Fattori, e i quadri che parlano dell’Italietta

Dunque, io ve la vorrei anche spiegare, la mostra di Fattori a Padova. Ma c’è un problema: io non capisco niente di arte. Quando mi mettono davanti ad un quadro, quelli bravi sanno spiegarti che la pennellata è così, e lo spazio viene scandito dalle linee e la prospettiva è in un certo modo. Io no. Io davanti ad un quadro vedo quasi sempre solo un quadro, e quando proprio mi sforzo, ma mi sforzo tanto, riesco a partorire una cosa tipo “Uh, che bello!” oppure “Uh, che brutto!”. E tutto lì.

Allora spiegare per me le mostre di pittura non è facile, e potrei solo dire che alla mostra di Fattori ci sono molti quadri che mi possono far dire “uh, che bello!”, perché certe marine toscane sono così carucce, con quel mare scuro scuro e le chiazze di vegetazione verde, o di sabbia ocra, che ti pare quasi di sentire in sottofondo la risacca dell’onda, e l’odore dell’umido delle pinete, che è un odore tutto particolare, d terra acre e salso, come di un bosco nato nel posto sbagliato e per dispetto.

Però è che poi, alla mostra di Fattori, io ci ho visto anche delle cose che non erano quadri. O meglio, certo che lo erano, ma non li ho guardati come tali. Li ho guardati come fotografie impietose di quell’Italia di fine Ottocento che spesso noi conosciamo così poco, perché ne sentiamo parlare a scuola, e seguiamo le spiegazioni fra gli sbadigli, perché l’Italia dell’Ottocento, Sant’Iddio, ma c’è mai qualcosa di più retorico e noioso? Con le guerre di Indipendenza, e le battaglie e i Garibaldini e gli eroi e il patriottismo e il soldati. E tutto quel ciarpame di Nonna Speranza che parte dai Romantici e arriva al Libro Cuore, che non se ne può più.

Poi capiti a quella mostra e vedi i quadri di Fattori. Che descrivono proprio quell’Italia lì, perché gli anni sono giusto giusto quelli. Ma non è lei. O almeno stenti a riconoscerla.

È un’Italia piena di soldati che però hanno poco o niente di eroico. Sono lì, ritratti di spalle, mai in primo piano. Quando devono andare in battaglia, pare che manco sappiano da che parte girarsi. Quando fanno le ronde di perlustrazione in mezzo alla campagna desolata, hanno attorno al collo degli strani salsicciotti grigiastri che forse sono le coperte da campo, non so. Se ne stanno sperduti davanti a muri bianchi che sparano la luce, o morti, per terra, soli in mezzo ad una strada abbandonata. E saltano per aria sulle bombe o sulle mine, si smembrano davanti agli occhi dello spettatore, o sono mandati alla carica in mezzo alla neve. Sono stanchi, sono spaesati, sono soli. Attorno un mondo di contadine che si spaccano la schiena cariche di legna, o ferme in mezzo all’orto mentre raccolgono bruscandoli, buoi dalle corna ricurve che trascinano aratri e cavalli che corrono per la maremma assolata. È un’Italia vuota e selvaggia in cui gli uomini sembrano infiltrati in mezzo ad una natura dura e bellissima che se ne strafrega di loro, delle loro beghe e della loro sorte, e nei giorni di battaglia sfoggia cieli perfettamente azzurri e tersi.

Ci sono scorci di città dove i soldati fanno la guardia ai mercati, e fiere di vacche,e pescatori che rattoppano le reti. Ci sono volti poco felici e duri, giovani donne dalle espressioni perplesse e spaventate, e ritratti di cognate e figliastre benestati ma perennemente vestite a lutto.

E non lo so, forse non sarà un grande della pittura, e altri sono certamente meglio. Ma l’Italia di quegli anni nei suoi quadri c’è tutta, c’è proprio, al respiri, la senti, te la vedi scorrere davanti e solo quando la vedi là in fondo la capisci davvero. Quella miseria atavica che emerge dai paesaggi brulli, dalle case scalcinate, dai muri sbeccati; quella voglia di grandezza pomposa e vuota che indovini nelle divise lustre degli ufficiali e nelle parate senza senso; i sacrifici e la testarda determinazione dei più poveri, poco allegri, poco spensierati, che continuano a testa bassa a lavorare per sopravvivere a stento; la chiusura provinciale che però tenta di aprirsi alla modernità, e qualche volta, più per intuito e per caso che altro, ci riesce.

E allora forse non sarà un grande, Fattori, e altri saranno di certo più bravi e più universali di lui. Ma lui pare proprio italiano, italiano in tutto: uno che con quello che ha si arrangia, e spesso arriva a toccare le vette senza che si capisca manco come ha fatto a fare la scalata, e che portando tutto il peso di una tradizione che gronda retorica, a volte, anche qui per istinto e caso, riesce a superarla di botto, con un imprevisto colpo d’ala.

E allora, vabbe’ io non so recensire le mostre d’arte. Però voi andate a vederla, che merita.

 

 

 

 

7 pensieri su “Fattori, e i quadri che parlano dell’Italietta

  1. Ho visto una mostra di Fattori anni fa, dalle mie parti.
    Condivido in pieno: il pittore di un’Italia tutt’altro che eroica.
    Un’Italia semmai verista, dato che egli fu un quasi contemporaneo di Verga e Capuana: del resto, pittura e scrittura hanno spesso viaggiato insieme.
    Poi è arrivato il cinema.
    Ottimo post, inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  2. Una buona recensione. Fattori, fra l’altro, ha influenzato anche alcune delle matite più interessanti del fumetto italiano. La melanconia delel figure ha sicuramente un riscontro cosciente in Pratt e Battaglia. Le sue marine, la sua Maremma, i suoi colori, sono stati riferimento d’ampia schiera di maestri toscani, come ad esempio il fiorentino Scatizzi. Galatea non essendo un critico d’arte, scrive commenti comprensibili e non salottieri. Forse l’abitudine a spiegare a ragazzini che, al contrario di molti intellettuali di provincia, non fanno finta di capire per darsi un tono, è il motivo di tanta chiarezza. Invecchiando Galatea migliora, migliora sempre più.

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  3. A me invece è piaciuta un sacco la tua recensione. Perché è vera e rende perfettamente l’idea. O forse anche perchè è questo che cerco nella pittura. Una trasmissione di “sentimenti”. Qualcosa che tocchi le mie corde. Adesso vado a dare un’occhiata al sito e quando chiude. Io non sono proprio vicinissima a Padova, peccato, visto che ho anche amici in questa bella città!

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  4. Fattori, come Segantini, descrivono l’Italia che hanno visto. Quella che con molta perizia – alla faccia di chi non capisce un tubo di arte – ha descritto.
    Chi descrive le mostre sulla base delle pennellate, beh! saranno bravi ma non capiscono un tubo di arte. In particolare di pittura. I quadri devono suscitare empatia, sensazioni, emozioni sia in positivo sia in negativo.
    Qualche giorno fa sono andato a vedere De Chirico – la mostra di Ferrara -. Ebbene quello che mi ha colpito non sono state le pennellate – che non ci sono – ma quello che è riuscito a trasmettermi.

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  5. Sono andato a vederla poche settimane fa e devo ammettere che non mi aveva entusiasmato. Nello stesso tempo, sono sincero come lo sei stata tu: non sono un esperto di arte, credo di poter dire che vado alle mostre per farmi emozionare (e per acculturarmi). Questa di Fattori non mi ha emozionato granchè. Però la tua descrizione mi ha dato tanto e ho capito molto di più. E di questo ti ringrazio.

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