Il calcetto di Poletti e il mondo piccolo piccolo della politica italiana

A me della frase del Ministro Poletti sul calcetto che serve a trovare lavoro più che mandare curricola in giro urtano molte cose, e forse non sono nemmeno le più evidenti.

Mi urta la mentalità che quella frase e altre simili le partorisce. E che non è fastidiosa perché corrotta, no. È fastidiosa perché è chiusa e senza prospettive di ampio respiro. È una frase figlia di un mondo che è grande quanto un fazzoletto di terra, dove sì, i giovani magari giocano a calcetto tutti assieme, nel campo dietro all’oratorio, ma appunto sono confinati lì, per sempre. Invecchiano giocando a calcetto fra loro, dalle elementari alle superiori, e poi all’università e poi oltre, in pratica crescono in quei piccoli gruppuscoli chiusi finché non invecchiano e cominciano a giocare a bocce e a carte. È il mondo del piccolo paese, che può essere tanto tanto pittoresco e caruccio, ma è anche lì, fermo, immobile, impermeabile al nuovo e alle tendenze moderne. È un mondo arcaico in cui il padrone ti assume in fabbrica perché giochi con suo figlio o sei in squadra con suo cugino, e magari sei anche bravo e sveglio, ma non è per quello che sei selezionato: è perché ti conoscono, sei uno dei loro, ragioni come tutti: non crei guai, non hai grilli per la testa, non dai problemi.

Il bello di inviare curricola è proprio uscire da questo mondo qua, cambiare città, buttarti nel mondo, andare a fare colloqui con gente che non hai ma visto e la pensa forse diversamente da te, ha altre esperienze, ti può spiazzare. Ma tu puoi spiazzare loro, anche. È un mondo aperto, non necessariamente migliore, ma più ampio di quello di chi vive sempre in cerchie fatte da già noti, e resta a pochi metri da dove e nato e da dove morirà. Il bello di uscire dal circolo è che finalmente non sei conosciuto e quindi puoi reinventarti, anche se sei una schiappa a calcetto, anche se magari non ami per niente giocare. Anche se magari sei una donna, e a calcetto e a calcio non ci giochi perché in provincia, se lo fai, pensano subito che sei lesbica o strana, esattamente come pensano che tu sia strana se non vai in discoteca con la tua compagnia e se a vent’anni dici che non vuoi solo trovare un moroso e farti una famiglia.

A me della frase di Poletti urta tutto questo grumo arcaico e provinciale e chiuso e anche un po’ sessista che ci sento dietro, con il contorno un po’ furbetto che confonde la confidenza falsa con il saper stare in società e trattare con le persone, che sono due cose diverse. Conosco gente assolutamente asociale, che odiagiocare a calcetto ed è mutangola in compagnia, che poi affascina i clienti e seduce le folle. E cretini perfetti che sono le stelle di tutti i calcetti e di tutti gli spogliatoi, in compagnia un faro, ma sul lavoro bauscia come pochi.

Poi vengono assunti lo stesso, eh. Ma solo perché chi li assume ha la stessa testa di Poletti.

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3 pensieri su “Il calcetto di Poletti e il mondo piccolo piccolo della politica italiana

  1. Poletti non è che si stia dimostrando un granché, come ministro e come comunicatore. Se vuole farsi testimonial dei risultati che porta giocare a calcetto con le persone giuste mi sembra che abbia portato un ottimo risultato a lui, e uno meno che buono a noi tutti.
    Certo, con la concorrenza della Fornero è facile meritarsi gli applausi…

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  2. Sì la frase è po’ provinciale; la faccenda delle conoscenze nel privato mi pare sia enfatizzata, al massimo ci si passa il numero di una badante, quando muore la nonna

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  3. il problema di Poletti è che non ha una mente fina, anzi, come hai spiegato – pur senza nominarlo – è il classico provincialotto che vive di comunelle locali.
    Diciamo è l’emblema di quella classe politica di bassa lega che da vent’anni in qua ci ammorba o con gli strepiti caciarosi o con le battute da caserma.
    Dici bene che bisogna uscire dal guscio e mettersi in gioco in contesti diversi dal solito. L’ho fatto e non sono pentito. L’ha fatto mia figlia e sono felice che l’abbia fatto. Poi hi avuto quello che meritavo? Certo ma almeno la visione del mondo è leggermente più ampia di chi è rimasto e ha fatto più carriera di me.

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