Cavarzere o il fascino dei posti sperduti accanto a casa.

A volte penso che l’Italia non sia un luogo, ma una macchina del tempo.

Tu vivi in un’epoca, e in un giorno preciso, immerso nella tua contemporaneità. Ma basta svoltare un angolo, girare un cantone, salire su un autobus o su un treno regionale scassato, e il tempo salta, fa una giravolta, schizza in avanti o all’indietro, di anni, di secoli, persino di millenni.

Ieri per la presentazione di un libro ho preso un trenino, nemmeno di Trenitalia, delle ferrovie regionali. Di quelli che già per capire dove comprare il biglietto, signori miei, ti devi impegnare, perché lo vendono solo al deposito bagagli della stazione, e per saperlo devi affidarti ad un giro di gossip più che alle informazioni mainstream.

Preso il trenino, per qualche chilometro non succede nulla. I vagoni caracollano sulle rotaie che sono quelle degli altri treni, attraverso una periferia post industriale anonima ma conosciuta. È solo quando c’è lo scartamento del binario, e le rotaie curvano, che il mondo cambia, si apre una dimensione diversa e parallela. Non è il binario 9 e 3/4 per Hogwarts, ma qualcosa di simile, anche se meno hollywoodianamente laccato.

Le stazioni. Bisogna vederle quelle stazioncine, che sono casette dell’Ottocento sbeccate dal tempo, ma ancora decorate di vezzosi ornamenti liberty, i mattoncini rossi che contornano le finestrelle, le lettere arzigogolate. Sono così piccole che quando arrivi a Piove di Sacco pare di essere giunti a New York.

Fra l’una e l’altra distese di campi, canali e canaletti, ville viste in lontananza dove il rudere si affianca al finto ranch, la villetta a schiera alla casa cadente con accumulati alla rinfusa davanti e dietro giochi per nipotini ormai cresciuti, amache sfatte, macchine agricole di incerte funzioni, copertoni d’auto abbandonati. Un reticolo di acqua, di terra e di nulla, non particolarmente bello, neanche particolarmente brutto, spesso solo anonimo.

Hanno nomi potenti, antichi, però, quei posti: casello 11, Mira Porte, Cona, Campagnalupia. Dietro, da qualche parte poco distante, c’è anche Lova. Raccontano, quei nomi, di secoli lontani in cui la campagna non era un posto amichevole, non era nemmeno campagna, ma bosco, rovi, intrico di sentieri, selva oscura piena di lupi e pericoli.

Passi argini e canali eretti nel tempo per addomesticare il territorio, e superi gli antichi fiumi che furono le prime vie per entrarci. Vedi castelli di cui non sono rimasti ormai che fondamenta distrutte, nel centro della piazza di Cavarzere, esposte, come le ossa di un dinosauro.

Nella tua testa gli ordini secchi dei nocchieri micenei si fondono con le parole del locale abitante che alla sera, prendendo l’aperitivo, ti spiega che il Po a pochi chilometri ha già invaso tutte le golene e l’acqua incombe.

Non è un viaggio, è un continuo ping pong fra passato, presente e un tempo sospeso, indefinito come quello delle leggende e del mito.

È un luogo, al contrario dei tanti non luoghi in cui viviamo noi nella nostra contemporaneità. Non brutto, non bello, ma pieno di storia, di suggestione. Ti lascia dentro qualcosa che non è felicità, non è malinconia, e non è nemmeno angoscia.

Forse è, semplicemente, il gusto strano della vita.

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