Le votazioni dell’Onorevole

L’Onorevole è lì, che cincischia con Candy Crush sul suo Ipad, per vincere la noia.

Di fronte ai suoi occhi, l’aula è quella che è, cioè un incrocio strano tra una piazza di paese l’attimo precedente lo struscio del sabato pomeriggio e l’anticamera di un medico un momento prima che il dottore arrivi per le visite. Non si vota ancora, e, come sempre accade nelle umane vicende, prima del momento epico non si sa bene cosa fare. Così gli onorevoli colleghi sono tutti lì, come lui, ad ingannare il tempo, spersi in capannelli che chiacchierano del più e del meno: ci si danno manate, ci si scambiano dritte sul ristorante dove mangiare la sera, si commenta l’ultima performance della squadra del cuore o l’ultima scopata.

L’onorevole sbuffa. Odia le elezioni del Presidente della Repubblica. Ormai per lui è la quarta volta, e l’esperienza accumulata gli fa provare un leggero fastidio per il copione trito da recitare. Mischiarsi ai capannelli non è cosa, perché lui è l’Onorevole e nel partito sta diventando un punto di riferimento, quindi non può aggregarsi lui agli altri, ma deve restare in disparte, perché gli altri si sentano in dovere di aggregarsi a lui. Quando lo fanno, anche lì, c’è un preciso rituale, che prevede che lui li veda arrivare, ma faccia finta di essere impegnato a fare altro, controllare la posta elettronica, rispondere al cellulare, scrivere un biglietto da consegnare a qualcuno che non è lì. Poi, quando ha finito, guarda con occhio vitreo il nuovo venuto, aspettando che questo gli faccia una qualche domanda, perché lui, l’Onorevole, è la fonte e l’altro è chi si abbevera alla sua scienza.

Lo annoiano tutte quelle manfrine, ma il Potere è fatto di apparenze, e un potere troppo disponibile non sembra così distante e reale come invece deve essere, per cui niente, bisogna recitare tutto, e attenersi ai particolari, perché sono i particolari che fanno il grande attore.

Difatti, mentre si accosta Sarfatti, l’Onorevole finge un improvviso aggiornamento tramite posta elettronica, che legge come se la mail fosse fondamentale.

«Novità?» chiede Sarfatti preoccupato.

«No, niente, stanno ancora discutendo in conferenza dei Capigruppo…» lascia cadere lì, come una mancia.

«Ma il nome?»

«Uh, il nome… ancora se ne fanno tanti…»

È un gioco di equilibrismo, quello dell’Onorevole, che consiste nel far credere ai pesci piccoli del partito di essere più informato di loro su quanto stia accadendo là dove ci sono quelli che contano davvero. È un gioco sottile che va portato avanti con attenzione e cura, perché bisogna parlare poco e sapere soprattutto quanto tacere, avere la misura precisa e netta di dove si ponga il confine dello strafare, che non va mai superato, nel bene e nel male: bisogna fare allusioni assieme vaghe e precise, per far intendere che si sa ma non si può dire anche quando non si sa, e manco si riesce a tirare ad indovinare. Ma anche le deduzioni vanno calmierate, perché hai visto mai che la si pigli, potrebbero poi divenire sospette, e causare richieste di spiegazioni da qualche alta sfera irritata, perché la politica è quella cosa che se intuisci troppo anche solo perché sei sveglio la cosa può causare danni a te. Del resto, non si può anche dire nulla, perché sennò sembra che nulla davvero si sappia, e dal non saper nulla al far capire a tutti che non si conta nulla il passo è breve, ma devastante.

Quindi l’Onorevole è là, che si annoia e al tempo stesso è sul chi vive, con Sarfatti, quel cretino, che lo guarda per carpirgli qualche segreto, e l’Onorevole che purtroppo di segreti in questo momento è desolantemente privo, per cui non gli resta che fare una faccia truce come se ne avesse troppi, e da difendere con le unghie e con i denti.

«Eh.» dice Sarfatti.

«Eh.» replica l’Onorevole.

E tutti e due si guardano ed annuiscono, come se quei due sospiri costituissero uno scambio di profonde visioni politiche. Intorno a loro gli altri tre arrivati nel frattempo percepiscono i due “eh” finali, e, convinti che si tratti della chiusa di chissà quale considerazione segreta, a loro volta annuiscono con le ciglia aggrottate, e confermano un “eh” di commento ponderato.

E tutti tornano a giocare a candy crush sull’ipad, in attesa che inizi sto cazzo di chiama, ecco.

Advertisements