La nonna e lo storytelling

C’è stato un tempo in cui mia nonna era il mondo. Capita forse a tutti i bambini, per lo meno a quelli che hanno i nonni. Io avevo una nonna, perché gli altri tre non li ho mai conosciuti, e quindi lei era “la Nonna”, per antonomasia, tanto che non era nemmeno necessario aggiungere il nome. La Nonna era solo lei.

Ricordo per lei un attaccamento infantile assoluto, di quelli che si possono provare solo quando si è piccoli. Nonnina ed io vivevamo in simbiosi. Mangiavo quello che preparava lei, mi addormentavo se mi cullava, le trottolavo intorno fin da quando avevo imparato a camminare, se non c’era, piangevo disperata. Come tutti i nipoti non avevo ben chiaro che la Nonna aveva avuto una vita prima di me, che era stata giovane, adulta. Per me era solo quella signora a cui non sapevo dare un’età perché da bambini gli anni degli adulti contano poco, e dire settant’anni non significa nulla nella testa di un pupetto che non ne ha nemmeno dieci.

Era una rossa elegante e formosa, non tanto alta, e da anziana si era un po’ incicciottita. Cosa che la faceva soffrire come poche, e io, con il sadismo tipico dei bambini, quando ero arrabbiata a volevo ferirla gridavo: «Sei grassa!» Del resto era una buona forchetta, e una cuoca eccezionale. Ricordo i pomeriggi d’inverno passati a spiarla mentre cucinava, con la testa appoggiata al tavolo e le manine a tenere il mento, mentre lei preparava gnocchi e lasagne e ragù e tortellini e frittole e galani e torte. Era di quelle massaie di un tempo, che dal nulla erano in grado di preparare in mezz’ora un pranzo per una quantità variabile di persone, fino a venti, senza nemmeno spettinarsi. Non so come facessero, ma oggi più che mai suscita la mia ammirazione: se a me arriva a pranzo una sola persona in più vado nel panico, mentre Nonna se fossero arrivate le armate di Attila non si sarebbe scomposta nemmeno: li avrebbe fatti sedere, imposto il silenzio con un’occhiata e scodellato loro un pranzo completo di primo, secondo, contorno, dolce, caffè ed ammazzacaffè.

Leggeva tantissimo. Anche scriveva, dicono. Pare che a lei debba il mio talento per la scrittura. Aveva fatto solo la quinta elementare, ma le sorelle e la figlia maestre a lei ricorrevano quando bisognava inviare una lettera o produrre una qualsiasi carta scritta. Aveva soprattutto un genio per narrare. La sua passione erano gli sceneggiati e tutte le cose a puntate, persino i cartoni animati per bambini. Quando per caso qualcuno non era a casa e perdeva la puntata del giorno, veniva a farsela raccontare da lei. Nonna non riassumeva, interpretava. Sapeva cogliere le sfumature più nascoste della trama, faceva ipotesi sul prosieguo, scandagliava la personalità dei protagonisti. Tanto che qualche volta perdersi la puntata originale non era nemmeno questa gran sfortuna perché quella stessa storia raccontata da lei risultava più complessa e più reale. Credo di aver amato Dallas più per come lei era in grado di dipanare i mille intrighi della serie che per la sceneggiatura originale. Era lei che sapeva compatire Sue Ellen capendo perché si attaccasse alla bottiglia,  ma anche la redarguiva, perché lasciarsi trattare così dal marito non si fa; era lei che faceva risaltare appieno quanto la coppia di buoni, Bobby e Pamela, fossero però slavati e privi di carattere, e si meritassero un po’ la loro sfiga, tanto che si capiva perché alla fine J.R. conquistasse le simpatie di tutti, dato che era una carogna, sì, ma una carogna piena di vita. Era lei che seguiva con tale attenzione le trame dei primi cartoni giapponesi da saper indicare a colpo sicuro, dopo poche puntate, che Heidi sarebbe finita in città, Remì avrebbe trovato la famiglia, o indovinare con largo anticipo chi era lo zio Albert di Candy Candy, e che Lady Oscar sarebbe finita male.

Con la zia e me che ero piccolina ci perdevamo in lunghe discussioni sulle trame, sui possibili colpi di scena, costruivamo infinite ipotesi spesso più complesse e profonde e varie che non le originali. E poi si commentava con lei tutte le storie del gossip, degli amori del divi, che seguiva con passione leggendole sulla sua Bibbia, Stop. Ogni corno, ogni rottura, ogni svolta veniva soppesata e valutata, esprimendo giudizi sul perché alla lunga la Ricciarelli sarebbe stata lasciata da Baudo o Tortora sarebbe risultato innocente dalle accuse. Si sbagliò solo su Moro: nella sua sceneggiatura, tornava a casa e diventata Presidente della Repubblica, perché tutta quella sequela di indizi, di contrattazioni, di mezzi avvisi fatti filtrare e durati mesi non potevano che precludere ad una liberazione in pompa magna. Quando lo trovarono morto nel bagagliaio dell’auto, scosse la testa come se quella svolta improvvisa fosse qualcosa che cozzava con tutte le teorie narrative che lei ad istinto conosceva meglio di ogni critico letterario. Da qualche parte qualcuno doveva aver commesso un errore nella sceneggiatura: non si chiude una storia così, fa brutto.

Forse è da lei, da quelle trame complicatissime che lei era in grado di ricostruire o di creare dagli elementi di ogni giorno che ho imparato ad amare le storie, a volare con la fantasia, a tenere conto ogni volta non solo dei fatti ma delle psicologie dei personaggi, che poi si tramutano in azioni, a guardare i dettagli per intuire le svolte e il futuro. Il diavolo è nei dettagli e anche, direbbe la Nonna, le buone trame.

 

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