La zia Carolina e la fame dell’Africa

«Mangia, che i bambini in Africa muoiono di fame!»

Io da piccola, lo confesso, mangiavo poco. Poco almeno per gli standard del resto della mia famiglia, dove l’appetito era un dono genetico, e il più morigerato dei cugini si sbafafa a pranzo quarti di bue prima ancora dello svezzamento, figuriamoci dopo. La zia Carolina, per esempio, in sorte aveva avuto tre maschi alti e grossi come montagne, che compensavano, credo, la scarsa reattività dei loro neuroni con l’iperattività della mascelle. Era quindi abituata a cucinare quantità industriali di cibo che venivano poi arrovesciate nei piatti: c’erano valanghe di purè, colate laviche di spaghetti al pomodoro, generosamente cosparse con grandinate di parmigiano, esondazioni di brodo di cappone in cui navigavano tortellini grossi come galeoni spagnoli, montagne di carne in tocio che si adagiavano su laghi fumanti di polenta. E davanti a tutto questo ben di Dio io, che non riuscivo mai da andare più in là di qualche cucchiaiata.

A nulla valevano, quando eravamo a pranzo da lei, le spiegazioni di mamma: è piccola, non è abituata, lascia che mangi finché ha voglia, non ce la fa a finire. Per la zia Carolina si trattava di fisime, di incomprensibili concessioni alla fiacca educazione moderna. Se te lo mettono nel piatto, lo devi finire, era la sua antica impostazione morale, e non importa se il piatto è una specie di paiolo senza fondo in grado di sfamare un intero esercito.

Quando mi vedeva prossima alla cucchiaiata finale, la zia Carolina si avvicinava di soppiatto e senza che mamma sentisse bisbigliava all’orecchio: «Mangia, mangia, che i bambini in Africa muoiono di fame se non finisci!». E se la mia genitrice non era nelle vicinanze incominciava poi una descrizione minuziosa di quanto soffrissero i piccoli africani in questione, con dovizia di particolari terribili: le pance piene di aria, le gambine troppo deboli, gli occhi semichiusi e destinati ben presto a non aprirsi più. Sicché il pasto, per me che ho sempre avuto una immaginazione visiva fortissima, si trasformava in una carrellata di orrori e di corpicini straziati, di volti  scarniti e sofferenti che mi guardavano con orbite vuote, di teschi e di ossa. Al che, com’era ovvio, anche quel poco di appetito restante andava a farsi benedire e io scoppiavo a piangere con il cucchiaio in mano, confermando così per altro alla zia Carolina che ero una sciacquetta frignona.

Nella mia mente di bambina, però, si formavano ogni volta delle nuove domande, perché gli adulti, quando raccontano scemenze ai bambini, dimenticano sempre che i bambini sono solo piccoli, non sono stupidi, e le incongruenze del ragionamento ziesco e carolinesco via via mi apparivano ben chiare.

Per esempio, mi chiedevo, per quale motivo mai se non mangio io questi benedetti bambini africani muoiono loro?

Pur non avendo ancora letto Frazer, il pensiero magico e irrazionale sotteso a questa affermazione non mancava di stupirmi, anche se ero troppo piccola per capirlo. Così ipotizzavo nella mia testolina di quattrenne e cinquenne che al mondo, per qualche strano motivo, io e tutti i bambini africani fossimo in qualche modo collegati, e quello che mangiavo io arrivasse anche a loro, come se dentro agli stomaci ci fosse una specie di Stargate per la condivisione del nutrimento. Ma anche così la cosa non funzionava: perché se il cibo mangiato da me nutriva loro, non capivo per quale accidenti di motivo la fame loro non arrivasse invece a me, ché così avrei mangiato tutto quello che la zia Carolina aveva scodellato e quella solenne rompiscatole si sarebbe finalmente data pace.

Immaginai allora che ogni bambino occidentale fosse collegato ad uno ed un solo bimbo africano, e non a tutti indistintamente. La spiegazione per la mia inappetenza sarebbe potuta dipendere dal fatto che  forse io ero collegata ad un  bambino africano già ben pasciuto di suo, e quindi io non avevo fame perché lui mangiava abbastanza; certo che, pensavo poi, essere collegata con l’unico bambino africano sazio del continente nero era una notevole sfiga per me, perché la zia Carolina continuava a descrivere tutti gli altri e farmi sentire in colpa. Zia Carolina infatti era sempre molto puntigliosa nel sottolineare che lei ed i suoi figli erano sì generosi e buoni nei confronti dei poveri Africani, dato che si abbuffavano a quattro palmenti, mentre io, che lasciavo quasi tutto lì, ero e rimanevo una tremenda egoista.

Visto che non ne uscivo, un giorno, all’ennesima ripetizione della litania carolinesca: «Pensa ai bambini africani che muoiono di fame se non mangi tu!» guardai la zia in faccia e chiesi: «Ma se sono loro ad avere fame, perché non inviti loro a pranzo?»

Capii allora che l’immaginazione visiva era una caratteristica di famiglia: perché al pensiero immediato di torme di negretti affamati che si presentavano alla sua tavola per mangiarsi i paioli di polenta in tocio e di pasta al ragù, sedendosi alla sua tavola e sgarrupando il suo tinello e il suo salotto buono, sul volto della zia Carolina si dipinse un’espressione di tale orrore e disgusto che persino nella mia testolina di bimba tutto fu chiaro.

Zia Carolina non era generosa o preoccupata per le sorti dei poveri bimbi d’Africa. Zia Carolina era soltanto una rompiballe, tendenzialmente leghista.

Nessuna zia Carolina è stata maltrattata per la stesura di questo post. O quasi.

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6 pensieri su “La zia Carolina e la fame dell’Africa

  1. Tutti mi sa che abbiamo avuto una zia “ina” che tendeva a mettere all’ingrasso i nipoti… la mia e’ Pierina.

    E io raggiunta l’eta’ della ragione risposi alla mia zia “ma allora portaglielo a loro [sic] quello che non mangio io”!

    Raggiunta l’adolescenza noi cugini iniziammo a finire i piatti… peggio! Perche’ Piatto Finito vuol dire ancora fame! E allora scattava l’invito: “Avete ancora fame? vi faccio due spaghetti ajo e ojo? Volete una Fettina Panata”?

    Ora, adulti, nelle rare occasioni conviviali l’affermazione “mangerei volentieri una fettina panata” vuol dire “son pieno fino a crepare”…

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