Ansia lagunare, ovvero Venezia che sparisce nell’acqua

C’è qualcosa di ancestrale e terribile nell’acqua. Non ci pensiamo mai. Il grande terrore è di solito il fuoco, la fiamma che divora e uccide. L’acqua è la vita, il blu che distende ed abbraccia, la madre che disseta.

E invece l’acqua, come una matrigna crudele, è colei che ti avvinghia e ti toglie per sempre il respiro, l’onda che ti travolge e ti annega, ti abbraccia e ti trascina a fondo, la morte silenziosa e spietata.

Solo un veneziano capisce a fondo la paura dell’acqua. Per i turisti è uno spettacolo la marea che sale, per i pendolari una scocciatura. Ma per il veneziano è qualcosa di assieme familiare e inquietante, un’ansia che si cerca di nascondere o di anestetizzare con lo sguardo smagato e sornione di chi è nato in questa città.

Venezia non è una città di mare. Le città di mare hanno confini precisi fra la terra e l’acqua. Ci vivono accanto, sono simbiotici con il mare, ma lui è lì e loro sono altro. Anche nel momento peggiore della burrasca, il mare entra in loro, con violenza, con arroganza, ma come si entra in una cosa non tua. È uno scoppio d’ira, poi finisce.

Venezia no. Venezia non è sull’acqua. Venezia è acqua. Non c’è differenza, non c’è distanza. Ci è immersa dentro, sempre, come un’alga, come una medusa. Venezia non ha terra, il suo spazio è la laguna, le sue case sono pontili fissati su pali. Laddove altri hanno fondamenta di edifici e roccia, lei ha sabbia e acqua, appunto. Non ha consistenza, galleggia.

È il confine che manca. L’ansia viene da lì. Dalla consapevolezza che ciò che all’acqua si è strappato con l’inganno l’acqua lo potrebbe rivolere indietro. La marea non è uno scoppio d’ira, non è uno sgarbo, è il lento insinuarsi dell’acqua in uno spazio suo. E il veneziano la guarda con il groppo alla gola con cui il debitore vede lo strozzino presentarsi alla sua porta per reclamare un debito.

E se non si ritirasse più? Se decidesse di riprendersi quello che le appartiene, la città, lo spazio, di rivolere ciò che è suo? Se volesse restare, tenersi tutto? Che le si potrebbe dire mai? Hai torto? Non puoi?

Venezia è l’unica città in cui gli abitanti sono ospiti di una padrona di casa eterna e capricciosa. Una divinità generosa, ma anche piena di bizze. Che sale sei ore, ogni giorno, e sei ore cala, con il suo ritmo infinito. Ma è pur sempre una divinità, e come tutti gli dei è altera ed imperscrutabile.

E allora, quando sale la marea e la dea si manifesta e riprende possesso della sua città, gli abitanti per un attimo trattengono il respiro, pregando che non sia l’ultima volta. Pregando che lei magnanima alla fine restituisca loro le case, i campielli, le calli, che sono roba sua e non loro. Che si ritiri, restituendo loro Venezia e doni a tutti il privilegio di viverci un giorno in più.

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