Legio prima italica, ovvero i romani sono fra noi


Camminare per Paestum nei giorni della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico fa fare strani salti nel tempo. Ieri pomeriggio, per esempio, sono finita in un accampamento legionario dell’età di Traiano. Passeggio per gli scavi e proprio accanto all’anfiteatro e mi imbatto in loro, i legionari antichi, della Legio prima italica, che stanno facendo attività di addestramento. C’è chi tira con l’arco per centrare un elmo posto a diversi piedi di distanza, chi indossa armature ed elmi, chi tiene in efficienza gli scorpio, le piccole balliste mobili che scagliavano tremendi dardi. 

È strano per chi studia da una vita l’antico trovarselo davanti improvvisamente, come se fosse scappato fuori dai libri per quella incredibile forza che l’antico ha di essere vivo. I legionari sono lì, davanti a te, precisi precisi come li hai visti tante volte nei rilievi della colonna traiana. Non sono solo le armi o le loricae che sono uguali e minuziosamente riprodotte. No, sono proprio loro, perché guardi i loro volti (la Legio Prima italica ė una associazione di Rovigo, ma ci sono soci che poi sono nati a Lecce, Firenze, e mi dicono altri che provengono e si aggiungono da Croazia e Austria) sono quelli di gente proveniente dalla antica Italia e dall’impero.

È interessantissimo sentirli raccontare le loro storie, fatte di piccoli particolari umani, come dovevano essere quelle degli antichi soldati di Roma. Il peso delle armature, l’allenamento costante, le difficoltà spicciole che comporta portasi addosso chili di armi e di maglie di ferro.

Ci sono i chiodi sotto ai calzari, utilissimi all’epoca nell’infuriare delle battaglie in campo aperto, per fare presa su terreni fangosi e scoscesi, che però massacrano i piedi nelle Marche oggi, che si svolgono sull’asfalto. E poi il brivido che racconta uno di loro quando spiega che un giorno hanno fatto una simulazione con un arciere che teneva sotto tiro una testuggine, per provare se davvero le frecce si piantavano negli scudi, e come, e quanto. 

“Eh, per carità facciamo tutto in sicurezza, ma quando sei lì, con lo scudo alzato che pure ti protegge, e vedi dalla fessura che l’arciere ti tira addosso la freccia, sai che comunque un piccolo spazio c’è e senti il colpo, eh, non è mica facile!”

Già. Non è mica facile non provare paura quando sei dietro uno scudo di legno e vedi che qualcuno dall’altra parte ti usa come bersaglio, e segui la parabola di una freccia che si alza e ricade su di te, il rinculo dello scudo colpito, il rumore di una punta di ferro che penetra e si conficca. Non è difficile immaginare la paura, la tensione di quegli antichi uomini pure allenati a combattere come disciplinati professionisti, ma pur sempre umani, chiusi dentro alla testuggine, mentre sopra di loro volavano i dardi e lo sguish sguish delle saette sibilava nel cielo. Non è facile puntare i piedi nel fango, e non muoversi, confidando nell’appoggio dei tuoi commilitoni e sul fatto che nessuno ceda al panico o allo sconforto. Per un attimo li ho visti, non solo i soldati rievocatoriche erano dinnanzi a me, ma tutti gli altri, quelle migliaia di milites romani che nel corso dei secoli hanno fatto questo: puntato i piedi, tenuto saldo lo scuso, il groppo in gola, il puzzo di sudore nervoso che aleggiava nel piccolo mondo chiuso della testuggine, mentre dall’alto arrivavano frecce e gragnole di colpi provenienti dai più disparati nemici. Li ho immaginati singultare e farsi forza, raccomandandosi ai più diversi dei o bestemmiarli. Ho sentito la loro ansia, e la bocca dello stomaco chiusa, e quel leggero intontimento che deve dare la testa ficcata in un elmo di ferro, la visiera che ripara gli occhi e le orecchie e le guance chiuse nella morsa delle paragnatidi, il gladio che pesa attaccato alla cintura, il pilum fra le mani che brucia. 

L’impero, quel meraviglioso impero che noi studiamo come se fosse stato fatto dai generali vittoriosi e dai politici, si reggeva sulle gambe di questi uomini qui, che puntavano i piedi sui campi di battaglia, e non fuggivano quando arrivavano i colpi di frecce, lance e spade. E ho capito anche perché si può oggi impegnare le domeniche e il tempo libero per rievocare questi uomini, gli antichi legionari. Perché non è il fascino dell’armatuta, o dell’esercito, o l’amore per la violenza della guerra. È l’umana simpatia per questi fratelli antichi, così coraggiosi e così impauriti, che sì hanno conquistato il mondo con brutale ed incredibile violenza ma dietro quegli scudi, dentro le corazzeerano proprio come noi: stupiti di fronte al mondo.

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