Parlare delle stragi di Parigi in classe

In questi giorni un po’ frastornati, in classe anche noi professori abbiamo dovuto ragionare su come parlare ai nostro alunni di quanto è successo a Parigi.

Qui la mia riflessione sull’Espresso (sì, link in ritardo di qualche giorno, ma sono stati giorni concitati, appunto, e mi ero dimenticata di segnalarlo).

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16 pensieri su “Parlare delle stragi di Parigi in classe

  1. Permetti, Galatea, ineccepibile che non si tratti di vigliaccheria e capisco il ragionamento. Mi pare però che tu parta dall’ipotesi che sia in capo all’insegnante scegliere se aprire o meno un dibattito, se i ragazzi siano pronti o no.
    A mio modesto parere, è un po’ utopistico.
    All’indomani di fatti come questi, pronti o non pronti il dibattito parte comunque. Può essere istituzionale, a viso aperto, con l’insegnante. Altrimenti sarà sottotraccia, sottovoce, solo tra loro. In ogni caso, sarà. Nessuno ci può fare assolutamente nulla.

    Detto questo, se deve comunque partire non è meglio almeno provare a metterlo fin dall’inizio sui migliori binari possibili? Non perfetti, ma almeno i migliori possibili in quel momento. La scelta, ripeto, non è tra dibattere adesso o dopo con l’insegnante. La scelta è dibattere adesso con l’insegnante… o adesso senza l’insegnante. Meglio con, no?

    Nel pratico, il cretino che ha sentito a casa “avete visto ieri la TV? Ammazziamoli tutti questi arabi schifosi!” e lo ripete a pappagallo, comincia il ritornello ben prima che suoni la prima campanella… mi chiedo se sia opportuno lasciarlo predicare indisturbato per giorni o settimane. Non sono un esperto, ma mi parrebbe di no.

    Siamo d’accordo che sarebbe meglio avere tempo, tante volte. Ma di fronte a fatti come questi, davanti alla storia che irrompe nelle case dei ragazzi “che entra nelle stanze e le brucia”, il tempo non c’è. E’ adesso, o è troppo tardi.

    Cosa ne pensi? Perdona il pistolotto.

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  2. L’insegnante, come ricorda Galatea, è un essere umano come tutti. Ci ha le sue idee e le sue opinioni e le sue idiosincrasie. E non sta scritto da nessuna parte che l’insegnante ne sappia di più dei suoi alunni, o che abbia opinioni migliori delle loro. O che gli alunni siano disposti a mettere in piazza le loro opinioni sul tema, o desiderosi di conoscere quelle dell’insegnante. Non vedo necessariamente come un male se i ragazzi ne parlano tra loro senza la santa mediazione del docente. Oltre al cretino che ha sentito a casa ci può essere l’intelligente che ha sentito a casa, e perfino (hai visto mai) il cretino o l’intelligente che si sono fatti opinioni in proprio, non perché a casa hanno sentito. E va pure visto il CLIMA che c’è in classe.
    Insomma, sono d’accordo con Galatea.

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  3. Per la precisione è stata una circolare ministeriale firmata dal Ministro Giannini nella quale si chiedeva agli insegnanti di discutere in classe durante l’ora di lezione insieme agli studenti dei tragici fatti di Parigi.

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  4. Scusa, Hacksaw, ma non ho capito: perché è un male se ne parlano fra loro, “sottotraccia”, come dici tu? E se hanno voglia di parlarne fra loro? e se non hanno per niente voglia di parlarne con l’insegnante? O con quell’insegnante, magari?
    Nelle classi se i ragazzi hanno voglia di aprire un dibattito, sono loro a chiederlo. Se non vogliono, imporlo non ha senso perché tanto parteciperanno malvolentieri e senza entusiasmo. Rispettare i loro tempi è fondamentale. E anche per aprire il dibattito ci vuole una solida preparazione da parte dell’insegnante. Altrimenti pure lui rischia di dire solo delle banalità, non avere dati sicuri, e fare la figura dell’ospite del talk show che parla a vanvera e di pancia. Una cosa che un insegnante non dovrebbe fare perché dovrebbe invece essere un professionista serio, non un arruffone.

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  5. Non credo affatto che sia un male se ne parlano tra loro, tutt’altro. Mi domandavo semplicemente se non fosse comunque un contributo importante quello che può dare un insegnante, e in tal caso meglio prima che dopo.

    Certo se tu mi dici che in quanto insegnante hai la sensibilità di poter capire quando è il momento di intervenire e quando no, quale classe è meglio lasciar dibattere da soli e quale no, e se c’è realmente voglia di starti ad ascoltare, oppure no, beh, mi fido del tuo parere professionale.

    Io nel dubbio preferirei intervenire nel dibattito prima che dopo, ma è null’altro che un’osservazione da profano. Grazie del chiarimento.

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  6. Pingback: Parigi /2 | Ilcomizietto

  7.   Secondo me sarebbe opportuno dire la verita` ai ragazzi, cioe` che i “terroristi” ammazzano le persone ma noi occidentali ammazziamo molti piu` civili e ancora di piu` ne facciamo ammazzare

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  8. No, un insegnante qualunque, è bene che si astenga dalla cattedra ad avventurarsi in questioni complesse che magari non conosce bene e per di più con un uditorio di ragazzini. Puo’ discorrere con loro, in momento non ufficiale, ma non dalla cattedra, non è pagato per propagandare le proprie idee (anche se giuste) ma per insegnare la materia oggetto della lezione. Come genitore non ho mai gradito gli insegnanti che escono dal loro compito specifico, anche quando sono in buona fede.

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  9. @Diego: scusa, ma un insegnante invece ha proprio il dovere di affrontare con gli alunni questioni complesse. È pagato per farlo e per educare i ragazzini alla complessità. Ed è bene che lo faccia come insegnante, non in un “momento non ufficiale”, perché deve farlo in modo professionale e dopo essersi documentato. Il compito specifico di un insegnante è questo e non vi sono cose che esulano dalla sua competenza, perché io per spiegare l’impero romano o la grammatica devo essere in grado di collegare queste cose all’attualità. Quanto al fatto di “propagandare le proprie idee”, tutti lo facciamo comunque. L’idea che si possa insegnare in modo “neutro” è semplicemente impossibile. È come l’idea che si possa vivere in modo neutro.

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  10. ti ringrazio per l’attenzione Galatea, ma un conto è spiegare l’antico facendo esempi del presente, che è un’idea simpatica e accattivante che piace ai ragazzi ed anche ai lettori dei tuoi bellissimi libri, un altro è cercare di spiegare il presente, che è molto ma molto difficile da comprendere e quindi da spiegare; se l’ideologia stesse fuori dalla scuola (così come anche la religione) sarebbe molto meglio

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  11. @Diego: Fuori l’ideologia dalla scuola è una bella frase. Ma in pratica che vuol dire? Tutti noi abbiamo la nostra visione del mondo, e quando si spiega o semplicemente ci si muove in una classe ciò in cui crediamo viene inevitabilmente fuori. Non si insegna ciò che si sa, ma ciò che si è. Dunque spiegami: come fai a spiegare il presente senza fare riferimento a ciò che sei e a ciò in cui credi? E come fai a non spiegare il presente a scuola, contando che tutto ciò che spieghi del passato è sempre influenzato dalle esperienze presenti che vivi? Ci hai mai pensato?

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  12. Ti ringrazio sincero dell’interlocuzione, è un onore per me. Ma nessuna replica, ad una signora si lascia sempre l’ultima parola.

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  13. @Diego; Ogni tanto non ti rendi conto che quando dici queste cose sei più offensivo che se decidessi di discutere e darmi della cretina. No, ad una signora non si lascia l’ultima parola perché è una donna. Non siamo mica minorate mentali che non possono sopportare una discussione franca.

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  14. Sono convinto che ad una signora sia buona educazione lasciare l’ultima parola.
    Comunque, se credi, posso replicare.
    Non credo che sia giusto spiegare a dei ragazzini quello che è già difficile capire ed eventualmente spiegare a degli adulti.
    Proprio arrivare a scuola e vedere che la vita della scuola prosegue in assoluta normalità, senza cedere il passo alla cronaca, è offrire al giovine il senso della stabilità e della sicurezza.
    Certo io non sono competente sulla scuola, chi ci lavora dentro ragionerà su fatti reali, quindi ognuno il suo mestiere. Ma io la penso così come ho espresso più volte.

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  15. @Diego: “Non credo che sia giusto spiegare a dei ragazzini quello che è già difficile capire ed eventualmente spiegare a degli adulti.”
    Quindi, in pratica, non parliamo più di niente, a scuola?
    “Proprio arrivare a scuola e vedere che la vita della scuola prosegue in assoluta normalità, senza cedere il passo alla cronaca, è offrire al giovine il senso della stabilità e della sicurezza.”
    O far venire al ragazzo il sospetto che la scuola sia popolata da esseri che vivono fuori dal mondo e che pertanto passare del tempo là dentro sia assolutamente inutile. Per altro io non credo affatto che il compito dell’istruzione sia far sentire i ragazzi al sicuro. Semmai è metterli di fronte ai problemi del mondo ed insegnare loro come si può ragionare per trovare delle soluzioni o almeno tentare delle analisi. Se vuoi un posto dove si sentano solo al sicuro, serve un bunker, non una scuola.

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