L’Italiano è bello, e i ricordi del mio primo libro “da grandi”.

Italiano è bello copertina social

Tutti noi appassionati lettori abbiamo memoria, credo, del primo libro “da grandi” che abbiamo letto.

Capita in quel periodo incerto che sono gli undici o dodici anni, quando non sei più un bambino e i libri per bambini non li leggi più, ma anche quelli per ragazzi ti stanno stretti. E allora piano piano, brancolando e incespicando, incroci il primo libro “da grandi”. Quello che non fa più parte delle collane per ragazzini, quello che possono leggere anche i tuoi genitori.

Si varca una soglia importante, quando leggi il primo libro “da grandi”. Prima tu sei un lettore sì, ma di una categoria tutta tua. I tuoi libri sono diversi da quelli di mamma e papà, non c’è scambio. Comprano i libri per te e i libri per loro, e anche se i libri per te qualche volta possono averli letti anche loro, il rapporto è asimmetrico: c’è un confine, una barriera. Poi la barriera si infrange, e tu per la prima volta vedi i tuoi genitori come se fossero qualcosa di non diverso da te. Leggete gli stessi libri, spesso in contemporanea, palpitate per le stesse storie, amate gli stessi eroi. Forse è la prima volta nella vita in cui ti rendi conto che loro sono come te: e se fino adesso ciò si limitava alla confusa consapevolezza che anche loro erano stati bambini, allora si trasforma nell’idea che  anche tu sarai adulto.

Tutto questo per dire che il primo libro “da grandi” alle volte è un imprinting, come quello della papere di Lorenz. Perché di solito lo scegli, e lo vuoi, e ti impunti perché è di una materia che ti piace tanto, così tanto che quelli per ragazzi sull’argomento li hai già letti tutti e non servono più. E allora i genitori, un po’ titubanti, ti regalano quello “da grande”, corredandolo di mille raccomandazioni: «Se non capisci, chiedi! E mi raccomando, se ti annoi lo puoi lasciare lì!». Anche per loro varcare quella soglia psicologica è difficile, eh.

il mio primo libro “da grandi” fu Impariamo l’italiano di Cesare Marchi. Era il 1984. Il 22 dicembre, per essere precisi. Mi ricordo l’aria del Natale: io e mia madre eravamo a fare il solito giro in una libreria in centro, a Ravenna. Mamma prese il volume in mano, iniziò a sfogliarlo, poi ne parlò con la libraia sua amica, che lo consigliava: «È un saggio molto divertente sull’italiano! Lo legga, è proprio bello!» «Posso leggerlo anche io?» chiesi. Mamma guardò la libraia, la libraia sorrise: «Ma sì, a te che piace scrivere! Puoi trovarci tante cose interessanti!»

Lo lessi. No, è più corretto dire che lo imparai quasi a memoria. Scoprire le figure retoriche, le etimologie di alcune parole, le malizie per scrivere bene i vari tipi di testo. Non so nemmeno più quanti interrogazioni nel corso degli anni mi ha salvato, perché grazie a lui distinguevo a occhio un ossimoro e nelle poesie beccavo subito allitterazioni, metafore, epanalessi. Ce l’ho ancora. Si è salvato da tutti i traslochi, dalle ristrutturazioni di casa, dal tempo e dalle distrazioni.

Mi piaceva come scriveva Cesare Marchi. Al di là dell’argomento, amavo il suo tono piano, bonario, allegro e simpatico. Confusamente mi dicevo: quando sarò grande voglio scrivere anche io libri così. Perché avevo già deciso che da grande avrei scritto, ai tempi della prima elementare.

Sono passati parecchi anni, e oggi ho scritto proprio un libro così. Si chiama L’italiano è bello, ed uscirà il 5 ottobre, per Sonzogno. Sarà una storia sorridente lingua italiana, dove racconterò di tanti personaggi ed episodi  legati alla nostra lingua.

Ci saranno i barbari di Odoacre e di Teodorico, le matrone gote amanti della moda e del design, i Longobardi che inventano la pizza, le baruffe nella famiglia di Carlo Magno, i copisti annoiati che di distraggono a risolvere indovinelli, i mercanti che inventarono il volgare, Dante, Petrarca, Boccaccio, e poi Lorenzo il Magnifico, le baruffe fra i veneti Bembo e Trissino sul e per il fiorentino, gli Illuministi, i Romantici, Isaia Ascoli che bisticcia con Manzoni, Ungaretti, D’annunzio, i Futuristi, Umberto Eco e Mike Bongiorno. Ci saranno le figure retoriche, i congiuntivi maltratti, le acca che resistono a tutto,  la lingua delle chat, le abbreviazioni di internet e persino il troll.

Ci saranno insomma un sacco di cose che in questi anni ho studiato, e soprattutto amato tantissimo. E spero che quindi amerete anche voi. E forse ci sarà da qualche parte anche quella bimbetta di dodici anni che sognava di scrivere saggi divertenti sull’italiano, e che ce l’ha fatta. E tutta contenta spia nascosta per vedere i lettori che aprono il suo libro e tuffano il naso fra le pagine, sperando che si divertano a leggerle quanto si è divertita lei a scriverle.

Ci vediamo in libreria!

 

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8 pensieri su “L’Italiano è bello, e i ricordi del mio primo libro “da grandi”.

  1. Adoro le persone che hanno una memoria così “minuziosa” dei loro eventi passati. E’ una caratteristica che ho cercato di coltivare anch’io. Ma non arrivo a ricordare le date con tanta precisione. Sarà per questoche subisco il fascino della Storia.
    Che il tuo libro ti riempia di soddisfazioni. Scrivere è una meravigliosa attività, scrivere di Storia, poi, è una vera goduria.

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  2. Non ricordo cosa leggessero i miei. Forse niente libri perché la guerra era finita da poco ed era un lusso averne. Mia nonna si vantava d’essere un’intellettuale per aver fatto la bidella al liceo classico. C’era un solo libro, sulle scansìe del tinello. Copertina azzurra, il «Dizionario Enciclopedico Palazzi». Quando nelle rare frasi in italiano usciva una parola sconosciuta, inforcava gli occhiali. Con gli occhiali pareva più istruita. Sfogliava il dizionario e se la parola non c’era, allora semplicemente sentenziava: «non c’è, quindi non esiste». Poi mio babbo cominciò a collezionare gli Oscar Mondadori, per leggere fra un turno e l’altro, in ferrovia. forse il primo libro da grandi fu proprio «Addio alle armi».

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