L’unicorno rosa. Ovvero come voler essere ricordati dai nipoti

Quando ero piccola ogni tanto incontravo la nonna di una mia cugina. Non capitava spesso perché si trattava di una cugina abbastanza lontana, e quindi le occasioni di incontrare lei erano già poche, figuriamoci sua nonna. Della nonna non sapevo granché. La chiamavano “la Baronessa” perché era una baronessa austriaca che s’era sposata con un medico sloveno, prima della guerra, e poi erano arrivati in Italia, dopo il ’45, assieme agli esuli dalmati, perché credo che la famiglia di lui avesse origini italiane.

La Baronessa non era molto amata, perché tutti a mezza bocca dicevano che era rigida e dura. Del resto sempre crucca era, per quanto baronessa e austriaca, quindi un po’ più civilizzata. Lei ricambiava facendo intuire ai parenti italici tutti che non li considerava alla sua altezza. Una massa di bifolchi proletari con le pezze al sedere, insomma, del tutto indegni delle sue origini aristocratiche.

Per qualche motivo misterioso, però, io alla Baronessa piacevo. Non credo dipendesse da me. Ero troppo piccola per avere qualche merito specifico. Forse era solo perché ero triestina, e quindi mi sentiva in qualche modo più affine a lei, come se il solo nascere a Trieste mi avesse donato almeno un’aula austroungarica che mancava ai parenti del Veneto. Ogni volta che mi vedeva, era tutta una carezza e una coccola, cosa che i nipoti veri si sognavano, poveretti.

Fatto sta che un giorno (dovevo avere quattro, al massimo cinque anni) la Baronessa suonò alla porta di casa nostra, e quando aprii me la ritrovai davanti, in piedi, elegante e maestosa come era sempre, e con fra le braccia una meravigliosa bambola bionda. Non so perché fosse passata, e non mi ricordo nemmeno quanto si fermò. Ricordo solo l’emozione di quella porta che si apre e di un regalo inaspettato da parte di una signora alta, anziana, e con un turbante in testa.

Non rividi mai più la Baronessa. Mori qualche tempo dopo. I parenti continuarono a parlarne malissimo, e forse avevano anche ragione. Ma per me resterà sempre la meravigliosa signora che mi ha regalato senza alcun motivo una bellissima bambola.

Oggi ho passato il pomeriggio a coccolare la mia nipotina acquisita. Portandola a passeggio, siamo entrati in una cartoleria, dove lei ha visto un meraviglioso unicorno di peluche. È stato un attimo vedere il suo sorriso e regalarglielo. E mentre la sua mamma un po’ mi sgridava perché non la devo viziare, a me veniva da ridere pensando che forse per la piccolina un giorno io sarò la signora che le ha regalato un unicorno di peluche. E magari mi ricorderà vagamente per quello, come io mi ricordo della Baronessa.

Che è un ben modo per essere ricordate, suvvia.

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