L’insegnante è un vasaio. Piccola parabola su come si insegna a scuola.

Quell’anno il Genitore Professionista a scuola era l’incubo di tutti noi. Il fatto di avere due figli come alunni era per lui l’occasione per mettere bocca su tutto: dalla quantità di compiti da dare a casa, al programma da svolgere a come tenere le disciplina ed organizzare le attività in classe. Non era cattivo, per carità, ma era appunto Professionista, e in quanto Dirigente d’azienda e abituato a tenere per giunta corsi di formazione per i suoi dipendenti, era profondamente convinto di sapere alla perfezione come si insegna a scuola. Per i cui in ogni consiglio di classe investiva gli insegnanti delle sue valutazioni e consigli, e si scocciava tantissimo per il fatto che poi non venissero scrupolosamente seguiti e messi in pratica in classe.

Ad un certo punto, stanchi dei suoi continui rilievi, decidemmo che bisognava fargli fare una esperienza di vita reale in classe. Cogliemmo la palla al balzo e lo invitammo a tenere una lezione in una mia classe (non ovviamente quella dei figli), per illustrare gli aspetti del suo lavoro per un programma di orientamento dei ragazzi di terza media. Accettò entusiasta, convinto finalmente di poter venire a dare anche a noi una lezione su come si entusiasmavano i ragazzi e li si motivava.

La mia terza media, quell’anno, era una classe di ragazzi bravi ed intelligenti, sì, ma tutti dotati di una personalità piuttosto pronunciata e di caratterini che lèvati: se non li tenevi a freno, in pratica, ti si sbranavano. Ora, io vorrei rivelare un segreto a tutti coloro che vengono a fare degli interventi nelle classi e le trovano reattive, ma educate e disciplinate. Non è solo frutto del vostro incredibile fascino e bravura nello spiegare: è perché noi insegnanti, durante il periodo immediatamente precedente al vostro arrivo, facciamo ai nostri alunni un sottile ma costante lavaggio del cervello: diciamo che il vostro intervento è importantissimo e va seguito con attenzione, facciamo intendere che siamo vostri amici da una vita e che quindi considereremo ogni comportamento irrispettoso nei vostri confronti un affronto personale, avvertiamo che i contenuti della lezione saranno oggetto di verifiche e compiti in classe.

Quell’anno, con il Genitore Professionista, non feci nulla di tutto ciò: accennai solo vagamente all’argomento della lezione, feci capire che non avrei fatto domande o verifiche e senza dirlo esplicitamente lasciai intendere che in fondo di quell’intervento personalmente non mi importava granché. Tanto bastò perché i ragazzi si formassero ben chiara l’idea che l’attività non era poi così fondamentale e le due ore potevano agevolmente essere considerate un momento di quasi ricreazione.

Quando il Genitore Professionista arrivò, era tutto baldanzoso: gli annunciai che lo avrei lasciato sbrigarsela da solo, avvertendolo però che erano una classe un po’ difficile e quindi stesse attento, o e lui sorrise, come a dire: “Eh, adesso ti insegno io come si comunica con questi ragazzi!” Io annuii e mi misi in fondo alla classe come un’alunna, senza manifestare però particolare interesse.

E lui cominciò. I primi cinque minuti furono una presentazione in tono paternalista-falso amicone. Erano una terza media di ragazzi svegli, ma le battute che si era preparato per rompere il ghiaccio (evidentemente a casa, e si sentiva benissimo) non erano naturali e per giunta adatte sì e no ad una terza elementare. Risultato: i ragazzi lo fissarono con un misto di perplessità ed insofferenza per qualche minuto, poi decisero che non valeva la pena di interessarsi a lui, e gli rovesciarono addosso il gelo artico dell’indifferenza più completa. Le sue battutine cadevano nel vuoto, nessuno rispondeva alle domandine che aveva preparato per introdurre l’argomento, i più si misero a disegnare su fogli o a guardare il muro, o lo fissarono stravaccati sulla sedia, con le braccia incrociate e sul volto dipinta l’espressione da checcazzovuoi.

Lui rimase imparpagliato. Non era abituato a queste reazioni, perché sì, faceva corsi di formazione, ma ad adulti che erano motivati a seguirli o perché interessati ad avere un titolo per avanzare di carriera o perché suoi dipendenti, e quindi dovevano comunque trattarlo con rispetto. Lì invece aveva una platea di ragazzini che non erano minimamente interessati ad ascoltarlo e che non lo aveva nessun reale strumento per minacciare. Per la prima volta si trovò di fronte a quella spiacevole sensazione che noi  insegnanti conosciamo fin troppo bene: essere nudi ed indifesi di fronte ad una classe che non ti vuole.

Così fece il classico errore del neofita: invece di fermarsi, prendere atto che hai sbagliato impostazione e cercare di capire chi hai davanti davvero, si mise ad illustrare le slide che aveva preparato tirando dritto. Il risultato fu il disastro assoluto. Dopo i primi cinque minuti di indifferenza, i ragazzini cominciarono a parlare fra loro, la baraonda crebbe, e lui si ritrovò a dover urlare ad ogni cambio di slide per tentare inutilmente di ottenere un po’ di silenzio.

Rendendosi conto che non seguivano, fermò le slide, e provò a fare delle domande. Che caddero nel vuoto, perché nessuno aveva ascoltato minimamente la sua spiegazione, e poi avevano deciso comunque che a loro non interessava. Quei due o tre che intervenivano, lo facevano per prendere in giro, facendo domande appositamente cretine o fuori luogo, bloccandolo con interventi che raccontavano particolari che non c’entravano nulla, il tutto condito da risatine, doppi sensi velati, non sensi assoluti, gomitate ai compagni per sottolineare il fatto che il docente era ormai totalmente nel panico. Chi non è mai stato in classe difficilmente ha idea di quanto possano diventare fetenti i ragazzini quando decidono che ti devono far fare brutta figura: nessun sofista antico era così bastardo come sanno essere loro se vogliono metterti in crisi.

A questo punto decisi di intervenire. Mi alzai: tanto bastò a sottolineare che non ero più lì a farmi i fatti miei in un angolo, ma entravo e partecipavo attivamente alla lezione. Si sottovaluta spesso la potenza dei gesti: ma se uno si alza dal fondo e cammina per la classe fino alla cattedra, in silenzio, è sufficiente, spesso, per ottenere l’attenzione. Poi mi misi al centro della stanza, non dietro la cattedra, ma in mezzo a loro, e dissi un “Ehi!” col tono di voce da professoressa. Che è un tono di voce tutto particolare: non è più forte, non è né un urlo né un richiamo vero e proprio. E’ semplicemente una cosa che sottintende: “Ok, adesso la ricreazione è finita, stop.” Ci vogliono anni di esperienza per beccare il tono giusto e la giusta camminata, e bisogna saperli adattare da classe a classe, ma funziona. Difatti la classe stette zitta o per lo meno il brusio diminuì.

Quindi cominciai a fare io delle domande, partendo da quelli che sapevo che, per quanto disattenti, qualcosa avevano seguito perché sono bravi ragazzi di default, e piano piano coinvolgendo gli altri nel dibattito. E’ una questione di mestiere, conoscere i tuoi alunni ad uno ad uno, sapere su chi puoi sempre contare per una risposta sensata e lasciare quelli più oppositivi o più timidi per ultimi, chiamandoli quando ormai hai creato un clima così entusiasta sull’argomento che anche loro devono abbandonare il loro atteggiamento chiuso ed adeguarsi a quello degli altri.

Poi quando ormai tutti erano coinvolti, ho detto: “Bene, allora adesso facciamo un bello schema alla lavagna, mettiamo tutte le parole chiave e i concetti più importanti, e domani, con questo schema sotto mano, facciamo un testo in cui spieghiamo cosa abbiamo imparato dal signore, ok?” Urletti di gioia, una selva di mani che volevano partecipare e suggerire concetti da scrivere.

Il Genitore Professionista nel frattempo era in un angolo, tramortito. L’ora era finita, lo accompagnai fuori per offrirgli un caffè alla macchinetta. Un uomo distrutto.

“Non è facile… – ammise – sono una classe tosta…”

“Oh, sono tutti così.” risposi io.

“Come fa a resistere cinque ore?”

“E’ il mio mestiere.”

Ecco, il problema alle volte è quello: insegnare è il mio mestiere. Che non è solo fatto di contenuti da passare, ma anche del modo in cui hai imparato a passarli. E’ un mestiere artigianale e sperimentale, e richiede costanza e pazienza, e tanta tanta tecnica. Tutti quanti, quando vediamo un vasaio che crea un vaso al tornio, pensiamo che saremmo capaci di farlo facilmente anche noi. Poi ci danno la creta, spingiamo il pedale, e la pallocca di argilla resta informe o si spaparanza, perché il mestiere è fatto di sensibilità nelle mani, di tocchi leggeri o più pesanti, della velocità con cui si sfiora la creta, e della capacità che il bravo vasaio ha di riconoscere le venature dell’argilla ed assecondarle per ottenere la forma che vuole.

L’insegnante è un vasaio. Qualche volta può essere, per carità, un vasaio imbranato. Ma fare i vasi è il suo mestiere. Abbiate fiducia in lui e lasciateglielo fare. Non è così semplice come sembra, e se pretendete di sostituirvi a lui, il rischio è che i vasi escano ghembi. Molto sghembi, credete a me.

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10 pensieri su “L’insegnante è un vasaio. Piccola parabola su come si insegna a scuola.

  1. Pensa un po’ … Questo me l’ha segnalato mio figlio (perché sa che condivido, non perché io sia un Genitore Professionista, … accidenti!).

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  2. Bellissimo post! … “quanto possano diventare fetenti i ragazzini quando decidono che ti devono far fare brutta figura: nessun sofista antico era così bastardo come sanno essere loro se vogliono metterti in crisi.” Anche Lei non scherza però!

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  3. Che vero!! Insegno anche io, alle medie, e quanto leggo è pura realtà. È che la professionalità dei docenti è dai più confusa con la pura conoscenza dei contenuti, ma non c’è nulla di più sbagliato. Saper gestire una classe non è mica facile, e – va detto – non è che a me l’abbia mai insegnato nessuno: tanto, tantissimo, nasce dalla sensibilità personale, e dall’esperienza. È una fatica, ma anche una sfida esaltante!

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  4. Nell’azienda dove lavoravo da dipendente, se veniva una scolaresca in visita ero sempre incaricato di spiegare le cose alle scolaresche, essendo ritenuto un intellettuale e per di più di sinistra quindi antropologicamente amico degli insegnanti. Con i ragazzini è meglio essere onesti: niente finto amico ma spiegazioni brevi e semplici, spesso alcuni capivano meglio degli insegnanti.

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  5. Mi ricotda la mia esperienza da insegnante in un ITC.
    Quasi del tutto incapace di tenere la classe o adeguarmi alla velocità di apprendimento della classe, un disastro.

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  6. Io uso il metodo “sergente Hartman” 😉 (dopo 34 anni ho rimesso piede nei licei scientifici, per supplenze di disegno e storia dell’arte) e pur avendo fatto quasi 1000 ore di formazione d’impresa, fare lezione in certe classi ( non tutte) è davvero stremante. Condivido il fatto che se non hai il “tocco” giusto nel proporti ad ogni classe ne esci completamente smontato, anche nelle tue convinzioni. Brava Mariangela.

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  7. Verissimo. Tuttavia è meglio non tralasciare che ci sono una quantità assolutamente eccessiva di insegnati che si comportano come il genitore professionista, persone che sono a fare quel mestiere Dio solo sa come e perchè e che avrebbero bisogno loro di una lezione, oltre che sulla loro materia, anche su come si tiene una classe ma, a differenza del genitore, essendo loro “del mestiere”, non accettano critiche e consigli da nessuno. Per poi non parlare del professore stanco e disulluso che pensa che tutti i ragazzi siano capre complete. O quelli che considerano, per l’avanzare del programma, solo i più capaci, lasciando tutti gli altri inesorabilmente indietro, alcuni a sbrigare e sbrogliare le lezioni da soli e alcuni altri a pensare che domani sarà solo un altro giorno in cui non capiranno nulla. Molti professori delle scuole medie rovinano completamente le menti dei ragazzi non rendendosi conto che le scuole medie segnano ciò che questi cervelli in erba faranno alle scuole superiori e nella vita, è il passaggio difficile della prima adolescenza. E il peggio è che alle superiori si trovano altre pericolose categorie di protoinsegnanti della seconda guerra mondiale. Insomma, il genitore non saprà pure il mestiere ma non ha torto a dire che ci sono insegnanti da formare. E parlo da studentessa universitaria, non madre e che non ha intenzione di insegnare, se non ai propri futuri figli.

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  8. Ottima sintesi di quello che non si vuol capire della scuola ( anche se non insegno e le mie poche supplenze alle medie sono state un disastro ). D’accordo anche con Marika ma attenta perchè con i tuoi figli dovrai avere ancora più pazienza.

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