Trieste, o delle città che hai perduto

L’altra sera mi è successa una cosa strana, impensabile. Ho fatto un viaggio nel tempo, ritornando in uno spazio. Credevo di andare a Trieste, per una presentazione del mio libro. E invece ho varcato, da qualche parte, in qualche momento, un portale spazio temporale di quelli che si trovano nei film di fantascienza, e non dovrebbero esistere nella realtà.

Ci sono nata a Trieste. Ma me ne sono andata via che ero bambina, e poi, in pratica, non ci sono tornata più. Chi abita sempre nella stessa città fin da bambino, e vede giorno dopo giorno, anno dopo anno gli stessi posti, gli stessi angoli di strada, si accorge del tempo che passa fuori, lascia i suoi segni sui marciapiedi, sugli intonaci, nei muri, ma non di quello che passa dentro di lui.

Vede la sua città che invecchia, ma non vede se stesso invecchiare, perché noi, aveva ragione Joyce, che, guarda caso, abitò proprio a Trieste, noi siamo un flusso ininterrotto di pensieri, che si accavallano, si stratificano, ma non ce ne rendiamo conto, e ci sembra di essere sempre noi.

Invece se torni di botto in un posto che è stato tuo e poi non hai visto più, di colpo ti trovi di fronte non solo le pietre e le case, e le piazze, e i vicoli, ma ritrovi anche, uguali uguali, i tuoi pensieri di allora, i tuoi ricordi, stampigliati lì, sui muri.

io ero una bambina a Trieste. Me ne sono andata che avevo sette anni. E quando ho girato quegli angoli, che erano le via attorno alla mia vecchia casa, alla mia scuola elementare, al giardinetto pubblico dove giocavo, mi sono ritrovata di colpo faccia a faccia con la bambina che ero allora. Mi sono venuti addosso tutti, i ricordi, all’improvviso, e sono rimasta lì stordita, come se mi avesse colpito un pugno in faccia. Perché i ricordi sono quella roba che non sai nemmeno di avere nel cervello, anzi giureresti che non ci sono proprio, e invece no, riemergono subitanei da profondità che nemmeno sospettavi tue.

Ero lì, per strada, con accanto gli amici che mi avevano accompagnato, e mi parlavano, ma io non riuscivo a sentirli. Perché loro pensavano di stare rivolgendosi alla donna che conoscono bene, ed è una più che quarantenne, mentre io dentro di me ero tornata bambina.

Guardavo con occhi incantati il cancello del parco, dove una volta raccolsi con stupore una piuma di piccione, perché era bella, e credevo fosse quella di una fata. Scrutavo fra le arcate del sottoportico della sinagoga, e sentivo dentro le orecchie la voce di mia madre, che mi sgridava perché avevo attraversato la strada da sola, senza aspettarla, in un impeto infantile di indipendenza. Riconoscevo la porta della mia vecchia scuola elementare, e poi della casa di mia nonna. Ed era così strano vedere filtrare da quelle finestre una luce che era quella del mio salotto, ma non era mia, perché quasi quasi mi aspettavo di intravvedere dietro a quelle tende il profilo a me familiare di nonna e di zia Rita. Riconoscevo l’asfalto grigio che da piccola avrei voluto fosse un giardino, per giocare con i miei amici giù in strada, e non chiusa in appartamento. Ricordavo la piazza piena di gente, la sera del terremoto, quando ero stata presa in braccio di forza e strappata alle mie bambole, perché tutto tremava, e anche la piazza vuota, la sera, quando dopo cena guardavo dalla finestra la notte arrivare poco a poco. Ripensavo a quella volta che mi svegliai prestissimo perché volevo vedere l’alba, la prima della mia vita, e con l’ingenuità di una bimba di quattro anni mi aspettavo chissà che e rimasi delusa nello scoprire che l’alba, fra i palazzi di città, non è nulla.

Tutto un grumo di cose che fino a poche ore prima erano indistinte si presentavano ora nette e chiare, come se un sole improvviso avesse squarciato la nebbia, e rivelato la realtà. Tutto ciò che confusamente ricordavo e che qualche volta mi chiedevo se non avessi solo sognato, si mostrava davanti ai miei occhi e si confermava reale, ed ancora esistente, uguale ad allora.

Loro mi parlavano, gli amici, e io non riuscivo ad ascoltarli, non riuscivo a seguirli, ero lontana. Fossi cresciuta a Trieste altri ricordi si sarebbero sedimentati in quegli scenari, e sovrapposti, e io non mi sarei sentita sopraffatta così, perché il flusso della vita incessante avrebbe spazzato via quei momenti così lontani, sommergendoli nel tutto. Ma non avevo visto più scorrere il tempo in quei luoghi, non ero cresciuta lì, non ero invecchiata, e rivedendoli ritornavo ad essere quella che ero allora, e basta.

Non ho avuto il coraggio di proporre un giro in piazza Unità, perché già avevo il groppo in gola, e non avrei retto a rivedere le babe del LLoyd e ripensare a quando papà usciva dal suo ufficio e mi prendeva in braccio, e giocavamo a rincorrerci fino al Molo Audace. Non avrei saputo spiegare alla bimba di allora che papà non c’era più, e nemmeno più la nonna e zia Rita, e nemmeno io, in fondo, perché non ero più quella bambina. Ero un’altra cosa, in un certo senso un’estranea. Che aveva avuto un’altra vita, lontana da lì, ed ora tornava, solo per un attimo.

Ma non era più lei, no, era ormai un’altra cosa.

17 pensieri su “Trieste, o delle città che hai perduto

  1. oooh, che belle immagini e sensazioni (“belle” = “ben descritte”, magari la nostalgia non piace a tutti).

    L’incipit riporta una simpatica coincidenza: a Trieste è appena finito il Science + Fiction, il festival di cinema di fantascienza.
    Io ci vado quasi ogni anno, solo per rinfocolare i fantasmi che infestano la mia Trieste personale e i miei anni di università, ma quest’anno sono rimasti nascosti, forse per il troppo sole.
    I miei fantasmi si manifestano per lo più di notte.

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  2. Mi sono emozionata a leggere le tue parole, sarà che ultimamente sto battagliando quotidianamente con certi ricordi fin troppi nitidi.
    Grazie della condivisione!
    Un saluto affettuoso da una triestina nata e cresciuta in questa splendida città. 🙂

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  3. Credo sia uno dei Tuoi post più belli di sempre.
    Mi ricorda per certi versi “La doppia vita di Veronica” di Kieslowski,
    Rischiare di incontrare se stessi, diversi, ed averne quasi paura.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  4. ‘Sento’ fortemente quel che dici e ti ‘vedo’ in ognuno dei passaggi che racconti. E’ da un’enormità che non ritorno nei luoghi della mia infanzia, a Napoli, ed ora – superati i cinquanta, senza più nessuno di chi c’era allora – ho anche timore di non riuscire a reggere l’onda dei ricordi, quella che ho ‘sentito’ dentro di te.

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  5. siamo al livello di walter benjamin e dell’infanzia berlinese

    per ora è niente quel che hai fatto, hai la stoffa della grande scrittrice

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  6. guarda la spazzatura che pubblicano oggi, e capisci che uno che sa scrivere davvero, in questo mare di vanitosi scribacchini frustrati, è un evento raro, rarissimo

    poi è chiaro che c’è di mezzo il caso, negli eventi della vita, ma c’è un sacco di gente molto molto sopravvalutata

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