Integrazione culturale a Spinola: il cicchetto cinese

Quando la notizia era circolata in paese, l’anno scorso, l’intera comunità ne era rimasta fortemente scossa. Gaspare, lo storico fritolìn di Spinea, passava ai Cinesi. Ci sono poche cose che destabilizzano la vita di un pensionato veneto, e la chiusura dell’osteria dove va a bersi, a qualsiasi ora del giorno, l’ombra di bianchetto e mangiare qualche cicchetto bisunto, è una di quelle. Restavano, per fortuna, da guardare i cantieri aperti e disseminati per tutto il paese. Ma senza potersi poi confortare con un bicchierino da Gaspare, persino il loro fascino veniva compromesso.

Per scongiurare l’evento i vecchietti di Spinola hanno tentato ogni strada. La prima è stata la moral suasion. Una delegazione di pensionati, capeggiata dall’ottantaduenne Olindo Spolaor, presidente del circolo di bocce, si è recata da Gaspare in missione. La mano sul cuore, Olindo ha sfoderato tutte le armi della retorica conosciute, ricordando non solo la comune ed ormai lontana gioventù, in cui lui e Gaspare saltavano per i fossi di una Spinola ancora bucolica, ma anche e soprattutto l’immenso investimento avvenuto negli ultimi cinquant’anni da parte di tutti gli abitanti del paese in polpettine bisunte, mozzarelle in carrozza grondanti non meglio definito olio vegetale, calici di dubbio prosecco e spritz annacquati. il rapporto fra Gaspare ed i suoi clienti era stato forte, quasi fossero una famiglia: e proprio per questo nessuno mai aveva invocato l’ufficio igiene per controllare il rispetto delle normative nella cucina alloggiata nel bugigattolo del retrobottega, lasciando che essa fosse un far west dove nessuna legge dello Stato italiano era applicata, soprattutto quelle riguardanti la conservazione e la cottura dei cibi.

Era stato un discorso commovente, che aveva usato tutti gli artifici della retorica antica e moderna, e Olindo si era erto nel mezzo del coro greco di vecchietti annuenti come un Menenio Agrippa redivivo. Ma non c’era stato nulla da fare. Gaspare aveva scosso il capo e commentato: «So’ vecio

«Ma almanco non sta vender ai Cinesi!» aveva pietito il coro.

«Xè i unici che g’ha i schei

Di fronte a questa innegabile argomentazione cronologica e soprattutto economica, tutti gli artefici retorici erano andati a farsi benedire.

Olindo non si era rassegnato. Aveva quindi spostato il suo coro greco di vecchietti presso l’ufficio del Sempresindaco Taragnin, chiedendo udienza. Qui il dialogo aveva preso toni millenaristici. Il fritolìn! Ai Cinesi! Non era questione di soldi, era un problema di difesa della civiltà occidentale. C’era il serio rischio che torme di pensionati non avessero più il loro porto sicuro dove passare le giornate, per tacere della terribile e nefasta eventualità che i cicchetti bisunti e i bianchetti venissero sostituiti con chissà che intruglio di riso o conditi con la salsa di soia.

Al Sempresindaco Taragnin la gravità della questione non era sfuggita. Il suo zoccolo duro di voti dipende in gran parte dai pensionati di Olindo, e Taragnin è ben consapevole che un vecchietto a cui non sia garantito un fritolin come si deve è un vecchietto che poi non va a votare, o peggio usa la cabina elettorale per vendicarsi. Ma si è scontrato con i limiti del suo potere di Sindaco, per quanto di lunga data: Gaspare, da bravo bottegaio, ha fatto orecchie da mercante ai serveri richiami sindacheschi e persino alle velate minacce di mandare i NAS a controllare le cucine.

«Tanto g’ho za firmà el contrato.» ha spiegato, facendo spallucce a Taragnin e alla tradita civiltà occidentale.

Il Sempresindaco si è trovato imparpagliato: Da un lato un Gaspare irremovibile, dall’altro un comitato di vecchietti sempre più preoccupati e sul piede di guerra, che chiedevano azioni concrete da parte dell’Amministrazione. Ha così deciso di convocare in Comune i nuovi gestori cinesi, ovvero la bella Mei Mei e suo fratello Bo.

Non appena i due sono entrati nell’ufficio del Sempresindaco si è sentito un sonoro e rutilante crash di stereotipi culturali spatasciatisi a terra in mille pezzi, e di botto. Pronto a ricevere una coppia di immigrati di modesta condizione e di scarsa malizia, il Sempresindaco si è trovato davanti invece i due Mei, di cui l’una è una ragazza sveglia e minuta, ma con il caratterino di una tigre asiatica, che s’è presentata in tacco dodici, Luisvuitton d’ordinanza e aria palesemente scocciata, come la più integrata delle lady imprenditrici venete, l’altro è un ragazzone sorridente vestito Prada, laureato in legge a Padova, ed abituato a gestire il patrimonio di famiglia, che comprende tre alberghi e un numero imprecisato di bar sparsi in tutta la provincia.

Il colloquio è stato spossante come una partita a scacchi fra maestri. Ogni velata minaccia di Taragnin è stata prontamente rispedita al mittente con sorridente perfidia orientale da Bo, che, da bravo avvocato, pur essendo cinese ha acquisito nell’ateneo patavino una capziosità bizantina nell’interpretare a suo favore le leggi. Ma ha anche imparato i fondamentali della cultura occidentale, ed italica nello specifico. Così alla fine ha voluto offrire all’avversario un compromesso per tacitare i vecchietti furiosi, garantendo che la nuova barista assunta sarebbe stata la figlia di Olindo Spolaor, da anni disoccupata.

Celebrato il compromesso storico ed etnico, il comitato dei vecchietti ha cambiato del tutto il suo approccio alla questione fritolin cinese. Olindo-Menenio Agrippa ha ricordato ai suoi, in una commmovente orazione, che Cina e Venezia sono amiche per lo meno dai tempi di Marco Polo, e che se a noi i Cinesi hanno insegnato come fare gli spaghetti, è dovere dei Veneti ricambiare consentendo loro di servire lo spritz.

Ieri pomeriggio, passando vicino al baretto ormai in gestione cinese da più di un mese, la scena era questa: il tavolo dei vecchietti, sotto la pergola di vite rossa, beveva bianchetti e giocava a briscola, intonando in coro Le glorie del nostro Leon.

E, per dare ulteriore prova di integrazione fra le nuove nazioni emergenti e la tradizione veneta autoctona, fra una carta e l’altra bestemmiavano come Turchi.

E’ un racconto di fantasia che non riprende fatti o personaggi reali. Se qualcuno si riconosce, vuol dire che gli offro uno spritz cinese al baretto.

3 pensieri su “Integrazione culturale a Spinola: il cicchetto cinese

  1. divertente e di fantasia, ma non troppa. Ormai tutti i baretti sono in gestione cinese. Gli italioti hanno rinunciato tutti chi come il fritolin vecio chi dopo pochi mesi. I cinesi tengonoa perto il baretto dalla sei della mattina alle due di notte tutti i giorni.
    Comunque sei una grande scrittrice.

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  2. Bel racconto. Di fantasia sì, ma non troppa e non solo perchè davvero tanti bar sono passati nelle mani dei cinesi, ma perchè gli stessi poco alla volta si stanno integrando. Le nuove generazioni studieranno sempre di più nelle nostre scuole, faranno sempre di più gli stessi percorsi che fanno gli italiani. Olindo e Taragnin permettendo.

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  3. troppo simpatico questo racconto !!!!! Una domanda sorge spontanea: ma i cinesi sono abbastanza onti da poter cucinare il fritoin??

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