Il Santo ! Il Santo!

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Siccome ormai si vive fra un temporale e l’altro, organizzare il weekend è un serio problema. O resti appostata come un centometrista sul filo della partenza, con la borsa da mare sempre pronta a scattare per cogliere, orazianamente,  l’attimo, oppure ti arrendi e decidi che giugno non collabora, per cui l’unica è andare a visitare quelle cose lì, quelle che lasci sempre da fare perché sono vicine, oppure c’è di meglio, o tanto c’è sempre tempo. Tipo il Santo, a Padova.

Padova non è una città che amo. È un mio limite, ma fra tutte le città del Veneto la trovo la più bruttarella. Ha dei begli scorci, ma persi in mezzo ad un diluvio di case sciatte, approssimative, tirate su per fare soldi in fretta. È come una donna non più giovane, che si trucca male e si cura poco, anche se nonostante tutto, quando è colpita dalla luce giusta e fotografata da qualcuno che ci sa fare, ha momenti in cui risulta bella. Ma sono momenti, e lei non è Meryl Steep.

La cosa però che mi ha sempre colpito di Padova è il suo vivere su piani paralleli che non si toccano, come dimensioni che insistono tutte nello stesso luogo, ma separate: tipo il mondo degli umani e dei babbani in Harry Potter. C’è la Padova dei Padovani bene, che ha una esistenza per conto suo, molto chiusa. È fatta di gente che spesso ha gran soldi, e anche potere, si incontra in circoli chiusi, si veste con abiti costosi, confonde assai sovente il meglio con il caro, e non accoglie, al massimo coopta. La vita di questa Padova qua si svolge in appartamenti di lusso incistati in palazzi medioevali che però sono stati sventrati e rifatti dall’architetto, riempiti di divani bianchi e mobili d’antiquariato sui cui poggiano in cornici d’argento foto dei padroni di casa e vengono spolverate da cameriere in crestina e maggiordomi in livrea. Giuro, nella Padova bene ci sono ancora le cameriere in crestina e i maggiordomi in livrea, come a Dowtown Abbey.

Poi c’è la Padova degli studenti, che sono una fiumana, ma distinti anche qua in molti rivoli e torrenti, perché la divisione fra patavini e non si sente, e nemmeno la gioventù annulla le differenze di censo e di classe. Per cui gli studenti magari possono sembrare una massa omogenea di giovani vestiti maluccio e pettinati precariamente, ma poi le distinzioni sono feroci, e il fuorisede o il pendolare restano corpi sostanzialmente estranei ad una città che gli studenti li ospita ma non li assorbe, e quasi sempre li teme. L’indolenza veneta si fonde allo sguardo sospettoso: Padova non è città di mare come Venezia, e non è stata mai abituata ad avere il mondo in casa, per cui il foresto resta foresto, anche dopo decenni che abita fra le sue mura. Figuriamoci se è studente, e dopo appena un lustro è destinato a prendere la laurea ed andarsene di là.

E poi ci sono i pellegrini, e il Santo. Che fa storia a sé, anche perché Sant’Antonio un po’ sembra un’astronave atterrata in mezzo alla piazza. Attorno tutto il ciarpame tipico dei santuari, le bancarelle, le organizzazioni di missionari, i negozietti di rosari e medagliucole, le statuine inguardabili, gli arredi sacri kitsch che solo il cattivo gusto del cattolicesimo riesce a produrre a livello industriale. Le strade attorno alla chiesa sono le uniche in cui trovi davvero il mondo in una città tutto sommato sonnacchiosa e provinciale: le slavine di pellegrini da ogni dove intruppate in file caciarose o i drappelli di suore del terzo mondo con il trolley al seguito e l’andatura da pachiderma stanco, le comitive di filippini con un nugolo di bimbi al seguito, i gruppi biondastri di polacchi e polacche, le guide che cercano di recuperare i turisti a loro affidati ma sembrano perdute anch’esse e come aggrappate al loro ombrellino di riferimento. L’affollamento di stranieri in visita, pertanto tollerati dai locali perché i porta schei, autorizza anche gli immigrati locali a sentirsi un po’ più a loro agio. Di fianco al santo, nella piazza di Prato della Valle, il mercatino si snoda come un suk mediorientale, con bancarelle di roba a pochi euro, borse contraffatte, vestiti di seconda mano o recuperati dai fallimenti, che sono buttati sui banchi e smanacciati da tutti i passanti. Lì la badante ucraina e l’operaia nigeriana si contendono un paio di scarpe al 70% di sconto sotto lo sguardo attento e vigile del venditore bangladescio, la signora marocchina in chador parlotta con la vicina veneta anziana in dialetto, e su tutto aleggia un afrore di kebab e di macdonald.

Poi si arriva alla basilica, che è enorme per Padova, ma piccina rispetto alle altre del cristianesimo, ed ha quell’aria disordinata da fungo che è cresciuto dove ha trovato spazio, perché siamo sempre nel pratico Nordest, e quindi quando serve un altro toco, se zonta.

Sono i giorni della tredicina di Sant’Antonio, quindi le messe sono a ciclo continuo, come i turni in fabbrica. Preti con accenti slavi o mediorientali predicano dal pulpito l’uno dietro l’altro, e i pellegrini si danno il giro brincando le sedie appena restano vuote. Attorno a quelli che seguono la celebrazione, il fiume di quelli che entrano in chiesa e girano, turisti o penitenti. Un flusso circolare e inesausto, intruppato e irregimentato dai corrimano, che spingono tutti verso la tomba del santo e la cappella con le reliquie, e soprattutto verso il baracchino per le offerte.

Dentro la fa da padrone il medioevo scuro e nordico, con i mattoni ed i muri pittati di marroncino, le selve di pilastri e le volte gotiche. Gli affreschi più antichi hanno quel tocco giottesco però cupo, i blu sono quasi viola, i cieli stellati incombono più che aprirsi. È un cattolicesimo che non ha niente di aereo e di leggero, chiuso come Padova e pesante in origine, che poi d’improvviso si apre al nuovo con affreschi gotici leggiadri e con quella bomboniera opalescente e rinascimentale che è la tomba del Santo. Davanti ad essa, nera – perché niente, sta cosa che la religione ha da essere penitenza e sofferenza non ce la caviamo – i pellegrini in giacchino impermeabile e birkenstock sostano, impongono le mani, piangono e si commuovono, spesso nemmeno si voltano (giustamente per carità, ma insomma) a buttare l’occhio sugli elegantissimi bassorilievi del Sansovino, che in effetti sono incongruenti con il contesto e con la fiumana di pitocchi: troppo belli, troppo patinati, troppo classici, sembrano una copertina di Vogue nello studio del medico della mutua.

Nuovo torrente di gente che ti trascina via: stavolta per l’altra bomboniera, quella biancastra e barocca della lingua del Santo. Qua in un palco scenografico teatrale di angioletti che grandinano e tralci che pendono e statue che boh fanno qualcosa, si sale a vedere la lingua di Sant’Antonio, conservate in un arabesco di oro ed argento di rara bruttezza ed inutile sfarzo. La fila si snoda lenta perché i pellegrini ciacioni, i turisti scalcagnati e i Padovani doc tiratissimi si fermano a guardare tutti con macabra curiosità quei lacerti di corpo conservati ed esposti in teca, e del resto quando gli ricapiterà mai nella vita di vedere pezzi di tonsille strappati ad un cadavere senza che nessuno li sgridi o sospetti in loro inclinazioni da serial killer?

Poi, via via, si esce sulla piazza, dove un sole incerto bacia le pietre grigie e i mattoni, la gente si struscia, i bambini si rincorrono e rincorrono i piccioni, le bancarelle stanno sbaraccando, la gente sfolla per tornare a casa, i pellegrini, i turisti, gli immigrati e la Padova bene per un attimo si confondono: le suore con trolley incrociano il venditore di rose bangladescio, e l’arcigna signora vestita di tutto punto che si appoggia alla figlia parrucchierata e griffata sorride vedendo la cameriera filippina con prole e marito che attraversa la strada. Per un attimo, il Santo ha ricompattato la città e le dimensioni parallele si sono sfiorate.

Ma è un attimo, poi si torna al solito: babbani e umani rientrano nei loro mondi, separati e contigui, e Padova ricomincia a vivere come sa.

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5 pensieri su “Il Santo ! Il Santo!

  1. Sansovino lo conosco solo come nome di una via, né sapevo che nella basilica di Sant’Antonio ci fossero opere d’arte – a storia dell’arte al liceo saltammo da Michelangelo al 1800 :).

    Da adolescente andavo spesso a fare un giro in duomo ma l’effetto, ovviamente, era tutt’altro. Mi fai ricordare che devo portarci i figli, a Santa Maria del Fiore.

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  2. Davvero una descrizione ricca e molto ben aderente alla realtà. Io nella piazza adiacente al Santo, dove dici bene che “… la gente sfolla per tornare a casa, i pellegrini, i turisti, gli immigrati e la Padova bene per un attimo si confondono …” una volta ho incrociato persino un’indovina che la sapeva lunga.

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  3. Da padovana doc non mi ritrovo molto in questa impietosa descrizione della città. Padova ha una bellezza discreta, non ostentata ma diffusa. Non vuole sedurre ma si lascia scoprire. Và gustata camminando sotto i suoi infiniti portici, perdendosi lungo le riviere, fermandosi nelle piazze per un caffè o uno spritz. Gli eventi, sociali e culturali, sono talmente tanti che non si riesce a star loro dietro. Il centro storico è ricco di perle mentre ogni quartiere ha il suo carattere. Suggerisco di scoprirla in bicicletta (abbiamo km di piste ciclabili) o con un buon paio di scarpe. E il cuore sgombro di pregiudizi, perché quelli tolgono ogni sfumatura e costringono lo sguardo in un’unica direzione.

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  4. Padova la conosco bene, ho abitato per circa dieci anni a due passi da Prato della Valle. In questo periodo la Basilica del Santo – non è un santuario è all’Arcella del tutto sconosciuto a tutti, padovani compresi – Alla Basilica ci andavo non nei giorni comandati, che era una prova del fuoco, ma negli altri giorni.
    Comunque hai ragione. Padova è brutta, cresciuta male e disordinata. Un peccato perché potrebbe essere bella.

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  5. Galatea ha ragione su Padova e il Santo é la cosa migliore che hanno perché, se guardiamo bene, i padovani hanno un’orto botanico ridicolo, un battistero da comiche, una cappella da radere al suolo e la peggior università d’Italia. Ci sarebbe ancora da dire sull’ospedale e il palazzo della ragione ma per pietas evitiamo di imfierire. Consiglio a tutti una visita a Marghera, ridente cittadina del Veneto prima di visitare la perla incastonata tra il passante e la Ve-Bl.

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