Riflessione sull’8 marzo, ovvero quanto odio la femminilità. 

Oggi è l’8 marzo, e quindi bisognerebbe scrivere un post su quello che vuol dire essere donna. E invece io voglio scriverlo su quello che non mi piace dell’essere donna. E quello che non mi piace dell’essere donna è la “femminilità”. 

No, ma diciamolo una buona volta: ha fracassato le palle, la femminilità. E lo dico apposta in modo poco femminile.

A noi donne sta cosa della femminilità ce la buttano addosso fin dalla culla, quando cominciano a metterci la cuffietta rosa e il pigiamino con il fiocchetto. Che poi anche lì, un giorno vorrei capire chi ce l’ha appioppato sto caspita di colore rosa, che è slavato e buono sì e no per i confetti. Un bel rosso, vivo e deciso, faceva troppa paura?

Dunque ti rosettano e ti infiocchettano, e poi via con il calvario dell’essere femminile. Che comporta essere educata, gentile, remissiva e comprensiva da bimba e poi materna da adulta. Che obbliga l’essere decorativa se sei bella di natura, o a cercare di diventarlo il più possibile se non lo sei di tuo. Che implica il tuo stare sempre un po’ in secondo piano anche quando dovresti essere protagonista, perché se vuoi stare al centro sei superficiale, vanitosa, o spaventi gli uomini, e non ti amano più. Che impone di dire sempre la tua ma un po’ scusandoti come se avessi torto per principio, o il torto fosse di avere un’opinione tua. Che prevede che anche se per caso ti capita di avere un’opinione tua, di non poterla difendere in maniera irruenta, perché sennò sei aggressiva e mascolina, e nemmeno di far notare che gli altri sparano cretinate, perché altrimenti sei saccente e maestrina. E tutto questo non è femminile, no.

I grandi pregi che la femminilità ti regala in cambio sono il poterti commuovere al cinema guardando film stupidi, avere un grosso fascino agli occhi di omuncoli quasi sempre decerebrati e noiosi che si sentono in dovere di doverti proteggere, anche se non si è mai capito esattamente da cosa, farti aprire qualche volta la porta dell’auto e pagare una cena, salvo poi sentirti dare della stronza se il dopo cena fai capire che non è automaticamente compreso, o scontato.   

Non ho mai capito bene fino in fondo cosa sia di preciso la femminilità, perché tante, tantissime donne che conosco, e quasi tutte quelle che ammiro, sono poco “femminili”. E non ho mai capito perché sono considerata femminile se mi metto lo smalto sulle unghie e parlo di tacchi alti, ma non se risolvo un’equazione o smonto un motore, perché sono femminile se sbatto le ciglia fingendo di non capire la tua battuta offensiva ma non se quando la dici ti fisso negli occhi e ti mando dove meriti.

Non ho mai capito cosa sia femminile e soprattuto perché lo sia, e spesso non ho voglia di esserlo, o non me ne frega niente. Perché tanto sono donna comunque, e quindi non ne ho bisogno. 

Sono come sono e come mi piace, e basta là.

Annunci

20 pensieri su “Riflessione sull’8 marzo, ovvero quanto odio la femminilità. 

  1. Non si capisce cosa ci sia da festeggiare. L’8 marzo dovrebbe essere ricordato per un fatto tragico, non per un evento lieto: l’incendio che distrusse una fabbrica e che uccise molte operaie che lavoravano lì. Donne vittime dello sfruttamento industriale

    Mi piace

  2. Non sono d’accordo. La femminilità può darsi che per i decerebrati sia quello che dici tu, ma in realtà quando penso alla parola femminilità penso a una donna bella (non per forza omologata), forte, autoironica e realizzata. E non c’entrano nulla lo smalto, i tacchi e gli sbattimenti di ciglia!

    Mi piace

  3. “Non ho mai capito bene fino in fondo cosa sia di preciso la femminilità”.

    Me ne sono accorto.

    Sia chiaro, non che io abbia le idee più chiare delle tue, però ti posso assicurare che se la femminilità – qualunque cosa sia – non ci fosse, io potrei avere come compagno un uomo o una donna indifferentemente. Ma non solo io. Tutti. Non è così.

    Io propongo di cambiare, se non piacciono, i canoni di femminilità (o di maschialità, come dice Longarini). Lasciare anche la libertà di fare qualche incursione nei canoni del genere opposto o di cambiare del tutto il canone di riferimento se non ci si sente rappresentati dal proprio corpo. Ma se i nostri corpi sono diversi perché negare questa diversità?

    Mi piace

  4. @ilcomizietto: la diversità biologica non la nega nessuno. Ma i concetti di “femminilità” e “mascolinità” sono in buona parte culturalmente costruiti e socialmente appresi. E secondo me un certo tipo di femminilità (nella fattispecie quella di cui parla il post) è una gabbia lesiva per le donne, per la loro forza, il loro talento, la loro espressione e la loro dignità. E io sono convinta che anche un certo tipo di idea di “mascolinità” sia una gabbia non da poco per molti uomini.
    Credo che uomini e donne siano diversi è che negare le differenze sarebbe assurdo e nocivo. Ma è altrettanto nocivo aderire a modelli che ci dividono in categorie fisse e apparentemente immutabili. Le persone reali sono più complesse degli stereotipi con cui, spesso, vengono descritte. Per fortuna. 🙂

    Mi piace

  5. A me piace essere come sono, mi piacciono i trucchi, i fiocchi, i fiori, i capelli lunghi e cucinare e forse qualcuno per questo mi definirebbe femminile. Poi mi piacciono anche le parolacce, i “diti medi” veri e metaforici, la libertà di non diventare madre e di non depilarmi se non ne ho voglia e allora forse qualcuno mi direbbe che ciò non sta bene per una donna.
    Ecco, la femminilità non esiste perché per fortuna siamo esseri complessi, non siamo mono-faccia come i personaggi stereotipati o le bambole in vendita. Allo stesso modo non esiste la virilità e chi si ostina a crederci si aggrappa a delle stupide convinzioni solo perché conoscere le persone a mente libera, senza preconcetti è davvero uno sbattone incredibile 🙂

    Mi piace

  6. Su questo tema tendo a essere un filo più greve. Oltre a farti rinunciare a pezzi importanti nella tua vita come un bel lavoro e un riconoscimento, la parte più brutta del dover essere femminili è quella cosa per cui il dopocena non è dovuto. Per fortuna si può risolvere in un paio di sguardi incazzati, ma a volte non succede.
    Le bambine più dei bambini sono educate fin da piccolissime a non negarsi alle richieste di attenzioni da parte del parentado, e questa situazione si replica negli anni successivi, se una ragazzina non riesce a dire di no alle attenzioni dell’allenatore o di qualche conoscente, alla base c’è il ricatto emotivo con cui sono cresciute e la convinzione appunto che femminile sia sinonimo di arrendevole.
    “Quante volte se una bambina si rifiuta di dare un bacio sulla guancia a un parente viene incolpata, anche giocosamente, e il suo comportamento viene etichettato come sbagliato?
    “Quante volte capita che se a rifiutarsi di dare un bacio è un bambino questo viene giustificato in quanto il suo rifiuto è insito nella sua natura di uomo?”
    https://comunicazionedigenere.wordpress.com/2014/02/11/leducazione-delle-bambine-e-la-cultura-dello-stupro/

    Mi piace

  7. immgino sia semplicemente una (banale) questione culturale e come tale cambia (o si evolve) nel tempo
    essere femminile oggi significa rientrare in certe caratteristiche, diverse dall’essere maschile (lo so che non si dice), per esempio i peli: sembra che depilarsi non sia poco maschile… perfino essere gay si avvia a non essere più poco maschile
    quindi, ti svelerò un segreto, i peggiori nemici del tuo modo di essere femminile sono altre donne, non gli omuncoli di cui parli
    tu dici “omuncoli” e sembri fiera e determinata, dovessi usare io il termine “donnuncole” sarei solo uno stronzo
    quindi, duole dirlo, ma stavolta sei stata banale, nel (banale) tentativo di scrivere qualcosa di originale sull’8 marzo
    oh, niente di grave, sono decine di anni che tante donne (e anche uomini) tentano di essere poco banali parlando dell’8 marzo, alle volte riesce e alle volte no

    Mi piace

  8. Ah, la femminilità! Il comicissimo quanto patetico tentativo di trovare un domun denoiminatore per quasi quattro miliardi di esseri umani, nati e cresciuti in cinque continenti sotto leggi e usanze e culture diversissime, più il gruppetto che si sente femminile ma si ritrova in un ciorpo più o meno maschile.
    Cosa abbiamo in comune?
    Nemmeno l’utero, direi: se te lo tolgono con un operazione o per un qualche scherzo genetico nasci senza resti comunque una donna.
    La femminilità è una bella cosa, ma credo che ogni donna (o chiunque si senta donna) debba trovare la sua senza farsi influenzare dagli altri, maschi, femmine o rompiballe che siano. E’ una cosa troppo importante per delegarla agli altri.

    Buon 9 Marzo, Galatea, che dopo l’8 c’è tutto il resto dell’anno.
    E grazie di questo post, bello e soprattutto sensato. I post sulla femminilità assai raramente lo sono.

    Mi piace

  9. Cara Galatea, ho trovato per caso il tuo blog perchè qualche amico ha condiviso su facebook il post su Didone- che ho trovato spettacolare. Questa volta però non mi trovi daccordo. Mi ha colpito la rabbia che trapela dalle tue parole. Premetto che odio anch’io il rosa, fiocchetti e smancerie varie. Da bambina per anni sono stata quella che tanti definiscono un “maschiaccio”, fierissima dei miei jeans strappati e dei giochi “da maschi”, e ho combattuto per anni una battaglia contro le gonne e gli odiatissimi collant – soprattutto alle feste di compleanno- che tanto li rompevi dopo 5 minuti . Poi sono cresciuta, e forse ho scoperto cosa per me volesse dire essere femminile. Non certo rinunciare ad essere una persona forte e determinata, nello sport, nella vita, nello studio, o nel lavoro; bensì il piacere di poterlo essere anche indossando un vestito, ad esempio. Femminile nel senso di femmina, in quanto per molti aspetti diversa da un uomo…E quanto mi piace questa diversità. E quanto sarebbe noioso essere tutti uguali.

    Mi piace

  10. Secondo me alegga in quasi tutti i ragionamenti intorno a questa faccenda delle distinzioni culturali di genere un mito: quello della «persona» in quanto tale, un’entità valida per il diritto ma del tutto astratta rispetto alla realtà. L’uomo è articolato in uomini maschi e in uomini femmina, entrambi espressione della specie e sulla cui interazione la specie prosegue il suo cammino. Ovviamente in ogni cultura l’organizzazione del vivere ha comportato l’adottare segni distintivi, costumi, usanze che non sono definitive ma seguono il corso delle vicende storiche. Galatea seppur con acuta e bella penna è scivolata un po’ nel banale, in una visione stereotipata non della donna, bensì del maschio, come se i maschi fossero tutti idioti maschilisti. Non è così, chiedetelo alle nostre mogli, alle nostre figlie, almeno la mia generazione da tempo ha abbandonato gli stereotipi, i maschi da telefilm sono molti di meno di quel che si crede.

    Mi piace

  11. Diego, veramente se leggi il post ti accorgi che non è riferito a tutti gli uomini, ma solo a certi rappresentanti delle specie, l’omuncoli che ho usato. E per me invece gli individui sono l’unica cosa che va considerata, ed il resto è costruzione culturale.

    Mi piace

  12. la parola «individuo» è anch’essa frutto di una elaborazione culturale, una prospettiva di tipo illuministico, nobile e importante, ma funzionale all’ascesa della classe sociale che l’ha espressa

    comunque, cara Galatea, è sempre un piacere interloquire con te

    Mi piace

  13. Femminilità non deve significare remissività e assenza di diritti. Femminilità non comporta l’impossibilità di una donna di esprimere anche con forza e grinta le sue idee e di poterle difendere liberamente ovunque. Chi ha questa opinione confonde o forse vuole dolosamente confondere, la femminilità di uno sguardo con la remissività del carattere. E voler “educare” ed indirizzare fin da piccole verso questo status che Lei descrive nel suo post è assolutamente sbagliato.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.