Crema, ovvero la saggezza del margine

Crema, lo confesso, è una di quelle città che sai che esistono, ma non ti sei mai soffermata esattamente a circoscrivere dove. Il nome, diciamolo, non aiuta: come lo senti, Crema, pensi ad uno scherzo, o al regno di Re Biscottino. Crema, dove può esistere una città che si chiama davvero Crema? Giusto in provincia di Bignè.

Studiando come arrivarci, ti accorgi che davvero fa un po’ parte di un mondo parallelo, perché sì, è in Lombardia, terra che nell’immaginario collettivo di noi Italiani è sinonimo di modernità ed efficienza, e quindi la si pensa sempre come connessa con tutto tramite collegamenti velocissimi, treni che sfrecciano nella pianura con efficienza meneghina, per cui tu parti dalla sonnacchiosa e sonnolenta laguna dal ritmo di gondola e, pàffete, arrivi in un fiat, manco viaggiassi con il teletrasporto di Scott.

Invece no. Ma proprio no. Quando ti presenti alla biglietteria della stazione di Mestre e spieghi dove vuoi arrivare, il bigliettaio cortese sorride come se gli avessi chiesto di prenotarti un eurostar per Reykjavik diretto. E ti illustra, paziente, che ecco, Crema in treno non è cosa, perché non è che il treno non ci arrivi, per carità, ma non è ben chiaro quando; cioè sì, un paio di treni al giorno ci passano, ma insomma a Crema la stazione più che un servizio è un monumento del tempo che fu, la tengono come decoro urbano.

Quindi ti organizzi, sfruttando la gentilezza della collega che ti ha invitato a presentare il tuo libro nel suo liceo: sono gentili, le genti di Crema, come sempre sono i gentili gli abitanti di città che è difficile raggiungere, perché sanno che di là non si passa, si viene apposta, e tanta determinazione va premiata. Quindi ti viene a prendere a Brescia, e tu sfrecci per la campagna lombarda che è ancora campagna campagna, quella con i casolari isolati lungo strade che si srotolano nel verde come nastri grigi e si incrociano in sporadiche rotonde giganti, ai lati delle quali spuntano cartelli dell’Expo.

Poi parli con i ragazzi, che ti intervistano, e sono entusiasti del tuo libro, e ti fanno domande su Cesare e Augusto, e vogliono sapere qual è il tuo personaggio preferito e ci tengono a dirti qual è stato il loro, e già si prenotano per leggere il libro successivo, perché i filosofi presocratici li devono studiare comunque, e se glieli spieghi in modo divertente anche tu, meglio.

E poi si esce, a fare un piccolo giro per la città, anche perché farne uno lungo è difficile: la città è piccola di suo. E’ un dedalo di vie risorgimentali lastricate di pavé, calde di cotto, ornate di palazzi provinciali e discreti, che si pavoneggiano sulla strada con la facciata severa di ordinanza, ma si aprono improvvisi in androni ombrosi, che lasciano intravvedere cortili e giardini. Sono palazzi che ricordano le quinte teatrali: monumentali ma con la profondità di una scenografia d’opera. E’ una città padana ed ordinata, come sono ordinate le città che hanno tutta la pianura per estendersi con calma, e un po’ ci si stiracchiano come i gatti al sole.

La immagini fasciata di nebbia d’inverno, come una Avalon dimenticata dal tempo, e nelle vie del centro ti pare quasi di sentire ancora l’eco degli zoccoli dei cavalli e delle carrozze provenienti da qualche lontano medioevo o da qualche più vicino episodio risorgimentale. Ti figuri i seri notabili di provincia, in marsina, che commentano al caffè e in piazza gli eventi delle guerre di Indipendenza, e le contessine giovani che leggono di nascosto dai genitori, all’ombra dei porticati e dei chiostri, le lettere segrete del moroso garibaldino. Non fai fatica nemmeno a indovinare i loro nomi, un profluvio di Ortensie e di Edmondi, imbevuti di ingenua retorica ottocentesca a mezzo fra De Amicis e Dantés. Sono fantasmi sfocati che il sole incerto della Pianura Padana conserva e tiene in vita, ti sembra di udire il fruscio degli antichi fogli di giornale e delle crinoline, di voci educate che sussurrano e si confondono con quelle dei loro discenti odierni, come loro in piazza ed al caffè, a leggere il giornale e commentare il messaggino di Whatsup appena arrivato sul telefonino.

Ha un suo fascino, Crema. Il fascino di un gioiellino di nonna che ritrovi per caso nel baule in soffitta, e una volta che ci hai soffiato via la polvere risplende della sua grazia antica. Il fascino dei luoghi dove il tempo scorre, sì, ma con un ritmo tutto suo, perché stare ai margini vuol anche dire potersi concedere il lusso di non precipitare mai, ma giocare sul limite e guardare gli altri che si scapicollano: perché stare ai margini alle volte non è isolamento, è saggezza.

15 pensieri su “Crema, ovvero la saggezza del margine

  1. Io da qualche anno mi sono trasferita (per amore) da Padova a Lodi. A Lodi il treno, per fortuna, ci arriva, ma è comunque Lombardia periferica e la tua bella descrizione mi ha fatto capire perché comincio a volerle bene.

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  2. Severgnini è di Crema, e ogni tanto la descrive con la tua stessa leggerezza.
    Comunque anche raggiungere Bergamo…..

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  3. Crema? In fondo è in provincia di Cremona, che vuoi che sia? Quanto al biglietto ferroviario il vero incubo dei Ferrovieri è Ŕho, se vivono e lavorano in zone d’italia fuori mano ( rispetto a Rho). In compenso di treni ce ne passano fermano quanti ne vuoi. 🙂

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  4. Crema, come molte altre città piccole ma tagliate fuori dalle vie di comunicazioni, vive in un’atmosfera ben lontana dal nostro abituale. Tu ne hai descritto perfettamente l’aria che si respira con toni altamente poetici.

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  5. io ci sono nata. è così – precisa precisa – nel bene e nel male. dipende poi da come si è fatti, io volevo che nella mia vita accadesse qualcosa, qualsiasi cosa, e me ne sono andata senza rimpianti. e quando torno condivido lo straniamento che hai descritto molto bene…

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  6. Ma scusa, che problemi ha il bigliettaio di Mestre? A Crema i treno passa ogni ora!
    Io ci studio, è una città carina, ma vederla descritta in modo tanto pittoresco fa proprio un po’ effetto!
    (A proposito, è in provincia di Cremona!)

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