Il tempo di perdere tempo: piccola riflessione sulla falsa efficienza e sulla produttività

I primi giorni di scuola di quest’anno sono stati un tour de force. Complice il caos della riforma che ha inviato a scuola colleghi cui non si sa cosa far fare e non ha ancora nominato invece quelli che servono per coprire le cattedre, le giornate sono scivolate via fra una riunione e l’altra, in cui si cerca di tappare un buco di qua, di progettare di là l’inizio della scuola e mettere a fuoco attività che poi boh, speriamo di poter fare. Un frullatore in cui si passa da una commissione all’altra, da un consiglio di classe all’altro, e poi a casa via, a guardare siti, provare piattaforme, leggiucchiare qua e là idee, informarsi sugli alunni che si avranno tramite le relazioni di maestre o di psicologi o di neuropsichiatri, a seconda dei casi. Un frullatore in cui ti senti risucchiata, centrifugata e poi anche un po’ sputata via, tanto che arrivi a sera chiedendoti dove diavolo sia finito il tempo.

Il tempo. Non ci pensiamo mai al tempo. Spesso ci limitiamo a riempirlo. Di cose da fare, di attività. Di carattere sono una che quando ha solo una sola cosa da fare si annoia, e ne pensa subito un’altra da mettere in cantiere. Mi piace lavorare su più progetti, saltare qua e là, e a farlo sono anche veloce a portarli a termine. Ma poi mi rendo conto che ho bisogno di lentezza. Quella lentezza che ti fa riprendere fiato, quella lentezza che è tempo vuoto senza l’assillo di un impegno pressante, di una scadenza prefissata. L’efficienza è anche questo, riuscire a ritagliarsi un po’ di tempo da perdere, senza nessuna cosa che incombe e nessuno che ti tiene il fiato sul collo. Tempo esclusivamente per te, in cui non fai nulla di preciso: non vai nemmeno in palestra, o vedi gli amici, o stai con i tuoi cari. Lasci che sia, e basta.

C’è questo mito dell’efficienza, che non è solo efficienza sul lavoro, ma dappertutto. Come se le persone organizzate e di successo fossero quelle che non fanno mai una pausa, programmano tutto al minuto, persino il divertimento. Dalle sette della mattina alle dieci della sera, le loro giornate non sono piene, sono inzeppate di impegni, perché è considerato impegno anche un tè con l’amica, il caffè preso al bar, i venti minuti passati a leggere il libro.

Io devo essere fatta male, per questo mondo e per questo modo di vita. Perché dopo una settimana così, in cui persino il minuto per andare in bagno è calcolato, il mio cervello si impalla e non funziona più come dovrebbe. Fa le cose, segue magari il ritmo, ma con la meccanicità con cui Charlie Chaplin faceva funzionare la macchina della catena di montaggio, e prima o poi ci cadeva dentro per distrazione. Ho bisogno di tempo da perdere, ogni giorno, per ricaricare le batterie, per pensare a nulla. È quando non pensi a nulla di preciso che i fili dei ragionamenti magicamente si riannodano fra loro in modi che prima non riuscivi ad immaginare. Finché segui un percorso obbligato e scandito, la creatività si assopisce nel puzzle degli impegni incastrati con l’orologio. La fantasia è bastarda, non vuole legami e non vuole paletti, o come una bambina capricciosa punta i piedi e non si muove più.

Ecco, io credo che bisognerebbe insegnare alla gente a perdere tempo, a non aver paura del vuoto. A capire che le giornate non sono sacchi da riempire, e che non si riscuote un premio se ci cacci dentro di tutto e di più. Che il tempo è come la valigia, se c’è dentro troppa roba finisci col non trovare più quella che ti serve, e che bisogna vincere la bulimia degli impegni come si vince quella degli alimenti  perché entrambe fanno male.

Se ci dessero più tempo vuoto, forse saremmo tutti più creativi e renderemmo di più. Ditelo a chi farnetica e pontifica di efficienza sul posto di lavoro, e crede che per aumentarla sia necessario spremere chi c’è come un limone, ossessionandolo di scadenze, e di monte ore che si accumula, volendolo sempre connesso, e sempre disponibile alla chiamata, intossicandolo di cose da fare e esaltando chi ne è intossicato. Ditelo a chi, anche fuori del lavoro, si ingegna di occupare ogni singolo attimo con qualcosa da fare, da vedere, da seguire.

Concediamoci tempo, prendiamocelo. Impariamo a lasciare che il cervello vada per i fatti suoi senza obblighi, anche si annoi un po’. Lasciamolo ciondolare come un bambino che scopre il mondo per caso. Il cervello è così, un ragazzino curioso che vuole trovare la sua strada. Se lo ingabbiamo in un itinerario già fatto e organizzato magari arriva alla meta, ma  come il turista di un pacchetto organizzato, di quelli che hanno visto tutto senza capire nulla, portano a casa valanghe di foto uguali fatte nei medesimi posti in cui vanno tutti, mangiano quello che potrebbero mangiare anche a casa, segnano nell’agendina i posti come le tacche di una raccolta punti inutile e faticosa, e il viaggio, in fondo, non gli serve a granché.

 

10 pensieri su “Il tempo di perdere tempo: piccola riflessione sulla falsa efficienza e sulla produttività

  1. Condivido in pieno ciò che dici! Credo anche che il tempo vuoto sia spesso la cartina tornasole della nostra serenità: se sei sereno ci stai bene, lo cerchi, ne godi. Se non lo sei lo fuggi e cerchi di riempirti la vita di impegni. Viva il tempo vuoto!

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  2. Pienamente d’accordo. Credo che una delle materie d insegnare ai ragazzi dovrebbe essere la capacità di rallentare…anche di annoiarsi…ch poi è da qi che nascono le idee, mica dalla fretta!

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  3. Stavolta concordo su quasi tutto, ma in particolare complimenti per quel: “… il tempo è come la valigia, se c’è dentro troppa roba finisci col non trovare più quella che ti serve”.

    Un aforisma leggero e profondo, una gemma rara.

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  4. Concordo su entrambe le considerazioni; su quella scolastica e su quella più ampia del tempo (perduto? ma no, anzi!). Ciò che hai scritto sul tempo è qualcosa che, a poterlo fare, ti dà veramente la sensazione di essere libero e di disporre di te. Nell’insieme mi hai anche fatto tornare in mente ciò che varie volte ha significato, per me, questa possibilità di disporre del tempo “da perdere”, tempo per ricordare. Tempo che ho usato in un senso che poi ho ritrovato in Joseph Roth, nel suo ‘La marcia di Radetzky’.
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    Grazie Galatea **

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  5. Vedo che rimangono solo le virgolette, senza il testo di Roth; se interessasse, è questo:

    Allora, prima della grande guerra, all’epoca in cui avvennero i fatti di cui si riferisce in questi fogli, non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto. Se il fuoco portava via una casa dall’isolato di una strada, il vuoto lasciato dall’incendio rimaneva ancora a lungo. Poiché i muratori lavoravano lenti e attenti, e i vicini più prossimi, allo spiazzo vuoto si rammentavano della forma e delle mura della casa scomparsa. Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell’epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione.

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  6. Mi faccio portavoce di Nietzsche e riporto queste righe, dalla prefazione di Aurora:

    Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente. Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto – un gusto malizioso forse? – non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente «frettolosa». Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del «lavoro», intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol «sbrigare» immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita e occhi delicati…

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