Didone, l’abolizione del classico, la presentazione di libri e gli ex alunni che si commuovono

Insomma, è inutile negarlo: il groppo in gola c’è. Perché la soddisfazione di scrivere un libro che parla di storia antica e riesce a vendere è già di per sé tanta (compresa quella di fare marameo a tanti che dicono che l’antichità è roba vecchia e non interessa più a nessuno): ma se poi ad organizzare una serata di presentazione per il tuo libro è il tuo vecchio liceo, be’ la soddisfazione cede il posto alla commozione vera e propria.

Le abbiamo sempre fatte, queste cose, al Liceo Elena Corner: quando ero studente mi ricordo le serate di teatro, con il gruppo studentesco che metteva in scena ogni anno una commedia o una tragedia greca, ed organizzava festival e convegni sulla tradizione classica. Ma, ovviamente, da studente non pensi mai che un giorno sul palco ci sarai tu, e che saranno proprio i ragazzi del gruppo di teatro e leggere dei passi del tuo libro.

Ti stupisce perché poi sono proprio come eri tu quando eri studente: entusiasta del mondo antico, e curiosa, ed interessata ad imparare perché quei Greci e Romani così distanti nel tempo erano invece riusciti ad insegnarteli come qualcosa di vicino e di simile a te, da cui imparare per il presente.

C’è una grande aria di polemica, in questi giorni, sull’utilità del Liceo Classico, che molti considerano un posto dove si insegnano cose inutili e non spendibili nella vita di tutti i giorni. Io invece quando ricordo i miei anni al liceo ricordo discussioni contemporaneissime sui problemi ed i limiti della democrazia diretta ad Atene, il ruolo della propaganda politica nei tragici greci, i ragionamenti sul peso delle donne nella società, sulla pace, sulla guerra, sull’economia dell’impero o il problema della sostenibilità del welfare nella polis. Tutti argomenti di stringente attualità che noi studiavamo attraverso i classici, e scoprendo con stupore che sono classici proprio per questo: perché tu li leggi e non parlano di cose vecchie e valide solo per il mondo di millemila anni fa, ma si pongono gli stessi identici problemi di oggi e cercano soluzioni come le cercheresti tu.

Ecco, per me il classico è stato questa roba qua, non una serie di ore in cui si compitavano frasi astruse in lingue morte. Mi ha insegnato a vedere le cose da più prospettive, a confrontarmi con mondi diversi, a cogliere quel filo rosso che lega le epoche storiche e i problemi, a pensare in prospettiva, non solo appiattita sul presente e sull’ultima emergenza che ci si para davanti convinti che sia la prima volta che qualcosa di simile capita al mondo.

Non ho imparato a conoscere l’antichità, nel mio liceo, ho imparato a ragionare sulla vita, com’era allora e com’è oggi. Per questo mi sono commossa quando sono salita sul palco e ho presentato il mio libro: mi pareva di restituire un po’ di quello che mi era stato dato dalla mia scuola. Che è stata al di là di ogni possibile retorica un’ottima scuola: efficace, moderna, adatta a prepararci ad affrontare il mondo. Come erano moderni, svegli ed adatti ad affrontare il mondo i ragazzi che hanno partecipato allo spettacolo, hanno recitato, fatto domande, interagito con me e con gli altri relatori. E che, esattamente come i miei compagni di classe, andranno poi a frequentare le facoltà più disparate, non solo quelle umanistiche: economia, ingegneria, legge, matematica.

Quindi, ecco, la finisco qua, ancora con la lacrimuccia che è commozione, ma anche gratitudine. E’ bello sentire che hai fatto parte di una scuola che era più che un edificio, ma una comunità, e che quella comunità c’è ancora e continua a formare altri. Non per quella balla che è la scuola per la classe dirigente o altre stupidaggini simili: quello è folklore superato. Perché insegna a pensare, a ragionare, a interrogarsi sul presente e sul futuro.

E di questi tempi, credetemi, non ne possiamo proprio fare a meno, no.

29 pensieri su “Didone, l’abolizione del classico, la presentazione di libri e gli ex alunni che si commuovono

  1. una buona scuola deve essere assolutamente «inattuale», nel senso nietzschiano del termine, altrimenti non è che la patetica e mutevole proiezione degli errori del presente

    una civiltà vive se vive la sua scuola, e muore se muore la sua scuola

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  2. Bello, e ben argomentato.
    Mi permetto di aggiungere un paio di considerazioni: che poi, per inciso, in un mondo dove faremo fare sempre di più a computer e robot finiranno per esser sempre meno i lavori tecnici e manuali, non di più. E quelli che ci sono sono esposti alla concorrenza straniera, in loco e non. Infine: se c’è un vantaggio competitivo che abbiamo in Italia è proprio il nostro patrimonio artistico e culturale, e forse servirebbero più persone che lo valorizzassero, non meno…. No?

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  3. insomma alla fine la studentessa secchiona può dimostrare che studiando un sacco si può raggiungere quel minimo di fama che ti liscia l’ego

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  4. mio figlio ha frequentato il Classico, poi ha fatto Economia aziendale e i suoi professori si sono subito accorti da quale scuola proveniva. Penso che i suoi
    studi l’abbiano reso in grado di “comprendere” il mondo

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  5. Se per te vincere è fare la diva di fronte ad un gruppo di adolescenti che si credono un gradino sopra gli altri perché studiano Greco e Latino ti lascio volentieri il primo premio. I maschi direbbero farsi le seghe a vicenda…

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  6. ” Non per quella balla che è la scuola per la classe dirigente o altre stupidaggini simili: quello è folklore superato. Perché insegna a pensare, a ragionare, a interrogarsi sul presente e sul futuro.
    E di questi tempi, credetemi, non ne possiamo proprio fare a meno, no.”

    Sottoscrivo verbatim.

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  7. Il problema più grande che vedo è che noi insegnanti delle medie mandiamo i ragazzi migliori ai licei, almeno dalle mie parti è così. Forse se gli studenti che da li escono sono i migliori, ed i più soddisfatti della scuola che hanno frequentato dipende anche da questo.
    Io ho fatto un Istituto Tecnico, e quello che mi è piaciuto è accorgermi dei limiti di quello che ho studiato, ma avermi dato i mezzi per superarli.
    Ah io avevo due ore a settimana di storia dell’arte.

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  8. Io non sono molto d’accordo. La cultura classica è un bellissimo mondo da esplorare, ma la cultura classica e il liceo classico sono due cose diverse e con pochi punti di contatto.
    Il latino e greco si insegnano, ma poco e male.

    Sull’argomento vorrei segnalare questi articoli, cui ho contribuito e su cui mi farebbe molto piacere avere l’opinione di chiunque voglia commentarli

    http://www.imille.org/2014/11/il-problema-del-classico/

    http://www.imille.org/2014/11/bersagli-sbagliati-ovvero-il-liceo-classico-immaginario/

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  9. Uqbal: I tuoi articoli stessi partono da una premessa che non corrisponde alla realtà: cioè che il liceo classico di cui si parla sia “immaginario”. Mettere un commento del genere in calce ad un post che racconta invece proprio di un liceo reale è un clamoroso autogol, tanto per cominciare. Poi la teoria che tanto vale abolire latino e greco perché gli studenti dei licei lo sanno poco e male è semplicemente scema. Tesoro, se vai a vedere i compiti di matematica fatti alla maturità allo scientifico e i compiti di lingue fatti al linguistico: ti accorgerai che una notevole percentuale degli studenti di quegli indirizzi svolgono le prove in maniera non sufficiente. La matematica poi è la bestia nera di quasi tutta la popolazione italiana, che nonostante abbia diplomi tecnici e abbia frequentato scuole in cui matematica e scienze dovrebbero essere il fulcro della programmazione, poi scrive scemenze, è convinta delle più gran bufale e non è in grado di risolvere una semplice espressione. Per non parlare di gente che esce dal turistico e non riesce a spiccicare una frase corretta in inglese. Quindi togliamo anche matematica e lingue? Insomma, veramente ragionamenti che non hanno agganci con la realtà e non stanno nemmeno in piedi. Piuttosto pensiamo ad un modo per fare una didattica più efficace di tutte le materie. Sta mania contro il liceo classico vi fa solo sembrare molto ridicoli.

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  10. A me piacerebbe molto entrare nel merito delle questioni (gli articoli non sono entrambi miei, soltanto quello intitolato “il problema del classico”).

    Vedo che è tristemente impossibile. Dai suoi commenti mi chiederei se quegli articoli li ha letti.

    Io sono un insegnante di greco, amo il greco e tutta la classicità.

    Nonostante programmi e burocrazia, talvolta mi è riuscito di arrivare alla fine del quarto ginnasio facendo tradurre Tucidide (narrativo, non oratorio, per carità): cercavo di razionalizzare lo svolgersi degli argomenti grammaticali, di produrre esercizi più razionali e formativi, di produrre capacità di lettura e di interpretazione migliori.

    E questo perché? Perché da grecista, e da classicista in genere (se mi posso attribuirmi questo titolo) vedo che il latino e il greco sono studiati male. Malissimo.

    Quindi: c’è scritto negli articoli che il latino e il greco sono inutili? No, c’è scritto che inutile presentare il liceo classico per quello che non è: una scuola in salute.

    Si vuole arginare il calo di iscrizioni? Bisognerà pur farsela qualche domanda su come fare, su cosa non funziona.

    No, per carità, meglio prendersela con Uqbal e rispondere con argomenti superficiali.

    Veramente si vuole sostenere che una serata trascorsa in un liceo è un maniera efficace di farsi un’idea completa dell’andamento non già di quella scuola, ma dell’intera tipologia cui afferisce?

    E’ curioso poi che mi si rinfacci di voler abolire il latino e il greco. L’articolo non lo dice. Direi anzi che dice tutto il contrario.

    Su chi vada meglio o peggio alle università sarebbe meglio fornire dei dati. Come si fa a dire che quelli del classico fanno o rendono di più di altri senza avere delle statistiche da citare? E come si fa ad ignorare che il classico gode del vantaggio di essere frequentato dalle famiglie più benestanti?

    Per questo trovo fastidiosa la sua risposta. Non perché non sia d’accordo con me, ma perché non si è nemmeno resa conto di quel che c’è scritto negli articoli. Ho il timore che non sia andato oltre “io non sono molto d’accordo”. E’ bastato quello e sul tavolo sono rimasti solo il bianco e il nero.

    Peccato.

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  11. è evidente che ognuno conosce solo il liceo che ha frequentato e quello che hanno frequentato i propri figli, per cui ognuno si crea una sua «idea» del liceo e se la porta dentro, nel bene e nel male

    l’emozione narrata nel post, con eleganza e femminea dolcezza, è l’emozione di chi torna al proprio liceo della ormai lontana giovinezza e sovrappone questi elementi di sentimento (preziosi, meno male che ci sono, rendono bello il vivere) con valutazioni generali, interessanti anch’esse ma senza la pretesa della scientificità, in questo che è il diario d’una scrittrice, non un trattato di sociologia

    penso che questa diffusa «nostalgia del classico» fra chi lo ha frequentato e anche, badi bene, fra chi non lo ha frequentato e avverte una lacuna, sia in realtà il segno di un’altra mancanza: la mancanza di senso, di fondamento, la nostalgia di radici che vadano oltre la propria storia familiare per ancorarsi al tutto dell’ «esser uomini»

    col tramonto della religione tradizionale e delle ideologie si cerca in qualche modo di ripartire da qualcosa, anche dagli scritti di galatea, penna elegante e prolifica, solo un po’ troppo «da professoressa», ma in fondo la è

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  12. @noisette

    Perfetto riferimento, concordo con quel che dice Cavalli.
    Granello di peperoncino: se penso alla classe dirigente di questo paese, riprodotta nei decenni appunto attraverso il filtro del classico, e vedendo a cosa ci ha portato, nel passato e ancora nel presente, che dire ? Non ci resta che piangere ?

    Anonimo SQ

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  13. Scusatemi, ragazzi, così, per dire, ma siete sicuri che tutti i disastri fatti dalla classe dirigente di questo paese dipendano da questo povero liceo classico? No, non so, son sempre curiosa di queste granitiche certezze. Avete le prove? E poi hanno fatto tutti tutti fatto il classico? Mi potete citare le statistiche? Magari correlate anche da che facoltà eventualmente hanno preso poi. Perché metti al che poi venga fuori che han fatto legge o economia, che si fa, si chiudono anche quelle?

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  14. Io ho fatto a suo tempo il liceo scientifico e posso affermare le stesse osservazioni e considerazioni che hai fatto tu. Mi ha insegnato a ragionare con la mia testa, a valutare il passato nei confronti del presente. Tutto questo ki è servito poi.
    Il computer, l’informatica le ho considerate sempre un mezzo per sveltire certe operazioni ma mai un qualcosa che mi possa sostituire.
    Allora Classico e Scientifico venivano considerati l’elite e la selezione era dura ma tutti sono poi emersi nella vita pratica. Sarà un caso?

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  15. Secondo me il problema è che le scuole servono se sono fatte seriamente. I licei, in linea generale, sono sempre stati molto selettivi, e spesso hanno anche saputo instillare nei loro alunni lo “spirito di corpo”. Questo alla volte può degenerare, ma se è ben governato aiuta molto a creare l’affiatamento fra gli alunni e a far sentirli parte di un progetto comune. Il che, ripeto, può essere una spinta notevole, a quell’eta. Poi mi chiedo sempre: ma se è stato il liceo classico a rovinare l’Italia, vuol dire che all’università allora nessuna impara niente? Si impara tutto al liceo? 😀

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  16. L’articolo di cavalli, @lanoisette, è di una assurdità unica: non ha un filo logico che lo regga. Il compito del liceo classico non è affatto, e non è mai stato quello di formare insegnanti o addetti per le professioni culturali, come scrive lui. È un liceo, e quindi il suo compito è formare per l’università, in genere. Sarebbe come a dire che il compito dello scientifico è quello di formare contabili, il che è evidentemente una stupidaggine.
    Ormai da anni la classe dirigente non si forma più al solo classico, e i figli delle famiglie bene non vanno più solo al classico. In ogni caso, non ho capito il punto: ok, i ricchi ed i potenti mandavano i figli al classico. Invece di trovare un modo perché tutti possano avere accesso a quella educazione che una volta era solo appannaggio dei ricchie dei potenti, si dice che il classico deve diventare marginale. Immagino che i ricchi ed i potenti manderanno, già lo fanno, i figli allo scientifico. Quindi a presto ridimensioneremo anche quello. Se queste sono le menti migliori di Micromega, comincio a capire la buia crisi della sinistra.

    PS: quanto al fatto che la selezione si facesse prima su basi familiari e non dentro, LOL. Noi siamo partiti in 32 e arrivati alla maturità se no sbaglio in 19. Meno male che non selezionavano all’interno, eh.

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  17. Concordo perfettamente sulla tua diagnosi. Specialmente quella finale 😀
    Quando ci troviamo o ci incontriamo anche casualmente, perché molti di noi sono in giro per il mondo, ricordiamo con affetto qugli anni. Questo conferma la tua tesi: tra noi c’era affiatamento che andavano al di là delle differenze di età e di classe.

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  18. Cara Galatea,
    i ricchi e i potenti, ormai, i figli li mandano a scuola all’estero, ed all’università all’estero: non lo avevi ancora capito che scuola ed università italiana ormai sono alla canna del gas ?
    E’ il paese intero che è alla canna del gas, perchè proprio quella classe dirigente con la cultura classica ed aristocratica che il classico ha sempre instillato non hanno la benchè minima idea di cosa regga veramente l’economia del paese (un esempio ? Andreotti e/o D’Alema).
    Ma che lo dico a fare ? l’ho già detto quest’estate che il paese si regge su quel poco di artigianato d’elite (la moda, per dire) e soprattutto sulla meccanica e sui mobili ed il design che esportiamo, perchè roba buona !
    Il resto o non esiste più o è fuori mercato, anche perchè la classe dirigente industriale/manageriale non ha fatto a suo tempo (diciamo subito dopo l’euro, primo governo Berlusconi di legislatura) gli investimenti necessari per tenere il passo coi tempi: ha pensato che avrebbe fatto i soldi con la finanza, non con il lavoro. In piena sintonia con il giudizio del lavoro come “vil arte meccanica”, appunto, maturato tra un liceo ed una facoltà di economia o giurisprudenza.
    Abbiamo bisogno di buoni operai specializzati, di buoni periti, di buoni ingegneri, chimici, geologi etc e di molti buoni investimenti in impianti e macchinari, se vogliamo riprendere lo sviluppo economico. Altro che baloccarci con queste questioni marginali !

    Anonimo SQ

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  19. Ne’ sì, anonimosq, in effetti la tua argomentazione è proprio la dimostrazione che siamo un paese alla canna del gas. Infatti siccome hai deciso in base alla tua percezione che lo studio di certe materie è inutile, perché hai una testolina ristretta, allora senza alcuna base o dato continui a sostenere quello in cui credi. Ribadendolo, per giunta, ogni volta uguale uguale. Immagino che questo dipenda dal fatto che esiste il liceo classico. Che tu forse non hai fatto, ma di certo ha rovinato anche te, è evidente. Ciao, eh.

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  20. Ah naturalmente ci aggiungi la supercazzola finale, che non c’entra granché ma fa effetto. Ti rispondo con la tua stessa logica: ma vai a lavorare, va’, che non ho,più voglia di perdere tempo a risponderti.

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  21. Se posso azzardare un commento ad AnonimoSQ, sperando di non irritare troppo la padrona di casa: la tua argomentazione può essere rovesciata specularmente: quelli che hanno investito solo nel made in Italy – nel senso di alto artigianato – lasciando per strada gli investimenti in ricerca in tecnologia, a parer tuo hanno fatto tutti il classico? Perché secondo me quello che si paga è proprio la scarsa considerazione per la cultura senza applicazione immediata, i famosi ”soldi buttati” in concetti astrusi di cui non si vede l’immediata utilità. Ho letto i tuoi interventi al link che hai dato, e mi è arrivata molta animosità e quasi astio personale, mi piacerebbe chiederti esattamente chi ti sei trovato davanti che ti ha fatto sentire inferiore o meno utile di qualcuno che ha fatto il classico. Forse ERA vero che si confessa più facilmente l’incompetenza in matematica che quella in italiano, ma ho qualche dubbio ormai: basta farsi un giro fra tanti scrittori improvvisati su Facebook che quasi si vantano di non aver mai capito niente di grammatica e analisi logica per capire che è lo studio in generale a essere bistrattato da noi. D’altronde alleviamo strani personaggi come Briatore che dicono ai ragazzi di non studiare perché tanto non serve a nulla. Poi vedi tanti di quei disperati senza arte né parte cercare lavoro all’estero e… sorprendersi perché nessuno li assume, salvo qualche bandito italiano che si approfitta della disperazione dei connazionali. Ma quelli che tentano l’emigrazione e tornano in patria dopo due o tre mesi, non parlano per vergogna.

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  22. Io il liceo l’ho fatto. Che spaccarmi la schiena per 5 anni su versioni inutili, grammatiche astruse e pensatori obsoleti non mi sia stato di nessun aiuto nella mia vita successiva lo so per esperienza.
    Che un singolo teorema di teoria del’informazione mi abbia aperto la mente più di tutta la filosofia greca… che tutta la cultura classica che si può assorbire in un quinquennio non mi abbia preparato a seguirne nemmeno un passaggio, è realtà, per me.

    Non parlo di un liceo “immaginario”, Galatea, ma di realtà. Per me è “immaginazione”, credere di aver imparato a pensare grazie alla cultura classica… che poteva magari sembrarmi vero se avessi studiato filosofia, come avrei potuto, e poi magari fatto il professore, come per qualche tempo ho pensato di fare. Ma quando, studiando informatica, ho ampliato i miei orizzonti, ho toccato con mano quanto limitata fosse la forma di pensiero che la cultura classica mi aveva inculcato.

    Questa è la mia esperienza, la tua è diversa? Benissimo, dico sul serio. Ma attenta a non commettere lo stesso identico errore che attribuisci agli altri, quello di fare una regola generale della tua esperienza particolare.

    Ce ne sono di persone in giro per i quali il liceo classico è stata un terribile spreco di tempo ed energie, che si vorrebbe sinceramente risparmiare ad altri…

    Però magari, perdona, quelli non li vedrai alla presentazione in un liceo, da parte di una prof di letteratura, di un libro che attinge alla cultura classica… come io non mi aspetto di trovare gente che rinnega i suoi studi di matematica, a una conferenza di informatici sull’annuncio di una nuova scoperta in materia. 🙂

    Comunque con immutata stima.

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  23. (posto che io non sono per l’abolizione del classico, per un semplice fatto che apprezzo la pluralità di offerte formative)

    innanzitutto, è sempre illuminante il modo in cui ti poni con chi non è sulla tua stessa linea d’onda, vale a dire “non hai capito un ciufolo”. vabbè.

    ora, io credo che sia tu a non aver capito il ragionamento di Cavalli (che è fior di sociologo e si occupa di questioni scolastiche da mo’): lui non sostiene che il classico debbe esser marginale, ma semplicemente spiega quali sono le cause che hanno portato ad una diminuzione d’iscritti che lo ha reso, di fatto marginale. il classico infatti non è più strumento di riproduzione sociale (roba che studiavano già quarant’anni fa Bourdieu, Passeron e quella gente lì, per capirci) perché oramai la classe dirigente non si forma più solo lì, ma anche in altri luoghi.
    dunque, ora, il ruolo del classico non è più quello di scuola formativa per eccellenza (in realtà, non lo è più dal ’69, quando vennero liberalizzati gli accessi all’università), ma sta diventando una scuola “d’indirizzo”, i cui diplomati tendono ad iscriversi a determinate facoltà (lettere, beni culturali, giurisprudenza…) e ad accedere a determinate professioni (insegnante, giornalista…), un po’ come i diplomati dell’artistico tendono ad iscriversi a Belle Arti o ad Architettura (lo scientifico, mi spiace, non può proprio formare contabili perché non si fa economia…) . Mi pare che non ci sia nulla di male in ciò, e che la diagnosi sia corretta (confermata anche dalla progressiva femminilizzazione dell’utenza – vedi il link sotto – correlata all’impronta di genere delle professioni di cui sopra).

    PS: che la selezione si facesse su base innanzitutto familare, e a partire non dalla IV ginnasio, ma dalla scuola elemntare e media (ti dice nulla la riforma della scuola media del ’62? e Lettera a una professoressa?) è storia non opinione; così come il fatto che, rispetto alle altre, il classico sia una scuola che boccia poco, anzi, pochissimo, è statistica e non tanto esperienza personale di “il mio liceo” o “nella mia classe” http://seriestoriche.istat.it/fileadmin/allegati/Istruzione/tavole/Tavola_7.8.xls)
    e questo per un semplice fatto, che dovresti ben conoscere, insegnando alle medie: medie, che non si diventa bravi perché si è fatto il classico, ci si iscrive al classico perché si è bravi.

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