Lo storytelling e l’arte di raccontare l’antico

Domani parto e vado a Ravenna, alla prima conferenza italiana dell’AIPH, associazione italiana di Public History, per spiegare, assieme a tutti gli altri soci di Archeostorie, il nostro modo di raccontare l’antico. Quello che adesso viene detto appunto storytelling sui beni culturali.

Ora, quando ho cominciato a scrivere questo blog, da cui poi è partito tutto, non avevo nemmeno una lontana idea di cosa significasse storytelling. Semplicemente facevo per hobby l’unica cosa che so fare benino, cioè raccontare le storie che mi piacciono. E siccome gran parte di queste storie erano storie del mondo antico, sono partita da lì.

All’inizio sono andata a caso ed un po’ a istinto. Credo che la scrittura sia anche e soprattutto questo: uno strano impasto di tecnica e improvvisazione. Per quanto tu ti possa fare degli schemi e delle scalette, la verità è che non sai cosa o come scriverai finché non lo scrivi. C’è un momento meraviglioso in cui i pensieri che hai in testa in maniera fumosa si trasfondono sulla carta, e lì diventano limpidi e organizzati. Non capisci nemmeno tu del tutto come. Te li ritrovi sul foglio, lì, davanti, e la prima a stupirtene sei tu. Forse è la stessa strana cosa che capita con il parto. Finché non lo partorisci non sai come sarà il tuo bambino, e solo quando lo vedi ti rendi conto che tuo figlio è lui. Ecco, con la scrittura avviene qualcosa di simile.

Con il tempo, ovviamente, ho studiato. Non solo perché raccontare le storie del mondo antico è qualcosa che oggi mi viene richiesto a livello professionistico, e quindi non posso più affidarmi solo all’istinto e alla speranza che improvvisando venga bene. Ma perché col tempo più scrivi più impari.

Certe malizie, certe sensibilità si acquisiscono solo con l’esperienza. Lo scrittore è come l’atleta: si deve allenare a lungo per raggiungere i livelli più alti, e soprattutto per conoscere meglio se stesso. Devi sapere come sei fatto per capire cosa puoi tirare fuori. Lo scrittore è come un pozzo: attinge da sé in continuazione. Tutti dentro di noi abbiamo infiniti mondi. Lo scrittore è colui che in qualche modo decide o almeno prova a estrarli.

È una fatica improba e non sempre riesce, e come tutte le autonalisi alle volte può persino fare male. Per descrivere bene personaggi e situazioni particolari si è costretti a far emergere parti di sé che non sempre sono piacevoli da conoscere, o che preferiremmo ignorare. Ma la letteratura non è per mammolette: è camminare in bilico sull’abisso e non aver paura di guardarci a lungo dentro.

Poi c’è la tecnica, che è indispensabile. Non fidatevi di chi vi dice che scrivere è solo talento o ispirazione. Mentono. Scrivere è come guidare l’automobile. Bisogna sapere esattamente dove si trovano i pedali e a cosa servono il volante, le spie del cruscotto, le leve e i bottoni. Se non lo si sa, ci si spatascia sul guardrail alla prima curva. O nemmeno è in grado di mettere in moto.

Col tempo mi sono fatta un piccolo bagaglio di strumenti che mi aiutano, e che sono trasversali. Da un lato sono i ferri del mestiere dello scrittore vero e proprio, l’aver capito come si imposta un dialogo, come si descrive bene una scena, come si caratterizza un personaggio, si crea la suspense o la si mantiene. Dall’altro sono le tecniche dello storico: come si scelgono e si trovano le fonti, come si combinano e anche come si spremono per ottenere tutte le informazioni. Inventare storie è in fondo una forma di arte ma anche di artigianato. Come l’idraulico o il meccanico, devi sapere esattamente dove mettere le mani, quali bulloni stringere, quali guarnizioni usare perché il racconto venga bene, e anche da chi andare a comprare il materiale di buona qualità, se vuoi che tutto funzioni.

Non so se ci sono regole per scrivere un buon racconto sull’antico. Però ci sono di sicuro accorgimenti che il bravo scrittore deve conoscere, e saper usare alla bisogna.

Ecco, forse una regola c’è, che vale per tutta la narrativa, ma anche per la pubblicità, il marketing, la politica. Le buone storie funzionano sempre. E sono buone perché hanno in sé tutti gli elementi che servono: sono scritte bene, costruite bene, con personaggi che funzionano e una lingua che riesce a coinvolgere il pubblico e a toccarlo. Le buone storie non sono né semplici né complicate: sono invece efficaci perché fanno ciò che deve fare una storia: raccontare un insieme di eventi qualsiasi facendoti sentire come se ti capitassero davanti agli occhi, ora. In una buona storia ci sei dentro, sempre. Se ti ci senti fuori, c’è qualcosa che non va.

Ecco, questo è in parte quello che dirò a Ravenna, dopodomani. Aggiungendo che il mondo ha bisogno di buone storie, gli esseri umani non chiedono altro. Quando ne trovano una di sufficientemente buona sono disposti a farsela raccontare addirittura per millenni. Ed è per questo che ancora oggi vogliamo che ci raccontino le storie del mondo antico. Perché non c’è nulla di più nuovo di una buona storia. È come l’elisir di eterna giovinezza. Tutto il resto passa, invecchia e viene dimenticato, lei rimane. Nei secoli dei secoli, a farci compagnia.

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