George e il dono.

Ci sono quegli artisti che fanno parte della tua vita perché sono lì quando vivi. Quando sei adolescente e devi tirarti su per un brutto voto preso a scuola, quando litighi con il primo morosetto, quando sei triste perché lui è lontano, quando un’amica ti ha tirato il pacco su una cosa fondamentale, quando hai bisogno di una carica per superare una prova importante, quando è semplicemente una bella giornata, il sole brilla e hai voglia solo di godertelo allegra, loro sono ogni volta la tua, a tratti inconsapevole, colonna sonora.

Hanno il potere di far risuonare alcune note dentro all’anima, svoltarti l’umore, convincerti che la vita non è così brutta quando gira male ed è bellissima quando invece sì. E forse non serve neppure che siano grandissimi o tecnicamente perfetti, o geniali. Semplicemente hanno il dono supremo di saper toccare le corde giuste delle emozioni come il chitarrista sa esattamente dove sfiorare le corde della chitarra.

Ecco per me George Michael era questo. Quando sono giù, quando voglio una carica in più, quando la giornata è un po’ uff io metto su Faith, che sarà anche stupida ma è mia, e ogni volta funziona.

Il dono è questa cosa qua, inspiegabile a incomprensibile nelle sue dinamiche così semplici: funziona. È come la luce che illumina la stanza all’improvviso, e magari non sai dire perché ma accade. Ha qualcosa di divino come hanno qualcosa di divino le casuali combinazioni di eventi che noi chiamiamo fortuna e felicità.

Non tutti hanno il dono, e non ci sono maniere per costruirlo a mente fredda. È fatto certo di studio tecnico e di tante ore di applicazione da serio artigiano, ma è qualcosa di aereo e leggero, un tocco, un alito, che ti permette di essere elegante, misurato, armonioso e perfetto nelle cose che fai, persino quando poi il resto della tua vita di armonia di ordine e di perfezione non ha nulla. È lo stesso dono per cui Bukowski non è volgare, Audrey Hepburn  è una regina anche in jeans, Ella Fitzgerald scorre via come acqua e la Callas piace anche a chi di lirica non sa una cippa. Il dono non è legato a quello che sai ma a quello che sei, persino quando non sai di esserlo e non riesci a governarlo con la mente. Prescinde la banale intelligenza ed i limiti dell’essere che lo ha dentro. Il dono è l’anima più profonda che esce e tocca quelli che ti stanno intorno, come la luce illumina e ridefinisce i contorni degli oggetti, delle emozioni, te li fa vedere davvero.

George Michael aveva il dono. Che cantasse una canzone altrui o scrivesse una hit da discoteca, la trasformava in qualcosa di altro e di meglio, perché sapeva farci risuonare dentro la grazia, l’eleganza ma anche forse una profondità sconosciuta a chi ha solo mestiere e tecnica. Coglieva l’attimo e lo sapeva sintetizzare alla perfezione, e forse soffriva come un cane quando non gli riusciva, perché il lato oscuro del dono è lo sconforto di arrovellarsi sempre per essere all’altezza.

E allora grazie, George, per il tuo dono e per tutto quello che ci hai regalato con esso. E anche per la tua vita così sconnessa ed altalenante, che forse era tale proprio perché avevi quel dono che faceva così felici noi.

Ti sia lieve la terra, come lo sei stato tu su di essa.

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8 pensieri su “George e il dono.

  1. Un bellissimo omaggio, è vero, ci sono persone che illuminano la strada dietro di sé, a volte rendendosene conto, altre volte senza saperlo, ma comunque lasciano una scia di luce e grazia che serve moltissimo a migliorare certe giornate e in alcuni casi persino la vita.

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  2. Grazie, e speriamo che musicalmente sia stato l’ultimo colpo di coda per quest’anno e per un po’.
    Nel gioco delle coincidenze: se n’è andato il giorno di Natale e ha scritto una canzone talmente natalizia che (giusto in tema con quel che hai scritto tu) sembra si sia scritta da sola al Polo Nord mentre gli elfi insaccano i regali, e ha partecipato alla Grande Canzone natalizia dei Band Aid, fornendo un pregevole apporto vocale perché, davvero, cantava benissimo.

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  3. Non conosco questo artista, ma capisco l’esperienza musicale che evidentemente sapeva indurre. Amo proprio l’evento musica, il suo accadere, il suo incardinarsi nella scansione del tempo, la velatura di gioia melanconica con cui intride un momento, una strada, una sera. La musica è già in noi, nel pulsare del cuore (Pink Floyd, non a caso), nel continuo mutare dell’ossigeno in energia, nella potenza del continuo controcanto fra corpo tutto e le struttere inconsce antiche del cervello. La musica fa bene, per la complessità dei nessi che allaccia fra le sinapsi, per le endorfine che aiuta a liberare e, nella piccola parte cosciente di noi, per i ricordi che risveglia e i desideri che fa danzare. Nietzsche lo scrisse che una vita senza musica è inutile strapazzo. Ma citare il grande baffone è un po’ scontato, scusa.

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  4. Ma che brava, sei! Grazie per aver espresso i miei stessi sentimenti in maniera così lieve ed delicata. Faro’ leggere le tue parole a chiunque mi chiederà perché mi rattristi tanto la morte di uno che, in fondo, era “solo” un cantante. Maria Grazia

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  5. George Michael era quasi inattivo dal 2004, ma nessuno di noi se n’era accorto, perché le sue canzoni non sono mai scomparse dalla circolazione. E non alludo soltanto a Last Christmas (ormai divenuta un classico delle canzoni di Natale), ma a tutta la sua discografia, che ha continuato a venire trasmessa anche quando la musica è passata dall’era dei cantanti a quella dei dj. La musica di George Michael è immortale, e resterà con noi anche molto tempo dopo la sua morte.

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