Le facoltà umanistiche che non servono e il luminoso futuro italiano basato sulle idee di Stefano Feltri

Oggi, su Valigia Blu, Antonio Scalari cerca di spiegare seriamente a Stefano Feltri che la sua idea di dissuadere i giovani ad iscriversi alle facoltà umanistiche non sta in piedi. Lui lo fa appunto seriamente. Io invece mi limito, applicando le leggi dell’economia, a immaginare lo scenario futuro se le idee di Feltri venissero applicate. Divertitevi. E salutatemi a Feltri, ovviamente.

Buongiorno, siamo nel 2035, e da qualche anno, a seguito dell’uscita sul Fatto Quotidiano di un illuminante articolo di Stefano Feltri, tutti i giovani hanno smesso di iscriversi alle facoltà umanistiche, e il Governo ha tagliato i finanziamenti a tutti i corsi di laurea che non garantissero ai loro iscritti immediatamente dopo il conseguimento del titolo uno stipendio alto.

Secondo le teorie del Feltri questa, per quanto dura, sarebbe stata la ricetta destinata a rendere l’Italia finalmente una nazione competitiva sul mercato. Basta foraggiare i grilli per la testa di tutta questa massa di ragazzi che voleva conseguire lauree inutili come quella in Filosofia o in Filologia romanza o persino Teatro (esiste una laurea in Teatro? Secondo Feltri sì, quindi sarà vero).

Analizziamo però cosa è successo.

Negli anni successivi al cosiddetto “editto feltriano” l’Università in Italia è collassata nel suo complesso. Paradossalmente i problemi più grossi non li hanno avuti le facoltà umanistiche, che anzi, trovandosi improvvisamente quasi vuote hanno cominciato a lavorare finalmente a pieno ritmo. Le lezioni prima ingorgate da centinaia di studenti iscrittisi tanto per prendere un titolo di laurea in una facoltà che ritenevano facile sono spariti, e i dipartimenti si sono ridotti a pochi gruppuscoli di studenti molto determinati ed organizzatissimi. Risultato: non solo si studia da dio, ma gli studenti di Lettere, Filosofia e Storia sono richiestissimi. Le università straniere si contendono a colpi di stipendi da favola i pochi laureati in Lettere italiani (del resto, già lo facevano prima: tantissimi andavano a fare dottorati e poi rimanevano come docenti in università straniere), la laurea in Filologia classica, romanza o genericamente in Storia della Letteratura Italiana garantisce una occupazione del 100% e anzi le richieste del mercato sono di molto superiori al numero di laureati presenti, per cui alla fine a prendere le cattedre sono studiosi rumeni o albanesi. I problemi semmai sono  trovare personale per le scuole superiori e medie. Dato che i laureati in lettere sono richiestissimi, si fa infatti fatica a trovare personale che insegni l’italiano nei gradi più bassi di istruzione. Fortunatamente il Governo, grazie alla Riforma Renzi, permette di assegnare le cattedre anche a chi non abbia una abilitazione specifica e così alla lunga insegnare italiano per uno stipendio da fame nella scuola pubblica è diventata una valvola di sfogo per i tanti cenciosi laureati in economia.

Già, perché sono proprio loro che ahimè hanno pagato il prezzo della crisi. Convinti dal verbo feltriano, i giovani italiani nel 2015 hanno cominciato a ingorgare ovviamente Economia. La qualità dello studio è crollata a picco: assediate da migliaia di giovani in più rispetto al passato (e già erano quasi al collasso),le facoltà  sono cadute nel caos più completo. Le lezioni si sono dovute organizzare negli stadi di calcio, interi appelli si sono tenuti con votazioni collettive date a casaccio. I risultati sul lungo periodo non sono mancati: c’è stato un boom di laureati in Economia che però il mercato non ha saputo assorbire. Molti, pur di trovare un posto di lavoro, dopo aver conseguito una laurea che ormai era carta straccia, si sono dovuti indebitare per fare costosissimi master in materie umanistiche, tipo Archeologia, per tentare una carriera alternativa. Altri hanno ripiegato su oscuri lavoretti d’ufficio mal pagati o sono diventati operatori di call center.

Ma i disastri dell’editto feltriano sono stati più profondi. Il calo improvviso di giovani dotati di un solido curriculum umanistico ha scompensato numerosi settori produttivi. In crisi nera tutto il settore della produzione cinematografica e televisiva, compreso quello della documentaristica scientifica, perché il laureato in materie scientifiche medio, purtroppo, ha studiato perfettamente i processi, ma non sempre è capace di scrivere per la divulgazione, e men che meno inventare poi trame o creare personaggi per film e telefilm. Collassato anche il settore pubblicitario, dove mancano totalmente i copy, e i centinaia di aspiranti manager non sono in grado di trovare uno slogan decente o inventare un logo decoroso, in quanto ad economia è noto che non insegnano inutili baggianate artistiche. Una volta chiuse per mancanza di iscritti le Accademie di Belle Arti, e i Licei Artistici (non servono, a fare l’artista non si campa) e ridotta la facoltà di architettura a pochi iscritti in quanto per progettare case funzionali basta un geometra, è tracollato anche il settore italico del design e della moda.

Altro settore distrutto è stato quello dell’editoria. Mancando totalmente i laureati umanistici non sono certo venuti meno i migliaia di aspiranti scrittori che inviano manoscritti alle case editrici (quelli, ahimè, di rado poi hanno una qualche formazione letteraria vera alle spalle) ma è praticamente impossibile trovare a salari abbordabili un redattore ed un editor, in grado di scegliere i manoscritti promettenti, valutarli e correggerli. Le case editrici italiane hanno cercato sulle prime di ovviare il problema ricorrendo alla pubblicazione solo di libri stranieri tradotti. Ma anche qua, le facoltà di lingue e letterature straniere sono state ridimensionate, in quanto umanistiche. Risultato, anche i laureati in lingue devono essere pagati e peso d’oro, e gli editori non hanno più i margini di guadagno di un tempo. Ciò ha causato la chiusura di grandi case editrici e conseguentemente anche di quasi tutti i giornali, compreso il Fatto Quotidiano.

L’ultima volta che nel 2025 si sono avute notizie di Stefano Feltri, l’ex giornalista campava stentatamente dando ripetizioni di italiano ad un alunno delle scuole medie per pochi euro all’ora.

Ma era la legge del mercato a determinare ciò, e lui, da economista, l’ha accettata senza discutere.

8 pensieri su “Le facoltà umanistiche che non servono e il luminoso futuro italiano basato sulle idee di Stefano Feltri

  1. Mi sembrano due posizioni estremistiche.

    Tutte e due che immaginano un futuro che non tiene conto dell’evoluzione sociale, economica e sopratutto tecnologica che crea “velocemente” nuovi scenari che solo da noi non si vedono perché gli “intellettuali” sono dello spessore di Feltri.

    Uno oggi si laurea in Economia, per che fare?
    Il consulente finanziario?
    Cioé uno dei lavori che ha ill 99% di probabilitá di essere sostituito da una macchina?
    O il giornalista.
    Lavoro che è già in fase di sostituzione con programmi.

    E poi, per andare dove?

    Negli USA c’é una grande richiesta di laureati STEM, ma le vedete le aziende italiche che assumono statistici quando la TV mette continuamente in burletta una sciena esatta?

    Oggi nessuno sa cosa troverâ da fare un 14enne a fine studi, e quindi la scuola dovrebbe adeguarsi a questa incertezza.

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  2. A me sinceramente sembra la solita presa per il culo. Io sono laureato in ingegneria informatica, ho anche dato l’esame di stato, con il vecchio ordinamento, certo lavoro, ma tornassi indietro non avrei sprecato tempo e soldi a studiare. Il problema e` che quando ho iniziato io c’era ad Ivrea una multinazionale dell’informatica, adesso totalmente distrutta, per cui il fabbisogno di persone che sappiano in Italia progettare un calcolatore si e` piuttosto ridotto.

    Leggendo l’articolo si parla pure la cantonata dei geologi. Credo che basti aprire un giornale oggi per capire che in Italia servirebbe che venissero impiegati piu` geologi ma non lo si vuole fare. Del resto per costruire una casa in mezzo ad una fiumara e` meglio che non ci siano architetti e geologi in giro…..

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  3. Vexatissima qestio, Galatea, sulla quale ci siamo già “scontrati” ca un anno fa, se ben ricordo. se avessi il link della ns discussione (era tra liceo classico e scuole tecniche, in verità) lo incollerei.

    La realtà incontestabile è che l’Italia è stata, è e sarà ancora per lungo tempo, governata e gestita da politici ed “uomini di cultura” con formazione umanistica, giuridica ed economica (e l’economia è tutto fuori che una scienza). I risultati li abbiamo sotto gli occhi, “li giudicherete dai loro frutti”, ed il ns è il popolo più ignorante in scienza, tecnica e gestione razionale della vita del mondo sviluppato (ancora per poco, tra i paesi sviluppati).

    Fate un po’ voi, in questi giorni da radio e TV ci viene somministrata giornalmente la favoletta che “è la cultura il ns vero petrolio”, e gli italiani si illudono che, facendo per bene, potrebbero vivere agiatamente facendo i custoidi di musei e le guide turistiche. O i camerieri e le “segnorine” ?

    Anonimo SQ

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  4. Dunque, Anonimosq, illuminaci dall’alto della tua superiore conoscenza: visto che le statistiche (trovi i link nell’articolo) che i laureati in lettere trovano alla fine posto più facilmente di alcuni laureati in discipline scientifiche in Italia, spiegaci in base a quale strano calcolo volersi laureare in lettere sarebbe una scelta dissennata, come diceva Feltri nell’articolo contestato.
    Poi hai ragione: in un paese dove milioni di stranieri ogni anno vengono per ammirare i nostri beni archeologici e culturali, e ne verrebero molti di più se fossero adeguatamente promossi e tenuti bene, in effetti pensare che serva personale che si occupi di musei e di turismo è chiaramente una stupidaggine. E’ lapalissiano.

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  5. Mentre gli “intellettuali” nostrani discettano su come un giovane deve prepararsi al futuro, c’è chi il futuro lo vede già in tutt’altra prospettiva “filosofica”.

    Come distinguere un umano da una macchina che pensa?

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