultimo post.
    Condivido il pensiero di Clara nel definire Franti un bullo… sono stata per anni vittima di bullismo (anche se alla fine mi sono ribellata io ed energicamente) ed il personaggio di cui si parla ne è esempio lampante.
    Ribelle sì, anche, ma per i motivi sbagliati.
    Franti gode nel ribellarsi “per il ribellarsi” e non per rifiuto di un ordine costituito visto come pervasivo, bigotto, perbenista: egli non si cura di come sia e cosa sia tale ordine, ne percepisce soltanto la fastidiosa presenza quando esso lo ostacola nelle sue bastardate e non ha, nel suo essere bastardo, alcuna motivazione se non il gusto di umiliare per sentirsi superiore e più forte.
    Il fatto che tale rivolta vada a colpire l’ordine costituito e lo metta alla berlina è solo una conseguenza, come dire che tale ordine è una delle sue vittime ma non è la prescelta… e non potrebbe esserlo: un bullo solitamente sceglie la vittima tra i deboli e per definizione l’ordine costituito è l’opposto del debole, si potrebbe quasi dire che esso è bullo in rapporto al popolo esattamente come Franti lo è verso i compagni.
    Tant’è che finisce all’ergastolo e la cosa non dovrebbe meravigliarci: essendo giocoforza l’elemento debole nella competizione tra lui e il suddetto ordine non avrebbe potuto evitarlo in alcun modo… con giusta soddisfazione delle sue vittime.
    Ed anche mia, se permettete.
    Mirella

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  4. Intelligente analisi come al solito. Però dissento dall’interpretazione della frase manzoniana. A me sembra che ne “la sventurata” Manzoni inserisca tutta la sua pietà verso la monaca e la sua triste storia di violenza subita, mentre nel “rispose” sottolinei la responsabilità del singolo che è comunque padrone della sua vita e responsabile delle sue scelte, indipendentemente dalla storia triste che porta alle/ sulle spalle.

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  5. Più leggo i commenti di chi l’ha letto, più mi considero fortunata a non aver mai letto ”Cuore” ma ad aver visto solo l’adattamento televisivo con Johnny Dorelli. L’hai visto? Che ne pensi? L’ho trovato credibile, soprattutto grazie alla retrospettiva finale, quando Enrico, adulto e soldato al fronte, torna a casa e sfoglia il diario, rileggendo con nervosismo alcuni passaggi, saltando a piè pari con irritazione le prediche del padre, rimanendo pensoso al racconto di uno spettacolo teatrale in cui si magnificavano le sorti progressive di un’Europa in armonia. E soprattutto quando litiga con suo padre che dimostra di non aver capito niente di quanto stava succedendo in Italia in quel momento, ma grazie a sua sorella si rassegna ad avere un padre che, almeno di alcuni argomenti, non capisce niente.
    Riguardo a Manzoni sono d’accordo con chi ha scritto sopra che ”sventurata” riassume in una parola sola la condanna ma anche la pietà. La mia parte adolescente si identificherà sempre con la monaca di Monza, ma devo dire che se c’è un personaggio per cui Manzoni non mi ha fatto venire il nervoso, è proprio lei. D’altronde pure Manzoni aveva i suoi lati parecchio oscuri.
    Off-topic o forse no: ho avuto un soprassalto quando hai descritto lo schiaffo dato ai liberti. So che in alcune culture la madre deve dare uno schiaffo alla figlia quando ha la prima mestruazione, e se chiedi loro perché, non sanno rispondere – ma è stato fatto per generazioni. Immagino che si tratti di una forma di rito di iniziazione, che per sua natura deve essere doloroso e umiliante. Ora ho qualche arabesco in testa su questo argomento, magari ripasso quando mi sarò chiarita un po’ le idee.
    Grazie dei bellissimi spunti 🙂

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  6. Con le dovute differenziazioni e pur essendo io una bambina rispettosa e tranquilla, il buonismo in Cuore ha sempre disturbato e dato fastidio parecchio anche a me. E oltre anche a un po’ di nervoso, alcune storie mi annoiavano pure.
    Buona settimana, con un sorriso
    ciao
    Ondina 🙂

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Patti chiari, amicizia lunga: voi potete scrivere quello che volete, io posso bloccare chi mi pare

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