L’Italiano è bello, da domani in libreria

Insomma, dai, ci siamo, esce domani. Negli store on line e sugli scaffali delle librerie (le migliori, ma anche le peggiori, per farla breve: tutte) lo troverete lì, che vi aspetta. L’Italiano è bello, il mio nuovo libro.

La prima presentazione sarà a Bologna, venerdì 6, alla libreria Trame. Ci sono molti motivi per cui amo Bologna, ma la cosa divertente è che la amava moltissimo anche uno dei protagonisti del libro, cioè Dante. Già, perché tutti pensano sempre che Dante sia quello che ha inventato l’italiano partendo dal fiorentino, ma non è proprio vero. Lui amava invece il bolognese, perché pensava che quel volgare lì, nato in una città in cui gli eruditi e la nobiltà di toga si incrociavano con i mercanti e i nobili e dignitari imperiali fosse quella più adatta a creare una lingua per tutta la penisola. Sempre a Bologna studiò anche Petrarca, altro grande fiorentino che però Firenze in pratica non la vide mai, e invece in Emilia restò a lungo e bene. Doveva diventare avvocato secondo i piani di papà, invece diventò poeta: cambi di indirizzo e di prospettive che sono un classico, a Bologna, per gli studenti fuori sede. Altro grande fiorentino che a Firenze poi ci stette gran poco e non ne fu entusiasta era Boccaccio. Pure lui una delusione per le ambizioni paterne: il babbo lo sognava banchiere o prelato. Ma lui fu traviato dalla corte di Napoli e dalla letteratura. Per nostra fortuna, eh.

Nel libro ci sono un sacco di cose. Si parlerà di storia della lingua, dai tempi di Carlo Magno e della sua famiglia litigiosa (le mazzate fra gli eredi contribuirono parecchio alla nascita dei volgari europei), di strani affreschi nelle chiese di Roma dove allegramente si scrivono parolacce in bella vista. E poi si parla di canzoni della prima guerra mondiale e di fumetti, di metafore che partono da Omero e finiscono nelle canzoni di Edit Piaf, di film scollacciati con Edvige Fenech e di una diatriba linguistico-sociologica fra Mike Bongiorno ed Umberto Eco che alla lunga, per quanto possa sembrare incredibile, si è conclusa in favore del buon Mike.

Si parlerà di grammatica, spiegando perché il verbo essere è una capricciosa primadonna e il verbo avere un simpatico caratterista che ha fatto carriera, della lettera acca che molti hanno cercato di fare fuori ma lei resiste a dispetto di ogni attentato, muta ma tenace. Di figure retoriche usate dai pubblicitari, di futuristi che appoggiano le guerre e poi si pentono, di editori che per risparmiare carta in periodi di ristrettezze economiche tagliano lettere, di canzoni, di film, di internet, di Lol.

Si parlerà di italiano, questa lingua che nel mondo tutti amano e noi invece qualche volta amiamo poco e sappiamo male, e della sua strana, simpatica, arzigogolata storia, perché niente di quello che accade in Italia è mai semplice e quindi anche la lingua italiana è un bel caos.

E niente, spero che vi divertiate a leggerlo quando mi sono divertita a scriverlo io, e cioè molto.

Da domani in libreria, edizioni Sonzogno, Mariangela Galatea Vaglio, L’Italiano è bello.

l'Italiano è bello

L’italiano è bello

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10 pensieri su “L’Italiano è bello, da domani in libreria

  1. Allora, facciamo un po’ di chiarezza, ché tu capisci d’italiano, ma io so di Toscana e soprattutto di toscani.

    A tutti i toscani piace come parlano i bolognesi, perché fa scompisciare dal ridere, e a Bologna ci si va sempre volentieri perché l’opulenza della cucina emiliana rispetto all’austerità toscana è tutta un’altra cosa. Viverci no, un po’ perché il pane sa letteralmente di sale e molto perché è tutto stra-indigesto e il clima fa piangere.

    Dante è fiorentino, un aggettivo che in Toscana si usa con parsimonia. Io per esempio non lo sono, pur essendo nata a Firenze, perché sono sempre vissuta a Scandicci, che ora è un comune di sessantamila abitanti ma ai tempi di Dante era una collezione di paesini di campagna inframmezzata da qualche villa/cascinale di mezza collina dove i nobili fiorentini si rifugiavano per difendersi dal caldo estivo, e resto quindi una provinciale.

    Boccaccio non è fiorentino, anche se avendo passato a Firenze gli anni della scuola parla e scrive la prosa più bella della lingua italiana, che i fiorentini possono tuttora leggere con goduria e un minimo d’impegno. È di Certaldo – una mia amica era talmente abituata alla parlata del contado, che era convinta si scrivesse Celtaldo sulla base della locale pronuncia Certardo; chissà come parlava Boccaccio.

    Petrarca è ancor meno fiorentino; è aretino e/o della Val d’Arno, visto che il babbo era originario d’Incisa. Gli aretini e dintorni in genere si distinguono per la padronanza della lingua, il cervello fino e una testardaggine eccessiva persino per un toscano. Il ramo paterno e fiorentino della mia famiglia considerava i mezzadri valdarnesi di quello materno come una masnada di beceri testoni.

    PS Il tuo libro lo leggerò fra un mese quando, spero, avrò rispettato una scadenza urgente.

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  2. W l’italiano e chi lo sa divulgare in modo piacevole!
    Dico la mia sull’anagrafica di Dante, Petrarca e Boccaccio: sono stati etichettati per secoli come le tre corone (dette spesso fiorentine in quanto scrivevano in quel volgare, più che per diritto di nascita). Un saluto.

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  3. L’ha ribloggato su MusicistinsegnantIe ha commentato:
    Buongiorno a tutti,
    non riesco a scrivere in questo periodo malgrado i mille pensieri che mi frullano e almeno dieci post già composti nella mia mente. Quindi, in attesa che prendano concreta forma, vi invito leggere la presentazione di questo libro e a comperarlo: abbiamo tutti bisogno di ricordarci che l’italiano è bello!

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