Le parolacce degli antichi

Quando uno deve scrivere un dialogo, uno scambio di battute, una scena ambientata nell’antichità c’è spesso qualcosa che non funziona: l’audio. Perché quando immaginiamo dei personaggi antichi che parlano fra loro il problema è che il nostro cervello, in automatico, li pensa con l’aplomb delle statue classiche. Quindi lessico forbito e mai, mai, mai una parolaccia. Riuscireste del resto a immaginarvi l’Erma di Pericle che dice: “Eccheccazzo!”. No, appunto: gli antichi sono educati.

Erano così davvero? No. I grandi classici, prima di diventare tali, erano vivi. E in quanto vivi, quando scrivevano e pensavano lo facevano usando tutta la gamma possibile delle sfumature, dal lirismo al vaffanculo. Non solo le commedie o le satire erano zeppe zeppe di insulti e doppi sensi volgarissimi, lessico da postribolo e maledizioni, ma pure i testi compassati e alti non è che si risparmiassero. Prendete qualche bella orazione dello Pseudo Sallustio, e ne troverete di tutti i colori: accuse nemmeno tanto velate di incesto, di pratiche sessuali perverse, calunnie gratuite sparse a piene mani sugli avversari/vittime. Ma anche il Cicerone originale non lesina in malignità feroci ed offese da denuncia immediata.  Il livello del lessico politico romano ai bei tempi della Repubblica, o della Atene di Cleone, non è che fosse poi di molto superiore a quello odierno di un Salvini.

La compassata educazione con cui l’immaginario odierno descrive i dialoghi degli antichi è dovuta molto spesso ad una patina seriore, una stratificazione complessa e a più livelli, che  per il cinema americano (grande produttore di pellicole romaneggianti) prendendo le mosse da Shakespeare, arriva a noi mediata dai peplum perbenisti degli anni ’50.

Come già diceva ai suoi tempi Roland Barthes, gli antichi del nostro immaginario hanno la faccia di avvocati wasp ed anche il loro lessico. Hollywood ha reinventato i Romani prendendo a modello non gli originali, ma quelli barocchi del Bardo di Avon. Si lanciano in tirate dal tono sentenzioso e serissimo, perché gli antichi quando parlano come minimo è per dire che la Repubblica sta per cadere o l’impero deve essere salvato dai barbari. Poi, siccome sono Romani che recitano in peplum dei moralisti anni ’50, mai che perdano la pazienza, anche perché se gli fosse scappato un «Damn!» rischiavano una multa dal censore.

Il problema è che nell’immaginario collettivo questa visione degli antichi seriosa e compita è così interiorizzata dalle masse che persino i film o i telefilm più recenti il lessico usato dai personaggi e i dialoghi rimangono ancorati a questi limiti. Se persino nel fantasy tipo Game of Thrones ormai l’insulto è sdoganato, basta che il serial sia ambientato a Roma antica e subito tutto appare più forbito e contenuto. Gli antichi non bestemmiano, nemmeno contro gli dei, e si insultano con classica moderazione. Persino quando schiattano in battaglia lo fanno con il distacco dignitoso di un Galata morente, e senza lasciarsi sfuggire una parolaccia.

Forse bisognerebbe cominciare a fare esercitazioni nelle nostre scuole in cui si invitano i ragazzi ad immaginare i dialoghi reali dei personaggi antichi, in greco ed in latino, pieni delle parolacce e degli improperi che realmente avranno pronunciato e dei sapidi resoconti terra terra che circolavano nell’agorà o al foro, tipo quello aristofaneo della Guerra del Peloponneso, scoppiata, a suo dire, per il rapimento dal bordello di Aspasia di tre puttane.

Avremmo un immaginario dell’antico un po’ meno wasp e forse una visone più realistica dei nostri antenati.

 

9 pensieri su “Le parolacce degli antichi

  1. “Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
    illa Lesbia, quam Catullus unam
    plus quam se atque suos amavit omnes,
    nunc in quadriviis et angiportis
    glubit magnanimos Remi nepotes”
    Catullo, anyone?
    E ancora:
    “O rem ridiculam, Cato, et iocosam
    dignamque auribus et tuo cachinno.
    ride quicquid amas, Cato, Catullum:
    res est ridicula et nimis iocosa.
    deprendi modo populum puellae
    trusantem: hunc ego, si placet Dionae,
    pro telo rigida mea cecidi”
    (adoro “trusantem” “glubit”).
    Ah, ma poi non era Cicerone che diceva di Cesare “Marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti”?
    No, queste cose non credo siano proponibili in un liceo. Magari si potrebbe far studiare i ragazzi su Asterix (ci voleva un tedesco per tradurlo in latino, purtroppo).

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    Dia retta, solo i veri ignoranti pensano che i Romani siano quelli dei peplum. E chi non è mai stato a Pompei, naturalmente.

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  2. Signorina Galatea, la prego, rimanga così come la declina il mio gozzaniano immaginario, a me non interessa la verità, ma il fascino che promana la brace ardente nascosta dalle buone maniere

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  3. Allora ti consiglio la serie Tv “Rome” rigorosamente in lingua originale e senza i tagli osceni (nel senso di insensatamente censori) della Rai 😉

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  4. Ho letto Socrate, per esempio e l’ho trovato semplicemente delizioso. Penso che la tua scrittura sia il modo migliore per avvicinare i ragazzi al mondo classico. Insomma, apprezzo molto il tuo lavoro (serio e faticoso, perché per scrivere in quel modo c’è bisogno di molto studio e si vede). Insomma, sei stata una scoperta entusiasmante. Buon lavoro.

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  5. Perfettamente d’accordo sugli antichi che, in molte circostanze, non erano poi molto diversi da noi. E sarebbe buona cosa insegnare un po’ di sane paroalacce (Plauto è una minire; non parliamo di Catullo quando è incazzato cotro Furio e Aurelio e così via…).

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  6. A questo proposito… So che la richiesta può sembrare strana, ma secondo te c’è una locuzione latina, una citazione, una frase, che abbia il sigificato di “fatti i cazzi tuoi”?
    O anche meglio “ricordati di farti i cazzi tuoi”?

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  7. “Cave mentulam tuam”?
    “Memento cavere tuam mentulam”?
    Con gli anni il mio latino si è arrugginito assai ma, confermo: quel che cita Myollnir l’abbiamo sempre fatto al liceo, e Asterix in latino viene usato anche alle medie

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