Per chi votiamo, domani?

«E domani per chi votiamo?» La domanda cade così, come un meteorite che improvviso sfreccia nell’atmosfera e si schianta sul pianeta, cogliendo di sorpresa i dinosauri.

E Nino, che è lì e se la vede arrivare addosso, ha proprio la faccia del dinosauro stranito, messo di fronte di colpo all’evidenza della sua imminente estinzione. Sapeva che sarebbe arrivata, prima o poi, la domanda, ma l’ha ignorata con la testarda determinazione con cui si evitano le cose che non si possono affrontare.

Per chi votiamo. Eh, già.

Attorno a lui, nella vecchia sezione del partito, ci sono macerie di volantini e pile di foto patinate con candidati sorridenti. Una valanga di ambizioni democratiche che da lunedì andranno portate in discarica e smaltite nella carta straccia. Conosce il copione da anni, perché da quando è bambino è stato coinvolto in una teoria di tornate elettorali. Ha cominciato a distribuire volantini quando ancora gattonava, ha seguito il padre sulle piazze dei mercati, nei comizi, ha imparato a fermare la gente per strada per ammollare loro santini, ha concionato con megafoni in mano, o snocciolando slogan all’altoparlante dall’interno di macchinine e pulmini scalcagnati. La sua infanzia, la sua giovinezza ed anche la maturità sono state questo: una sequela infinita di elezioni, come se in Italia non si fosse fatto altro che votare, votare, votare, e la vita si riducesse ad essere l’appendice di una scheda o di una lista.

E’ una fatica che schianta, il retrobottega della politica. Chilometri di strade macinate per settimane, e piazze e vie e mercati rionali o paesani e feste e sagre e fiere e caldo che ti ammazza o freddo da tagliarti le gambe, acquazzoni o nebbioni improvvisi su stradine desolate, notti buie da tagliare col coltello in cui corri per viuzze deserte, con la macchina zeppa di manifesti e bidoni di colla puzzolente. Ha vissuto così per anni, e in fondo non se ne è mai chiesto il motivo.

Spesso la vita non è quella cosa che ti costruisci ma quella che ti ritrovi. Lui quella si era ritrovata, da sempre, perché suo padre era in politica e la politica è un’impresa di famiglia, che assorbe anche mogli, figli, fratelli, amici e cognati. Tutti mobilitati a dare una mano, per il candidato e poi per il partito, o per il partito comunque, quando il candidato non è di tornata, perché il Partito poi è una grande famiglia, e se non si candida uno c’è sempre qualche altro che ha bisogno di una mano, di un aiuto, di un appoggio.

Non è che gli stessero tutti sempre simpatici, i candidati del suo partito. Ma erano suoi, come era suo il padre, che manco suo padre gli stava sempre simpatico, del resto. Però la politica è anche questa cosa: che i tuoi li senti tuoi, o almeno ti dici che per quanto stronzi sono sempre meglio degli altri. Quindi si votano, e si aiutano, e si appoggiano, anche solo per abitudine, anche solo per coerenza, anche solo così.

Però stavolta anche lui ha sentito qualcosa che stonava, persino nell’abitudine, persino della routine. La sente anche adesso, mentre prende in mano e riguarda le immagini dei candidati sulla carta. Facce tirate e lisce, belle, fotogeniche, ritratte con le luci giuste ed addosso gli abiti giusti, su sfondi scelti da fotografi professionisti. Li conosce tutti perché sono mesi che si sbatte per loro, portandoli e accompagnandoli qua e là, facendo da anfitrione e da guida sul territorio. Ma non li riconosce, perché gli sembrano tutti così uguali, così intercambiabili, che alla fine non riesce ricordare se il giorno prima ha portato in giro Tizio o Caia, Gualtriero e Callista. Nella sua testa è tutto un grande blob di mani stette in fretta e frasi grintose e vincenti snocciolate a chiunque capiti, slogan imparati a memoria senza niente di personale. Oh, lo sa. Lo sa perfettamente che qualsiasi frase, anche quella in cui credi di più, alla millesima volta che la dici ti suona vuota, un mantra di sillabe senza senso.

Ma stavolta l’impressione che ha avuto è che le frasi fossero senza senso fin dall’inizio,  fossero state partorite vuote, e i candidati fossero soltanto stampelle per parole prive di agganci con la realtà. Così guarda i volantini come se non fossero carta da domani destinata al macero, ma al macero ci fossero già: una caterva di idee stantie e fraciche, ammassate a pacchi, per terra, nella polvere, da cui non si poteva trarre nulla, da cui non poteva nascere niente di buono.

E quando io gli chiedo: «E per chi votiamo, domani? », lui guarda quel deserto di carta e dice, confortato:

«E che cazzo ne so.»

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8 pensieri su “Per chi votiamo, domani?

  1. Una domanda di riserva? 😉
    Se non fosse che c’è ben poco da ridere i programmi esposti dai candidati potrebbero nutrire per anni il repertorio di qualunque attore comico.
    Cose lette e rilette ma noi…da bravi elettori, abbiamo la memoria corta.

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  2. sarebbe estremamente interessante sapere come voterebbe la signorina Galatea, filosofa di una certa caratura, ma non se fosse in Veneto, dove tanto il risultato è già certo, ma in una piccola e tribolata incerta terra come la Liguria

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  3. La risposta alla domanda è molto semplice se si sceglie in base a quello che i candidati sono, e non in base a quello che dicono. Con le parole possono dire quello che vogliono, ma i fatti dicono tutt’altro. Se si scartano tutti i candidati condannati, o coinvolti in situazioni poco chiare (tipo quelli fotografati in macchina con boss e pregiudicati), rimangono uno o due candidati. Di questi due, scarta quello che fa uso massiccio di santini e affigge manifesti accanto agli avvisi “vietata l’affissione” e hai trovato il nome.

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  4. Leggendo didone per esempio mi sono reso conto che il mondo è sempre andato cosi . …fin da quando la democrazia è stata inventata. …forse siamo noi elettori a dover cambiare. ….in Liguria chi è cagion del suo male ….Ne paghi le conseguenze. …lla vecchiaia è sempre stata considerata fonte di esperienza e saggezza. ….quando si confonde Cofferati con scaiola la colpa nn è di chi propone ma di chi sceglie. ….

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  5. E’ un problema di conoscenza e di coscienza. Attualmente in Italia esiste un equilibrio instabile tra la parte buona del paese, dotato di conoscenza e coscienza e la parte malata del paese (in leggera maggioranza) la quale è carente di conoscienza e coscienza. Ma come tutti i malati hanno una possibilità di guarigione, anche la parte malata di questo paese può farcela. Occorreranno dosi massiccie di antibiotici a base di cultura, onestà e amore.

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