Chanel va bene una app? Storia di una mostra su Coco Chanel e di una visitatrice delusa dalla tecnologia e da uno storytelling bislacco

Quando ho sentito che a Ca’ Pesaro c’era una mostra dedicata a Coco Chanel, ho subito organizzato un gruppetto di amiche per andarla a vedere. Coco Chanel, “Mademoiselle”, è una di quelle icone senza tempo che ogni donna venera nel segreto del suo cuore: il tubino nero, lo Chanel n.5 sono due colonne fondamentali non della moda, ma dello stile. Persino la femmina più refrattaria ai dettami del fashion li conosce e li ha almeno una volta sognati.

Partita dunque carica di entusiasmo, una volta arrivata a Ca’ Pesaro, però, da donna del XXI secolo, ho provato imbarazzo e delusione. Imbarazzo per un allestimento che a mio avviso era poco pensato e comprensibile, e delusione perché le tecnologie scelte per far fruire al visitatore la mostra erano a mio avviso del tutto inadeguate.

Gli oggetti e le bacheche della mostra non avevano didascalie cartacee. Tutto era contentuto nel lettore multimediale che veniva offerto all’ingresso. Ci è stato detto che era possibile prenderlo gratuitamente. Dentro c’erano le spiegazioni: video, foto, filmati, selezionabili e rintracciabili grazie al numero di sala e al numero con cui era identificato il reperto. «Funziona come un iPhone! – ha spiegato sorridendo la signorina – Basta scorrere il menù e selezionare cosa si vuol far partire.»

Ecco, il problema è che non  era invece un iPhone, o uno smartphone. Era un “cosettino” con un menù che sì, faceva partire il video prescelto, o il pezzo da ascoltare e leggere, ma non consentiva per esempio di allargare l’immagine o ingrandire i caratteri. Il che, per chi come me oramai, data l’età, ha bisogno degli occhiali per leggere i caratteri piccoli, era una iattura. Insomma, non sono riuscita a leggere un accidenti e il sistema di numeri correlati ai file non era così intuitivo. Per giunta non tutti i reperti in mostra avevano una spiegazione. Non se ne comprende il motivo, visto che su una guida digitale non ci sono limiti di spazio. Veniva fornita a dire il vero anche una guida cartacea. Ma anche qua era scritta in caratteri minuscoli, assolutamente impossibili da leggere nelle penombra delle sale. Risultato: metà della gente girava a caso per l’esposizione non riuscendo a capire un accidenti di cosa fosse esposto nelle bacheche.

Ho cominciato ad innervosirmi. Siamo nel XXI secolo, e tu, caro Jean-Luis Froment curatore della mostra, che hai dalla tua tutti i soldi di Chanel, dovresti immaginare che io abbia nella mia borsa (anche se non è una Chanel) uno smartphone. Invece di propinarmi un lettore multimediale scassone, fammi una app o un Qrcode che io possa scaricare entrando e possa usare per leggermi tutti i testi che mi servono, senza farmi sentire cecata e inabile. Mademoiselle, che era sempre tanto aperta agli aspetti innovativi, questa caduta di stile non te l’avrebbe perdonata.

Ma passiamo alla mostra vera e propria. Era intitolata “Culture Chanel: La donna che legge”. L’idea di fondo era apprezzabilissima: mettere al centro non tanto Coco Chanel ed i suoi abiti, ma la sua formazione culturale e i suoi rapporti con l’entourage artistico e letterario della sua epoca. Chanel è diventata Chanel non perché sapeva cucire vestiti, ma perché era una artista profondamente inserita nelle correnti letterarie e culturali della sua epoca. Non era solo una ricca stilista di successo che frequentava – e spesso foraggiava – artisti. Era un membro a pieno titolo di quelle cerchie di avanguardia che costruirono la cultura del XX secolo, e i suoi vestiti stanno a buon diritto a fianco alle opere di Picasso e alle poesie di Marinetti. Erano rivoluzionari, innovativi, cambiarono per sempre il modo con cui le donne stavano nel mondo. Senza di loro il secolo non si capisce. 

Si intuiva questo dalla mostra? Mica tanto. Quasi per nulla. In esposizione c’erano i volumi della biblioteca di Coco, e anche parecchi disegni e quadri di Picasso, di Dalì, di altri autori. Ma il nesso fra la produzione di Coco Chanel e questi grandi personaggi sfuggiva perché, incredibile a dirsi, di Coco mancavano i vestiti e le creazioni. Cioè, spiegatemi: faccio una mostra per illustrare che Coco Chanel con le sue creazioni era legata alle grandi correnti letterarie ed artistiche del ‘900, che lei, come diceva Barthes, deve essere considerata una artista a pieno titolo, e non metto nemmeno una delle sue creazioni? È un po’ come se avessi allestito una mostra su Picasso senza nemmeno un suo quadro.

Vestiti ce n’erano. Nella sala finale. Ma non erano di Chanel. O meglio, non erano di Coco Chanel. Erano alcuni capi delle collezioni del 2007 e del 2010, disegnati da Karl Lagherfeld. Erano bellissimi, per carità. Esposti in bacheche in cui vicino erano messi i pezzi della collezione privata di Coco da cui i vestiti prendevano ispirazione. Però non erano i suoi. Testimoniavano tutt’al più che Lagherfeld ha cercato di rimanere nel solco di Coco, usando come ispirazione i libri e gli oggetti che lei aveva raccolto nel corso della vita. Ma ai fini della comprensione, la loro presenza era un grande boh.

Didatticamente una scelta del genere ha senso? No. Gli oggetti risultavano accostati ma non spiegati, e alcuni spunti interessantissimi (per esempio, il rapporto con l’antico: Coco aveva in casa una Venere romana, leggeva opere di Sofocle, o quello con l’esoterismo, molto presente nella cultura degli uomini e delle donne del primo Novecento: sia Hitler che Coco Chanel sono frutti in fondo del medesimo alveo culturale?) rimangono lì a mezz’aria, senza che il visitatore possa coglierli.

Senza la sua cultura Coco Chanel avrebbe al massimo aperto un atelier da sartina in qualche paesino sconosciuto della Francia. Senza la cultura di Chanel alle spalle, Lagerfeld non avrebbe saputo che pesci pigliare per rinverdire la tradizione del brand e adeguarlo ai nuovi tempi. Ma questo dato di fatto non emerge. Il pubblico quindi vaga per la sala, e qualche volta viene illuminato dagli studenti di Ca’ Foscari, che, lodabilissimi per preparazione e cortesia, fanno da “mediatori culturali” e spiegano agli inebetiti visitatori quale sia la logica con cui è stata organizzata l’esposizione. Funzionano meglio di ogni app, anche perché le spiegazioni della guida multimediale sono farraginose e poco centrate, uno storytelling che svaria fra il pettegolezzo e l’accenno bignamesco, non molto utile e spesso assai confuso . Non chiarisce il contesto storico e culturale, dà spesso per scontato che il pubblico conosca i personaggi citati (Mallarmé, Misia etc.) che invece sono noti solo agli specialisti o a specialisti di cultura francese.

Insomma, alla fine del percorso si esce frastornati, persino avendo alle spalle un certa conoscenza della vita di Chanel e del mondo che la attorniava. Persino se si è adulti, immaginate cosa accadrebbe con delle classi portate in visita all’esposizione.

Peccato, però. L’idea di fondo era interessante, un modo intelligente di coniugare interesse del pubblico per un brand di moda, cultura, storia del costume e della società, arte. Ma così è sprecata e poco coinvolgente, oltre che poco fruibile. Non credo che Mademoiselle sarebbe state felicissima di essere presentata in maniera così astrusa.

Mi sa che da qualche parte lassù giri nervosamente la sua collana di perle, per niente soddisfatta.

2 pensieri su “Chanel va bene una app? Storia di una mostra su Coco Chanel e di una visitatrice delusa dalla tecnologia e da uno storytelling bislacco

  1. Vista il 15 ottobre in occasione della “Giornata del Contemporaneo” . Rimasta molto perplessa. Per lo meno non ho pagato il biglietto.

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