Le case viste dal treno

C’era una canzone di Guccini, tanti anni fa, che parlava di luci di case viste dal treno, e di vite che scorrono lì dentro, così lontane e così vicine e noi. 

Io tutte le volte che passo per Vicenza, per la stazione, intendo, ho questa cosa qua, che devo appiccicarmi con il naso al vetro del finestrino, per vedere lo scorcio della mia vecchia casa, che sta lì.

È un attimo, ma è un rito che devo compiere, ogni volta, chissà perché. Devo spiarla da lontano, notare i segni che il tempo ha lasciato su di lei, le tende da sole sbiadite, o di un colore diverso sulla terrazza, l’intonaco che è stato ridipinto, la ringhiera diversa.

Trentacinque anni che non ci abito più, ma ho bisogno ancora di controllare che sia ancora lì, quasi come se avessi bisogno di controllare che il mio passato esiste ancora. Chissà chi ci abita adesso, che storie contiene, dopo aver contenuto le mie. Chissà che storie mie avrebbe potuto contenere, se non ci fossimo trasferiti altrove, chissà che vita e che incroci di destino ci sarebbero stati se invece di andarmene fossi rimasta.

È un attimo, una scena di una improbabile sliding door di un film tutto mio. Torno alla mia vita, il treno corre, la casa e Vicenza restano lì. E io passo, come al solito, andando via. 

4 pensieri su “Le case viste dal treno

  1. ..”Cara Amica il tempo prende, il tempo da.”.
    Sì me la ricordo bene quella canzone di Guccini e rileggerla nel tuo blog mi ha sommerso di antiche nostalgie..
    Me li ricordo quei viaggi, le finestre delle case intraviste da in treno..
    Le desolate luci delle cucine che si affacciavano sulla ferrovia, con le circoline al neon appese sotto piatti di vetro.. atmosfere di una malinconia uniche..
    Mi chiedevo chi vivesse dietro quei vetri, quali storie, quali stanchezze, quali amori e abitudini, l’odore del sapone da bucato o dei cibi…
    “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”. Così cantava Guccini in uno dei suoi migliori periodi poetici..
    Perché ci tormenti, Galatea?
    Con queste malinconie la cui profondità supera ogni possibile abisso?
    Grazie però, per avermela ricordata, questa canzone delicatamente cupa e carica di antiche tristezze.
    Anche la tristezza, alle volte, può far bene al cuore. 🙂

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