L’odore del mare (appunti su Trieste)

Non so quante volte ho cominciato questo post, ho digitato le parole, le ho cancellate e buttate via. A me che piace scrivere dei posti che visito, mi piace cogliere in un flash i loro vezzi e le loro virtù, fare con le mie parole degli schizzi. Con lei non mi riesce, non mi viene.

Eppure è il posto dove sono nata, dove ho passato la più lunga parte della mia infanzia. I primi ricordi che ho sono le sue strade, le sue piazze, i primi amici abitavano lì, i primi compagni di scuola. Il primo sole a Barcola, le prime corse girando attorno alle bitte del molo Audace, la prima folata di Bora, che mi ha lasciato addosso la paura del vento che ancora mi piglia, tutto è avvenuto lì, in quel groviglio di strade che va da Piazza Unità a via Venti Settembre.

Basta nascere in un posto per conoscerlo? No, verrebbe da dire. In fondo la nascita è un evento casuale e fortuito, a cui segue l’infanzia, quel periodo caotico e confuso in cui si capisce ancora poco e a tratti, e quel poco è sempre filtrato dalla scarsa esperienza del mondo che può avere un bambino. Io e Trieste ci siamo frequentate quando ero troppo piccola per studiarla come meritava. Ero in quel limbo in cui una città vale l’altra perché un bambino non si rende ancora conto che esiste al mondo qualcosa di diverso dal posto in cui si trova, e quindi accetta le abitudini e i paesaggi come se non ci fosse altro se non quello che vede attorno a sé. Per questo forse non so analizzarla, perché per me Trieste allora era e basta, come è l’aria che si respira e a cui non si fa caso mai. E cambiato posto, respirata altra aria, Trieste sembrava che non ci fosse stata più.

Ma qualcosa di lei dentro mi è restato. Sepolto, sotto traccia, tanto che quasi non me ne accorgo. Riemerge prepotente in me quando torno a lei, per qualche motivo. Guardo Trieste e mi vedo in uno specchio, noto somiglianze fra il suo spirito e il mio. Mi ci rivedo nell’ordine austriaco dei suoi palazzi, che sanno essere rigorosi eppure eleganti e lievi, di una Vienna Belle Époque affacciata pigramente sul mare. Ci ritrovo il mio strano modo di essere assieme severa e intransigente, netta nell’impostazione e persino a volte rigida, ma poi bonaria e persino indolente nei fatti.

Trieste ha la grazia provinciale di una signora che però conosce il mondo. Può andare ad un tè dall’imperatrice come la più aristocratica delle baronesse mitteleuropee e poi abbuffarsi per strada di cicchetti con il carrettiere. Scrivere forbite lettere in tedesco, cantare canzoni da osteria in dialetto e bestemmiare in sloveno o croato. Lodare l’efficienza asburgica, e praticare la pigrizia mediterranea. Accettare l’arte contemporanea ed amare le statue classiche e persino quelle stereotipate al limite del kitsch. Innamorarsi dei folli, dei bislacchi, degli spostati, e allo stesso tempo coccolare i travet e i contabili delle banche e delle case di navigazione, farsi affascinare dagli intellettuali più tradizionalisti e poi accogliere con entusiasmo quelli che rompono ogni regola e ogni convenzione. Considerare come suoi tutti gli esuli di ogni paese, e triestini gli ebrei, gli ortodossi, gli slavi, e poi perseguitarli e chiudersi in deliri nazionalisti e piccole beghe di frontiera. Essere italianissima eppure rimanere sempre qualcosa che Italia non è, o non fino in fondo, e comunque non del tutto.

Tutto questo è Trieste e molto altro ancora: l’essere insieme sopra e sotto, alba e tramonto, centro e periferia, Mitteleuropa e Mediterraneo, e tutto mischiato, e sempre, come un liquido che bolle in continuazione e si rimescola di continuo, ma sembra in superficie immoto, e placido e quasi svagato.

È per questo che afferrala o descriverla è impossibile, come è impossibile ridurla in parole. Le parole ti scappano, le frasi non bastano mai perché c’è sempre qualcosa che ti sfugge del suo spirito, troppo multiforme e cangiante per essere bloccato e cristallizzato su un foglio e fermato lì. Non è una immagine, è una epifania, che ti si manifesta in un attimo, all’improvviso, quasi tramortendoti. Come ieri sera, quando, camminando di fretta per tornare alla stazione, fra lo smog delle macchine di quanti ritornavano a casa per cena e i rumori della città, senza un perché, fra i severi palazzi asburgici, si è infilato l’odore del mare. Un odore selvaggio, fatto di salsedine e di bassa marea, che pareva fuori posto fra quelle architetture ordinate e le strade dritte. Un odore povero, da Adriatico cattivo che in un attimo può trasformarsi in burrasca, e che parla di miseria e di reti da pesca, di container vuoti incrostati di alghe marcite. E io l’ho respirato, e mi è venuto un groppo alla gola, perché erano anni, dai tempi della mia infanzia, che non lo sentivo così chiaro, così brutale, così perfetto. E quello era Trieste, lì, fra i palazzi ordinati, e i suv che sgasavano in coda al semaforo, e l’aria fredda che veniva giù dal Carso e gli odori del lesso e dei crauti che usciva dalle osterie: quel miscuglio, quella zaffata, quel momento.

E non c’era altro che potesse spiegarla meglio, o dire di più.

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7 pensieri su “L’odore del mare (appunti su Trieste)

  1. …perché è Trieste, il “ragazzaccio” di cui parla Saba e che tu hai saputo esprimere perfettamente. E sull’odore…capita a me ogni volta che torno al Paese. Non lo puoi spiegare, ma i ricordi dimenticati ti avvolgono e non sei più come prima.

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  2. In queste parole ritrovo davvero ogni angolo della mia città… è in questi dettagli che la sua anima si nasconde. Grazie!

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  3. Di Trieste ho ricordo sbiadito di passaggi veloci. Però le tue parole hanno reso bene l’idea dell’atmosfera che si respira lì.
    E’ vero che la città di origine si conosce peggio di tante altre città. Capita a tutti.

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