Il treno come metafora di niente

Adoro viaggiare in treno. Persino con le ferrovie nostrane, il che dimostra sicuramente il mio attaccamento al mezzo. Il viaggio in treno è divertente persino quando è orribile, perché comunque ti permette di incrociare una serie di persone che incroci normalmente anche altrove, ma lì, nella forzata intimità del vagone, sei costretta ad osservare.

Sono partita dalla stazione avvolta dalla nuvola di discorsi di una wedding planner con fotografa al seguito. Strizzata alle otto in un vestitino improbabile e sandali aperti modello trampolo adatti al caldo africano e non all’umido freddino di una mattina del nordest, disquisiva sui preparativi per un matrimonio a Roma. La sposa è già lì che la aspetta, e ha fatto aviotrasportare nell’urbe una vagonata di parenti, alloggiati in un hotel Cinquestelle con vista Fori imperiali. Che già detta così io mi sarei messa ai suoi piedi per chiedere se mi invitava, eh. Invece la madre della sposa e la sposa medesima erano in grandi ambasce, e la wedding planner di conseguenza, perché qualcosa non andava bene o non bene come previsto. Non ho capito, ma l’impressione è che forse la sposa trovasse la vista troppo piena di ruderi, e insomma, anche i Romani i Fori potrebbero rimetterli in piedi un po’, tipo Disneyland, che poi gli ospiti vedono colonne mezze crollate e mattoni scrostati, e non si può.

Di fianco invece due manager vestiti da manager hanno i laptop aperti, e parlano fitto fitto, lodando un nuovo programma favoloso per tenere la contabilità personale (a me a occhio sembra un foglio Excel, ma chissà). Il più giovane è soddisfatto: “Ahò, io pensavo de spende un casino al mese, invece nun spendo un cazzo!”, e tutto felice si sistema sul sedile, fissando il monitor.

L’uomo seduto accanto a me invece deve essere impegnato in una faticosa ristrutturazione di casa, perché è tutto un chiamo ad artigiani per chiarire come debbano essere fatti i lavori, o rifatti, o modificati i lavori già eseguiti, in una ridda di opzioni che immagino stia restaurando per lo meno Villa Adriana, o non si spiega.

Io sono qui che scrivo, un capitolo del mio prossimo libro, o forse il mio intervento per la presentazione di oggi, o non lo so, perché in realtà sono una impicciona, e ascoltare la vita altrui è più interessante che pensare alla mia.

E non so, forse bisognerebbe trarre da tutto questo qualche metafora, ma l’unica che mi viene in mente è che a me viaggiare in treno piace. Persino in Italia, il che è tutto dire.

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3 pensieri su “Il treno come metafora di niente

  1. Anche a me piace osservare la gente, mi affascina sempre il fatto che siamo tutti così simili ed allo stesso tempo così diversi… non trovo la metafora, ma anche a me piace viaggiare in treno sebbene sia costretto a spostarmi sempre in aereo.

    Saluti.

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  2. anch’io prediligo il mezzo pubblico, mi consente di osservare le persone; il treno poi ha un fascino particolare, da sempre fa la sua bella figura in letteratura e in poesia

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