La dea di Ostuni, ovvero madri preistoriche e civiltà

Immaginatevi la scena: davanti agli occhi, una distesa di erbe basse e verdastre, quasi una savana, che corre di fronte al blu del mare. Fra i cespugli, le mandrie, che vagano qua è là allo stato semibrado. Dall’alto del pianoro, loro, i nomadi, hanno costruito le capanne di paglia e pietre a secco, appoggiate allo sperone di roccia che domina ogni cosa. Vive lì, quella piccola tribù di Paleolitici, godendo alla sera del fresco vento che carezza le alture, e trovando riparo negli anfratti naturali della grotta. Lì c’è lei, Delia, che è alta, slanciata, ha quasi ventun anni e aspetta il suo bambino. Forse è il primo, chissà. È felice Delia, perché in quegli anni della lontana preistoria la vita è semplice ed abbastanza tranquilla, e quell’angolo di Puglia è un piccolo angolo di Paradiso. Guarda il mare, si carezza il ventre, si informa dalle donne del villaggio di cosa la aspetta come madre, del parto. Ma al parto non ci arriverà mai: poco prima, qualche settimana, Delia muore, per qualche motivo a noi non noto, assieme al suo bambino ancora non nato.
Immaginatevi, immaginiamo il dolore di quel piccolo villaggio di quella comunità di pochi per cui ogni perdita, oltre che un lutto, era una vera e propria menomazione. Il pianto e la sofferenza per quella vita stroncata così giovane e per quella che neppure aveva visto la luce. Così, fra i singhiozzi, l’hanno ricomposta, come se dormisse, con la mano sul ventre a proteggere per sempre il suo bambino, e in testa, come gioiello, le hanno posto una cuffietta fatta di conchiglie intrecciate, quella che portavano in capo le dee madri, che non l’avevano protetta dalla morte forse per il desiderio di trasformarla in una di loro.
Per anni, per secoli, la sua tomba divenne per il villaggio un luogo di culto, perché per i paleolitici la dea madre incinta, dalle poppe grandi ed il ventre prominente, era la Signora del tutto. E lei, Delia, morta proprio mentre il suo corpo era così, arrotondato e riempito dalla maternità, sembrava il simbolo perfetto dell’umano che si fa divino.
Il divino è una strana cosa: quando tocca un luogo è come se lo pervadesse: si appiccica ai muri e alle pietre come l’umidità, ci si avvinghia. Millenni dopo la morte di Delia l’ombra della Dea Madre era rimasta in quei luoghi. Uomini diversi, dopo che la tribù era scomparsa, sapevano ancora da racconti confusi che in quell’antro la Dea era stata potente, ed andava onorata. Così trasformarono la grotta in un sacello di Demetra, la dea delle messi e della vegetazione. E poi persino il vescovo, che proprio accanto alla grotta si fece una villa, continuò a rispettare il fascino arcano di quella spelonca, con una cappella dedicata alla Vergine e Madre, un’altra dea sovrapposta alle colleghe più antiche.
Nessuno, in quei ventimila anni trascorsi, sapeva di Delia. Le sue ossa erano rimaste imprigionate nella grotta, sotto le rocce che il tempo aveva atto cadere su di lei. Fu scoperta nel 1991, ancora rannicchiata e con il braccio curvato a proteggere ciò che restava del suo bimbo mai nato, sepolta dove i suoi compagni l’avevano deposta, fra pianti e grida, ventimila anni prima, in quella che nei secoli era divenuta S.Maria di Agnano, ad Ostuni. Nel suo sonno eterno ha visto farsi e disfarsi le civiltà, avvicendarsi le religioni, nascere e morire mondi. Il poco che sappiamo di lei, e il nulla che lei sa di noi si fonde in quella grotta che guarda la pianura e il mare, dove la più antica madre del mondo ci osserva, ancora oggi, con il distacco di chi, anche se solo per caso, è diventata dea.

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5 pensieri su “La dea di Ostuni, ovvero madri preistoriche e civiltà

  1. Guarda che cosa strana, con gli uomini ”preistorici” non mi è mai riuscito di immaginare le loro reazioni emotive e umane, non riesco a immaginare che possano provare gioia e dolore, anche se so che sbaglio perché erano senza dubbio molto più simili a noi di quanto vogliamo immaginare. Non conoscevo la storia della dea/madonna di Ostuni, è davvero affascinante, non c’è dubbio che sia proprio così per tanti luoghi – quest’estate sono stata a Carnac, dove si può vedere un tumulo lungo 130 km – demolito in parte, ma che consisteva di una tomba originaria, sopra la quale per qualche secolo generazioni di persone avevano continuato a posare sassi in omaggio.

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