Anicia Giuliana, la padrona di Bisanzio

Come va la immaginate una principessa bizantina? Al solo evocare Bisanzio, la mente chissà perché sovrappone strati diversi di epoche lontane e recenti, perché per noi Bisanzio è sempre già un po’ Istanbul, ed è sempre già Oriente e Altro rispetto a noi, che siamo occidentali. Così se dobbiamo figurarci una principessa bizantina, partoriamo immediatamente una immagine che è vicina o per lo meno simile alle principesse arabe. Una donna non velata, magari, ma distante, lontana dal mondo, chiusa nel cerchio del suo palazzo e del suo gineceo, che ha pochi contatti con gli uomini e pochissimi con la vita. Come immaginiamo una principessa bizantina? Forse bella, ma di una bellezza altera e sfuggente, i capelli trattenuti da veli ornati di pietre preziose che la rendono simile ad una icona, ieratica e fredda come le tessere vitree che compongono i mosaici. Nobilissima, ma distaccata, irragiungibile: un essere umano che riduce la sua vita a pochi passi dentro ad un palazzo di cui è signora e prigioniera, e da cui esce solo per andare alle solenni funzioni o ai rari incontri a corte, dove però un rigido cerimoniale impedisce ogni movimento spontaneo, ogni parola imprecisa. Una donna che non ha una vita se non come ombra e riflesso di padre e marito, entrambi nobilissimi senatori di quella strana Roma sul Bosforo che non parlava nemmeno più latino, ma greco.

No. Ma proprio no, no, no. Quando una poi prende in mano le fonti antiche e legge le biografie delle donne di Bisanzio, sovrane, principesse e imperatrici, si rende conto che il nostro cervello quando pensa a loro commette una serie di errori madornali, inciampa in stereotipi manco fosse Fantozzi. Chiuse al mondo? Disinteressate alla politica? Esiliate nel gineceo? Le Bizantine? Ma quando mai!

Raccontiamo per esempio il caso di Anicia Giuliana, che i luoghi comini li prende a pugni in faccia e li demolisce ad uno ad uno. Anicia Giuliana è la principessa bizantina per antonomasia, una summa di tutta la nobiltà di Roma sia ad Oriente che ad Occidente. La famiglia da cui discende per via di padre sono gli Anici, che fra IV e V secolo dopo Cristo sono un po’ come il prezzemolo: dove c’è un briciolo di potere da amministrare, zacchete, ci trovi un Anicio. Sono una delle gens più antiche di Roma, ma all’epoca della Repubblica e dell’impero romano ancora potente sono rimasti abbastanza nell’ombra: qualche console, un paio di generali e nulla più. Nel corso di tutti quei secoli di patriziato silenzioso, però, hanno accumulato valanghe di soldi, di terre, di beni in ogni cantone dell’impero, da Aquileia alla Bitinia. La loro svolta si ha con il cristianesimo, perché gli Anici sono una delle prime famiglie nobiliari che si convertono alla nuova religione. E quando l’impero diviene cristiano, loro sono lì, convertiti e prontissimi e diventare finalmente la nuova classe dirigente. Per un paio di secoli, trovi Anici dappertutto: per dare un’idea sono Anici un po’ di imperatori e qualche papa, ma anche Severino Boezio e Benedetto da Norcia.

La nostra Giuliana è una Anicia all’ennesima potenza, perché è figlia di un imperatore d’Occidente, Anicio Olibrio, che è durato meno di un partenoster, vabbe’, e ha contato come il due di picche, ma ha pur sempre portato la porpora. Ma soprattutto è discendente di imperatori e di imperatrici con i controfiocchi. La bisnonna materna era Galla Placidia, la donna che per tutta la sua vita era stata sempre imperatrice, in quanto figlia, sorella, moglie o madre di chi in quel momento era sul trono. L’altra bisnonna era Atenaide Elia Eudocia, una fanciulla che è una Cenerentola bizantina: figlia in bolletta di un famosissimo retore pagano, l’imperatore d’Oriente Teodosio II l’aveva sposata dopo essere rimasto folgorato dalla sua incredibile bellezza durante un’udienza in cui la ragazza si lamentava per l’eredità che i fratelli cattivi le avevano sottratto.

La nonna era Licinia Eudossia, moglie di Valentiniano III imperatore d’Occidente, donna di tale carattere e personalità che piuttosto che essere costretta a sposare Petronio Massimo (un Anicio, tanto per cambiare) nominatosi imperatore dopo averle fatto fuori il primo marito, aveva preferito chiamare in suo soccorso i Vandali e farsi rapire, riparando a Cartagine. Proprio a Cartagine, mentre erano ostaggi ma in fondo ospiti del re barbaro Genserico, Olibrio, che era dignitario di corte al seguito dell’imperatrice, si era fidanzato e sposato con la figlia di Eudossia, Placidia, e dai due era nata la nostra Giuliana. Che, oltre ai nobilissimi Anici e ai parenti della casa imperiale di Teodosio, si ritrovava quindi per zio Unerico, re vandalo figlio di Genserico, marito della zia, anche lei di nome Eudocia.

Sì, perché anche questa cosa dei “barbari” bisogna chiarirla una volta per tutte. Quando noi oggi pensiamo ai barbari (Goti, Visigoti, Vandali, Unni) ci immaginiamo dei marcantoni sbucati dalle selve del Vattelappesca, che assaltano Roma coperti di pelli e di elmi cornuti, e capaci solo di emettere suoni gutturali. Di nuovo: no. I Goti, i Visigoti e persino gli Unni – sì, quelli di Attila, quelli lì – non sbucavano dal nulla, erano già dentro l’impero dove lavoravano a contratto come mercenari, parlavano latino (almeno i loro capi), vestivano alla romana o quasi, contrattavano come esperti negoziatori con il Senato e con gli imperatori e solo se costretti saccheggiavano città romane. Di solito preferivano venire pagati e spesso ambivano a sposare principesse romane, per mettere su famiglia e procreare figli mezzosangue da poter poi far diventare imperatori.

Gli Anici con i Goti avevano una lunga consuetudine, anzi una vera e propria amicizia consolidata. Basti pensare che addirittura nel Senato di Roma erano guardati male perché li si indicava come “gotizzanti”, cioè si sussurrava che a bella posta intrattenessero rapporti con i capi delle tribù gotiche per garantirsi posizioni di potere nell’impero.

Fatto sta che la nostra Giuliana fin da giovanissima diviene una pedina nel grande gioco della politica. Il padre muore in pratica appena nominato imperatore, e lei torna a Bisanzio, ricchissima e bellissima, e soprattuto single. Il primo che le propongono come fidanzato e sposo è un barbaro, vedi un po’, ma di quelli che già da allora si capiva destinati ad una prospera carriera: si tratta di Teodorico, re dei Goti.

Sì, quel Teodorico lì. Quello che l’imperatore bizantino Zenone manderà in Italia a far fuori Odoacre e diventare re della penisola. Quando Giuliana lo conosce Teodorico è in realtà un giovane ufficiale dell’esercito bizantino, allevato a corte come ostaggio, che parla greco e latino, e verrà addirittura nominato un anno console. Poi noi lo chiamiamo barbaro, ma vabbe’: alla corte di Bisanzio ci sono “romani” che sono romani quanto se non meno di lui, e anche più zucconi. Lo stesso imperatore Zenone è un ex militare arrivato al trono dalle montagne dell’Isauria, un posto sperduto nella attuale Turchia centrale, che i Bizantini fanno fatica a considerare una terra anche lontanamente civile. E uno dei suoi successori, Giustino, zio del più famoso Giustiniano, zomperà fuori da un buco di villaggio nei Balcani, tanto dimenticato da Dio che neppure gli avevano insegnato a leggere e scrivere.

Non si sa bene perché il matrimonio fra Giuliana e Teodorico non vada in porto. Lei lo rifiuta, lui alla fine preferirà impalmare una principessa franca. Lei non si scompone più di tanto, e poco dopo si sposa con un altro generale ben piazzato a Bisanzio, Flavio Dagalalfo Areobindo, che già dal nome si intuisce: barbaro pure questo. Anzi, per essere precisi, pure questo Goto.

Areobindo nell’esercito bizantino è una colonna portante, e proviene da una famiglia ormai romanizzata da un paio di generazioni: vince i Persiani e a Costantinopoli è nominato due volte console. Gran patrocinatore di giochi al Circo, quando nel 512 a Bisanzio scoppia una rivolta contro il poco amato imperatore Anastasio, la folla corre a casa sua e di Giuliana per proclamarlo imperatore. Abbiamo detto “sua e di Giuliana”, ma non si sa se l’ordine nella percezione della folla fosse proprio questo. Perché Giuliana a Costantinopoli pare che fosse un personaggio più noto ed influente del suo stesso marito, che era probabilmente considerato una sorta di “principe consorte”.

Come vadano le cose in questa concitata vicenda non è chiaro: la folla entra in casa, ma Areobindo non c’è, è scappato o si è nascosto, e quindi la proclamazione popolare ad imperatore è nulla. Nel frattempo Giuliana media nell’ombra con Anastasio, spaventatissimo. Alla fine dei giochi, ci sono due vincitori ed un trombato: i vincitori sono Anastasio, che resta sul trono, e Giuliana, il cui figlio Olibrio viene nominato erede al trono da Anastasio e ne sposa la nipote, Irene. Il trombato è il povero Areobindo, che per un attimo ha sfiorato la porpora, ma che la moglie ha giudicato sacrificabile ai suoi giochi dinastici di potere.

Il diavolo, però, si sa che fa le pentole ma non i coperchi. In questo caso, poi, il diavolo è bizantino. Alla morte di Anastasio, Giuliana pregusta la gioia di poter diventare imperatrice madre, e rinnovare i fasti delle più celebri antenate. Ma Olibrio, il figliolo, viene fregato in dirittura d’arrivo. Giustino, un oscuro ed analfabeta comandante della guardia imperiale, consigliato dall’anima nera del nipote, il futuro imperatore Giustiniano, corrompe e intorta il popolo di Bisanzio che deve proclamare il nuovo imperatore e si prende il trono e la porpora.

Lo smacco per Giuliana è terribile, e forse non è un caso che del figlio Olibrio non sentiamo più parlare: persino l’amore materno si deve arrendere al fatto che era un imbecille.

Sentiamo invece ancora parlare di lei, e molto. Preso atto che gli uomini della sua vita non sono all’altezza, Giuliana inizia a giocare in proprio una sorda ma dura battaglia per osteggiare la nuova famiglia imperiale, formata da questi buzzurri venuti dai Balcani: l’analfabeta Giustino, la di lui moglie Lupicina Eufemia (una ex schiava e forse prostituta ignorante e rozza come il marito), il freddo e calcolatore Giustiniano e la concubina di lui, Teodora, una attrice porno ed escort d’alto bordo che ora, accalappiato Giustiniano, si dà arie da gran dama convertita.

Sullo sfondo la Bisanzio dell’epoca, grandiosa e corrotta, superstiziosa e fanatica, appassionata oltre ogni dire di due cose: le gare del circo e le controversie teologiche.

Giuliana è sangue di Teodosio, e campionessa di ortodossia. L’avo ha reso il cristianesimo religione di Stato, lei decide di donare a Costantinopoli le chiese più belle e ricche del mondo allora conosciuto. Restaura quelle fondate dalla bisnonna, ne fonda di nuove, in polemica sottile ma costante con Giustiniano. Ogni mattone è uno schiaffo ai nuovi sovrani, che non hanno alle spalle una storia, che non hanno alle spalle una famiglia nobile, che hanno solo il potere, il potere bruto. A casa di Giuliana sostano papi ed ambasciatori, il popolo di Bisanzio la considera una sua patrona, come se fosse in fondo la vera imperatrice. E del resto non si può considerare credibili come sue rivali né la povera Lupicina, che il marito fa ribattezzare Eufemia come la santa più famosa dell’epoca per ripulirla un po’ e insediarla sul trono, ma è una balcanica grezza e senza educazione, diventata bigotta dopo una vita di stenti al seguito delle truppe, né la bella Teodora, figlia di uno sguattero del Circo, che già a quindici anni era famosa per gli spettacoli hard e i tanti amanti che la mantenevano.

Narra la leggenda che Giustiniano, anima nera dello zio, abbia cercato in tutti i modi di impadronirsi del patrimonio favoloso di Giuliana, e abbia persino minacciato un giorno, sfibrato dalla fastidiosa e costate fronda, di farglielo confiscare. Al che Giuliana, progenie di imperatori, ed avvezza fin da giovane ai repentini cambiamenti di fortuna, non pare che si sia scomposta: si racconta che abbia preso gran parte del suo oro, lo abbia fatto fondere per realizzare pannelli superbi per una delle sue chiese, mandando a dire a Giustiniano: «L’oro è lì, vattelo a prendere, se hai coraggio!»

Non ebbe quel coraggio, Giustiniano. Ma imparò la lezione. Appena asceso al trono, nonostante Giuliana fosse morta, per provare ad oscurarne per sempre la memoria volle prendersi una tardiva vendetta facendo edificare S. Sofia, chiesa più grande e più splendida di quelle costruite da Giuliana.

Non gli riuscì. Di Giuliana restò famoso il nome, e la sua effige, miniata dentro un codice che oggi si trova a Vienna, in cui lei, e solo lei, senza marito e figlio, senza parenti o maschi attorno, è ritratta trionfante in solio, assisa fra la Prudenza e la Magnanimità, che le fanno da ancelle. Così la volle ritrarre il popolo di Bisanzio, che le regalò quel manoscritto per ringraziarla delle sue chiese. Così si vedeva forse lei, che a Bisanzio non fu mai imperatrice, ma che della città fu, a suo modo, la padrona.

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