La medusa di Poggio del Molino

Stiamo ancora raccogliendo voti sulla piattaforma AVIVA (votate qui!) per il nostro progetto PArCo, il Parco di Archeologia Condivisa di Poggio del Molino. Ma perché ci siamo fissati su Poggio del Molino? Perché ha una storia meravigliosa. E in questo racconto ve ne raccontiamo un pezzo, in cui gli elementi sono un aristocratico romano finito in bolletta e un inquietante mosaico della sua villa…

“Padrone, dobbiamo andare…”
“Un attimo ancora, Manio, un attimo ancora…”
Il vecchio Manio si tira su il bavero del mantello trattenendo un moto di stizza. L’umidità che sale dal mare nell’alba livida, sotto forma di foschia sottile, gli penetra le ossa e le fa scricchiolare. Ma è uno schiavo, e il suo destino è di obbedire agli ordini del padrone, anche quando sono incomprensibili e dati senza sale in zucca, come in questo caso.
Del resto, il suo padrone molto sale in zucca non l’ha mai avuto, e fiuto per gli affari men che meno. Lo conosce da quando è nato, ed è sempre stato così: un uomo non cattivo, anzi, ma inutile, e sostanzialmente inadatto ai tempi e alle circostanze. Dolce, gentile e svagato, è sempre stato perso nelle sue fantasie e nei suoi sogni, il naso tuffato nei libri di mitologia e storia invece che nei registri dei conti. E i risultati si sono visti. Decimo Cecina Largo, ultimo erede di una schiatta che risale ai tempi degli antichi Etruschi e che solo un secolo prima, dalla villa sul promontorio, dominava il mare fino all’Elba, sta ora in piedi lì, in mezzo all’antico triclinio dei suoi avi ridotto in rovine, con addosso un mantello di lana grezza e dei calzari dozzinali degni a stento di un mendicante, in procinto di partire per l’Urbe a pietire presso un lontano cugino senatore un qualche piccolo incarico che gli consenta di sopravvivere.
 
“La strada è lunga, Domine…”
“Hai ragione – sospira Largo, come se la sua voce provenisse da lontananze indefinite – ma non so a staccarmi da lei, salutarla… l’ho sempre considerata lo spirito di questa casa, non riesco a pensare di non vederla più. Non la trovi anche tu bellissima?”
Manio sente scorrere un brivido lungo la schiena, e stavolta l’umidità non c’entra. I suoi occhi si muovono lungo il pavimento scrostato, percorrono le crepe infinite e le chiazze di malta usate per rattoppare i pezzi di mosaico che il tempo ha rosicato e che i proprietari, Largo per ultimo, non hanno più potuto ripristinare. Infine arrivano a lei, che nella penombra fredda e oscura spicca al centro della sala: la Medusa dagli occhi azzurri e dai capelli di serpi. […]Continua su Archeostorie.it
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