Piccole note su Paestum #BMTA2016

Io ormai a Paestum ci vado da credo quattro anni, e mi piace. No, mi piace non rende. La adoro.

È un posto strano, e lo conferma il fatto che dopo tanto tempo non ho nemmeno capito bene come si chiamino gli abitanti, perchè Paestum è Paestum, ma il paese è poi Capaccio. E insomma questo posto qua, che in origine era Poseidonia, e poi Paestum, e poi Capaccio, e poi Capaccio-Paestum, e in mezzo, immagino, anche per un lungo periodo “là, dove in mezzo alle rovine, pascolano le bufale”, direi che mostra una certa indifferenza per i nomi ed i rivolgimenti storici, forse perché ha una sua così sfolgorante bellezza che in fondo può ampiamente fregarsene di come lo chiamano.

Ti stupisce perché uno i Greci se li immagina sempre sul mare. E qui invece sì, il mare c’è, ma è nascosto, dietro una pineta costiera intrigata. Dalla costa, ad arrivare a Paestum, ci si mette un soffio oggi, con le macchine, ma ai tempi dei Greci era quasi un mezzo viaggio. 

Paestum è campagna, campagna grassa. Terra di quella che quando ci pianti un seme viene su un intero raccolto, di quella che in Grecia non c’è, manco se ci bestemmi gli dei, terra di quella che è feconda, e ricca, un eden primigenio dove tutto nasce senza nemmeno fare la fatica di curarlo. Terra benedetta da Demetra e sempre  gravida di frutti come la dea. Quando la vedi apparire all’improvviso, nell’aria limpida del mattino, adagiata fra il verde e coronata dall’ombra dei monti, Paestum non è una città, è un’epifania. Ti si para davanti con la sfacciataggine di una donna bellissima e consapevole, mollemente sdraiata su un divano. Ci sono tanti luoghi in cui il trascorrere del tempo ha trasformato la ricchezza in decadenza esangue. A Paestum no. La sua magnificenza è rimasta intatta nei secoli, i templi eretti. Come se in qualche modo la sua bellezza si fosse cristallizzata  nella luce brillante della valle. Paestum non è pietrificata, Paestum è un diamante. 

C’è qualcosa di eccessivo in lei, come se le normali unità di misura non ce la facessero a contenerla. Gronda di vita,  come il latte che cola dalle mozzarelle. Fra i resti archeologici, gli abitanti si vengono a prendere il caffè o la pizza, perché il corso del paese è da sempre la via panoramica che sfiora i templi. E poi si dipana nei pub e negli alberghi che si estendono lungo il mare, le nuove strade del divertimento e della vacanza moderni, costellati di grandi hotel dove si celebrano in continuazione feste di matrimonio sontuose e sopra le righe, perché anche da fuori gli hotel ricordano i grandi alberghi di Las Vegas, ma un pelino meno sobri. 

I Pestani, Pestesi, Capaccesi o comunque si chiamino, sono adorabili. Possiedono una innata cortesia verso il turista che è gentilezza d’animo, non educazione. Non ti accolgono. Ti adottano. Del resto, come fai a non nascere gentile d’animo quando vieni al mondo circondato dalla bellezza? Lo vedi nei piccoli gesti di ogni giorno, nel ristoratore di poche parole, che però ti accoglie spiegadoti che nella sua fattoria si fa personalmente la ricotta con cui ha fatto i ravioli, e la salsa con cui li condisce, e insomma, fa tutto, tranne il vino, perché lui di vino proprio non s’intende, ma lo va a comprare da suo zio, che lo fa da quando è venuto al mondo. Nell’albergatore che saluta e ti abbraccia quando passi per caso a pranzo con amici nel suo hotel, perché anni prima sei stata da lui due giorni, e se anche dopo sei finita sempre a dormire altrove (le prenotazioni sono una cabala) continua a considerati “sua” cliente e di casa. O nel l’autista che ti viene a prendere e ti racconta non solo tutte le ricette del circondario, ma anche che l’origano, quello buono, lui lo va a raccogliere nel suo terreno su in montagna, che produce solo quello è proprio per questo motivo non lo venderà mai. Nell’allegro delirio dell’ufficio stampa, dove i telefonini trillano in continuazione, le addette risolvono casini improvvisi che in altri luoghi manderebbero in tilt i tutto (tendoni che svolazzano per una improvvisa bufera di vento, ministri che arrivano quando non dovevano ancora arrivare, scolaresche allo stato brado e la peggior iattura che possa capitare al mondo, cioè il convegnista intronato, tipo me) con efficienza teutonica ed immancabile sorriso sulle labbra. 

E insomma, niente, io ogni volta che ci metto piede, mi sento un po’ a casa. Coccolata, protetta. Passeggiare nella spianata dei templi è la forma più naturale di antidepressivo.

 Quando il sole li colpisce con la sua luce calda, al tramonto,e  le colonne si vestono di tutti i toni della luce, per un momento ti pare di comprendere cosa sia la felicità, come Faust nel momento fatale.

 Li guardi. Incantata, senza parole, senza fiato, cercando di godere quel l’attimo che subito svanisce. E quando passa ti rendi conto che era davvero la felicità. 

E tu sei riuscita a coglierla. 

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