Bambini presidenziali

Io me lo ricordo, il piccolo Gravisca.

In classe averlo era una jattura. Non che fosse odioso, anzi. Il piccolo Gravisca era simpaticissimo, in fondo. Sempre in primo banco, compagnone con i compagni, interessato con i professori. Se spesso a scuola il problema è convincere i ragazzini a partecipare, con lui, semmai, era il contrario: il piccolo Gravisca era un partecipatore nato, non facevi tempo ad arrivare in classe, firmare il registro, cominciare la lezione, che via, lui era là che sventolava la mano, si dimenava per farsi chiamare, produceva domande a ritmo di un operaio in catena di montaggio. Ecco, le domande, semmai, erano il problema: perché sebbene non fosse stupido, il piccolo Gravisca, al netto della buona volontà, non era propriamente geniale, quindi le sue domande ed i suoi interventi nove volte su dieci non c’entravano un cippa con il discorso, e quella decima volta restante non è detto che fossero granché. Ma il piccolo Gravisca, della scuola, pur non essendo un genio, aveva capito una cosa fondamentale: che spesso non serve essere intelligenti, basta essere furbi. Così aveva imparato che con il 90% dei colleghi le domande fuori tema e fuori contesto erano più che sufficienti, perché comunque facevano scena, così quando c’era da discutere sui suoi voti, in consiglio di classe, anche se tu dicevi:”Sì, vabbe’ partecipa ma non capisce niente!”, c’era sempre chi interveniva in suo favore con l’argomento: «Vabbe’ ma è tanto interessato, partecipa, è bravo, bisogna premiarlo.»

Anche con i compagni, il Gravisca era un furbo matricolato. A forza di pacche sulle spalle, sorrisoni, battutone, barzellette, riusciva sempre ad essere il capogruppo: fin dalle elementari, se c’era una elezione a capoclasse, portatore di cancellino, portavoce per il concorso di Vattellappesca, il posto era suo. Non si contano le volte che alle premiazioni è salito lui sul palco a ritirare un premio per un lavoro  in cui non aveva fatto nulla, anche perché neppure faceva parte del gruppo in questione. Ma quando c’era da mietere allori, era peggio di Mussolini nei campi di grano: sempre a farsi fotografare vicino alla mietitrice. Per il resto, il nulla. Temi banali e vuoti, scritti in un italiano sciattino e precario; compiti di inglese imbarazzanti, ad un passo dall’uanagana e l’ammerigano di Sordi; prove di matematica raccogliticce, con soluzioni scopiazzate dai compagni più bravi ma applicate senza il brillio dell’intuito. Un sei che diventava sette per via delle intercessioni degli altri professori, conquistati dal suo fascino, che a me costantemente sfuggiva; voto che lui poi magnificava con i compagni e a casa con una tale parlantina da convincere tutti, non appena le pagelle venivano ritirate e sparivano le prove materiali, che era passato ogni anno con la media del nove in tutto.

Un bluff, insomma, il piccolo Gravisca, ma un bluff che nessuno, per qualche misterioso motivo, si prendeva mai veramente la pena di smascherare, convinti tutti che in fondo fosse inoffensivo e bonario, e non avrebbe mai potuto fare grandi danni nella vita. E quando io invece dicevo che no, era pericoloso, perché sono questi tizi qua che bisogna stangare, perché bisogna che qualcuno gli insegni una buona volta che qualche risultato serio bisogna produrlo, prima o poi, tutti che mi guardavano come se fossi una strega cattiva.

E si chiamava pure Matteo, il piccolo Gravisca. Così, per la cronaca.

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11 pensieri su “Bambini presidenziali

  1. Io avevo un compagno di classe a cui lasciai copiare il mio compito a casa di storia, che lui non aveva fatto. Fu interrogato, praticamente lesse quello che avevo scritto io, ma con più parlantina. Su quel compito lui prese 7 e io 6,5, ma avendogli dato il compito da copiare non potevo dire nulla. Mi girarono un poco le @@. No, non si chiama Matteo, però capisco il tuo disappunto.

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  2. Non so Galatea, hai scritto bene ma alla fin fine lo ha reso simpatico; una persona anche mediocre, però capace di entusiasmare, di creare senso di comunità, di creare quel «movimento» intorno a sè, alla fin fine è una persona positiva, utile. La scuola in qualche modo con la sua regola di giudicare il singolo e dare un voto al singolo in questo caso non è maestra di vita davvero, perchè la vita di una comunità, vasta quanto un oratorio o quanto una nazione, è fata di relazione, correlazione, se vogliamo anche di allegria. Se debbo per esempio organizzare la vita di un campeggio, di un’iniziativa collettiva che poi ha ricadute importanti sul «sentirsi comunità» è meglio scegliere un pensoso heideggeriano coltissimo oppure un tipo gioviale, dalla battuta pronta, carico di entusiasmo anche ingenuo? Io sono stato anche un imprenditore responsabile di un piccolo gruppo di persone, posso dire che tantissimo conta avere persone che sono di compagnia, perchè un’azienda, contrariamente ad un impiego a stipendio garantito (ingiustamente) a vita, ha bisogno di un clima positivo per sopravvivere. Insomma io sono amico del piccolo Gravisca, purchè ovviamente si faccia aiutare anche da qualche noioso competente.

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  3. Sono d’accordo per molti versi con Diego e cercherò di spiegare il perché. Capisco il tuo discorso e la tua perplessità (i Gravisca li ho subiti da compagna di classe e possono essere odiosi). Non vorrei però che avessi fatto, in questo caso, la prof. che secondo la leggenda metropolitana “si mette di traverso”, criticando sistematicamente un ragazzino che invece piace ai colleghi, perché lo trova sopravvalutato. Capisco l’intento didattico ed è lodevole che tu pretenda di più da lui, ma da non insegnante mi lascia perplessa l’osservazione che non fosse un genio, come se fosse un requisito essenziale, e il giudizio pure sulla qualità delle domande, come se anche quelle fossero passibili di voto. Ho invece subito da alunna le lotte intestine tra i docenti su questo o quel protetto, con la prof. convinta per partito preso che l’alunno Tizio fosse un bluff, e il docente che esalta il Gravisca di turno. Proiezioni? Simpatie e antipatie legate al proprio vissuto? O, come sembri argomentare, semplici considerazioni didattiche sulla mediocrità che avanza a torto? Forse dimentico che, come dice un prof. di architettura di mia conoscenza, “I professori sono esseri umani, solo che loro a volte se lo scordano” 🙂 .

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  4. Che un piacevole ambiente di lavoro sia importante non c’è dubbio, ma avere un piacevole ambiente di lavoro in classe è più che importante, è vitale. Il Gradisca di turno può essere un fattore positivo o negativo, dipende da tante cose. Però sui voti lascerei decidere a Galatea, che non credo si faccia granché influenzare dal suo vissuto o dalle simpatie epidermiche. Va detto però che il giovane Matteo Gradisca era/è ancora in boccio, a quell’età è impossibile prevedere se diventerà un abile venditore di fumo o una grande persona, o anche semplicemente una brava persona.
    A livello di parabola comunque la storia è interessante. Molto.

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  5. Ragazzi, io non vorrei sembrare antipatica, ma il “piccolo Gravisca” non esiste. E’ un post di politica, non di didattica o il racconto di un episodio reale. Eddai, caspita, non ditemi che ve lo devo anche spiegare.

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  6. veramente io l’avevo capito, cara Galatea, e ho cercato, rimanendo nella metafora, di spiegare perchè alla, seppur con tanta tribolazione interiore, sono un orrido piddino renziano

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  7. Lemargheritine sei un genio 😀 Di Gravisca ne ho conosciuti due, uno come compagno di classe e una come alunna. Però il compagno di classe sapeva come rendersi odiosetto – e si capiva che ci godeva pure, e lo odiavamo tutti per la capacità di intortare i prof. L’alunna invece era quella che si dice un’acqua cheta, che si aggregava alle persone più capaci, ma ho scoperto che si comportava così solo quando per caso mi sono trovata nel pomeriggio a mangiare un panino coi ragazzi. Per dire che dall’altra parte della cattedra avevo l’impressione di capire molto di più, ma anche molto di meno. A saperlo realizzare, è quello che succede a tutti in ogni circostanza, in fondo.

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