I campi estivi di don Filippo

Il sole tramonta e don Filippo è in canonica, come ogni sera da quando è diventato parroco di Spinola, millemila anni fa. È lì, sul balcone, con il breviario in mano, e un dito che segna la pagina, preciso sputato a don Abbondio quando ce lo presenta la prima volta Manzoni. Non fosse che don Filippo, col don Abbondio di Manzoni, non ha nulla in comune, se non l’essere parroco in un paesino sperduto, e non avere più l’età in cui, da prete, il paesino sperduto è un trampolino di lancio per la carriera ecclesiastica. No, don Filippo non è don Abbondio, e quindi non legge il breviario facendo amene passeggiate per stradine fronte lago, anche perché Spinola non ha un lago e le stradine di campagna qua sono state asfaltate e ora sono direttrici provinciali di traffico, per altro tutte finanziate dai sindaci di Spinola che don Filippo ha contribuito a far eleggere negli anni; e non corre nemmeno il rischio di incontrare bravi che gli blocchino il passo, perché in paese nessuno oserebbe mai dar fastidio a lui, don Filippo, mentre cammina, e semmai a Spinola ci fosse un bravo in edizione post moderna state certi che sarebbe agli ordini più o meno diretti di don Filippo, e non certo contro di lui. Dunque don Filippo non legge il breviario e non cammina, ma scruta, dal balcone della sua canonica, mentre il sole scende e gli arrossa i tetti dell’oratorio e il campetto di calcio, vuoto.

«Ma che…!» e se fosse un laico aggiungerebbe “cazzo”, perché è proprio incazzato, e all’incazzatura già presente si aggiunge quindi la stizza di essere prete e non poter usare male parole, almeno a voce alta.

«Don Elisio!», tuona, chiamando il suo viceparroco, che arriva trafelato, come al solito, non perché corra davvero, ma perché don Elisio è trafelato di suo, sempre: non è una condizione fisica, la sua, ma uno stato dello spirito.

«Dove sono i ragazzini?» gli sputa in faccia appena il vice gli compare davanti.

Don Elisio sgrana gli occhi e spalanca la bocca, e questo, aggiunto al fatto che ha il respiro corto perché è trafelato ed agitato come sempre quando deve parlare con don Filippo, lo fa diventare simile simile al tizio dell’urlo di Munch, ma un pochino più spaventato.

«Qua-quali ragazzini?» riesce alla fine a balbettare, facendo appello a tutte le sue forze.

Don Filippo alza gli occhi al cielo come se in segreto e veloce dialogo con il Principale stesse chiedendogli per via diretta e senza indugi di fulminare tutto il mondo seduta stante e soprattutto quel cretino che gli han dato come aiuto: «I ragazzini, i ragazzini nostri! Quelli che vengono ai campi estivi dell’oratorio! Sono le sette di sera, dovrebbero essere ancora qua, e invece il campo è vuoto e c’è un silenzio di tomba! Dove sono?»

Don Elisio, che già è pallido di suo, si fa bianco come il cencio con cui il sagrestano pulisce il calice della comunione: «Don Filippo, non ci sono. Non abbiamo ragazzini iscritti alle attività estive, questa settimana, al pomeriggio. Giusto una decina alla mattina, quando l’animatore li porta in piscina comunale, ma al pomeriggio no.»

«Non abbiamo ragazzini?»

«No, neanche uno.»

«E dove vanno, al pomeriggio? Ciondolano per strada?»

«No, vanno quasi tutti ai campi estivi organizzati a Medrano, dal Comune.»

«A Medrano? Ma è a dieci chilometri da qui! E perché vanno là?»

Don Elisio raccoglie tutto il suo coraggio e risponde, in fretta in fretta prima di potersene pentire:

«Perché sono quasi gratis, don Filippo. I nostri, i genitori hanno detto che costano troppo.»

Don Elisio chiude gli occhi, attendendo l’urlo e la sfuriata, ma l’urlo non parte e la sfuriata non viene. Don Filippo, tramortito, lo guarda, come se non capisse.

«E preferiscono andare in un paese vicino, in una cosa gestita dal Comune, invece di lasciare i figli da noi?»

«Sì, don Filippo… vede noi chiediamo 50 euro a settimana più le spese… per molte famiglie non è un costo affrontabile…poi, al massimo, al pomeriggio li mettiamo a giocare a calcio in cortile, mentre a Medrano si sono organizzati con i laboratori di arte, disegno, ceramica con una cooperativa di giovani volenterosi, e quelli del circolo naturalistico che li portano nel bosco dell’oasi a riconoscere le piante e a fare le biciclettate…»

«E noi perché cazzo non facciamo i laboratori e le biciclettate?» Sì, ha detto cazzo, don Filippo, perché quando ci vuole ci vuole.

Don Elisio, ormai, ha sguinzagliato tutto il suo coraggio, e quindi gli risponde, alzando gli occhi al cielo: «Perché, don Filippo, per trovare gente che fa tutto questo bisogna pagarla, e lei non vuole! Non abbiamo volontari giovani, e quelli vecchi che si offrono gratis non so cosa fargli fare! C’è solo la signora Marcella, che come al solito fa il suo corso di scacchi, che i ragazzini non ci vanno neanche morti, anche perché ha ottant’anni, è mezza orba e ha un alito mefitico che come ti viene vicino per spiegarti la mossa muori asfissiato, oppure Sandro, che ha settant’anni ed è zoppo. Mica posso mandare lui a fare la biciclettata! E i genitori 50 euro a settimana per mandarli a giocare da soli a calcio nel cortile non li spendono più, no.»

Cala il silenzio, e con uno sguardo torvo Don Filippo congeda il suo vice, che si liquefà spossato dal suo ardire, e cerca rifugio in un angolo oscuro della sagrestia.

Roba da matti, pensa il vecchio parroco fra sé e sé, mentre nelle orecchie gli rimbomba il suono strano di quel cortile vuoto, senza grida di ragazzi che giocano, ma solo una tortora stanca e accaldata che ripete il suo tu-tu tu-tuuu. Roba da matti, questi genitori moderni, che preferiscono dare i figli i mano a chissà chi, al Comune, ad una cooperativa di giovani senza Dio, magari, che saranno pure ex drogati, perché quei comunisti di Medrano figurati chi sono andati a pigliare con tutte quelle balle del reinserimento sociale e via così! Se lo ricorda ben lui, due anni fa, quando in Comune un consigliere di minoranza voleva convincere l’assessore all’istruzione a fare una cosa simile anche a Spinola, dare in gestione il campo sportivo d’estate ad una cooperativa perché facessero “animazione”! Li ha fermati ben lui, don Filippo, quella manica di atei schifosi comunisti, andando direttamente dal Sindaco Taragnin a fare una piazzata e mobilitando poi il comitato genitori, perché si era scoperto, che uno degli animatori eri addirittura arabo, o slavo, adesso non se lo ricordava bene, ma insomma magari era anche musulmano, anzi, di certo, e figurarsi se si potevano lasciare i ragazzi in mano a quella gentaglia lì, che neanche si sa da dove viene. Così i ragazzi erano rimasti tutti in oratorio, che del resto quelle incoscienti delle mamme che lavorano mica li possono lasciare per strada, no? Che poi una volta, almeno, ai tempi suoi, le mamme non lavoravano e i figli se li tiravano su loro, e quindi anche se erano per strada erano più controllati lo stesso, mentre adesso con queste mamme moderne che non si sa mai dove sono perché devono “realizzarsi” invece di fare le brave donne di casa, vabbe’… e poi tutte quelle lagne per i soldi! La crisi, la crisi! La crisi c’è per tutti. Cosa credono, che a lui gli spazi dell’oratorio non costino? Cosa vorrebbero, venirci gratis, come se fossero roba loro?

E guarda, come un padre guarda il figliolo, il suo oratorio ristrutturato di fresco, che ha tutto, ma tutto tutto, cinque sale, compresa una conferenza con lo schermo gigante, e una per i banchetti delle comunioni, che viene affittata alle famiglie così non vanno a pagare il ristorante fuori per il rinfresco ma fanno tutto là, e la perpetua garantisce il catering, e poi il campo di calcio e di basket, e solo la piscina no, perché la piscina il Sindaco Taragnin ha detto che con tutta la buona volontà non la poteva far passare come variante d’opera, visto che la canonica era pur sempre una costruzione del ‘500 vincolata, e già a farla sventrare e ricostruire come avevano fatto era da denuncia.

Lo guarda, lo riguarda, il suo piccolo regno, che però è tanto vuoto, e per un attimo spinge lo sguardo fino a fuori del cancello, ed immagina tanti ragazzi, che vorrebbero venire a giocare in quel campo da calcio e da basket, e passerebbero pure sopra al fatto che non c’è la piscina. E pensa che sì, sarebbe giusto che potessero, perché tenere quegli spazi chiusi, senza nessuno, in fondo è proprio uno spreco, e anche un’ingiustizia.

E allora, colto da improvvisa ispirazione, prende in mano la cornetta, e compone un numero, un numero che ha solo lui, quello diretto del Sempre Sindaco Taragnin, e, appena quello gli risponde, dice: «Carlo? Ciao! Senti, mi è venuta un’idea, perché non è possibile che teniamo questo oratorio così vuoto solo perché oggi, con questa crisi, le famiglie non hanno più i soldi per poter pagare il campo estivo della parrocchia… sì, lo so che ho ragione, è una questione di carità cristiana… quindi ho trovato la soluzione: trova i fondi per pagare alle famiglie i 50 euro di iscrizione con un contributo comunale, va ben?»

6 pensieri su “I campi estivi di don Filippo

  1. Povero don Filippo… .Forse dovrebbe aggiornarsi con le puntate. Nessun sindaco oggi si può permettere una spesa del genere; le parrocchie di tutta Italia sono nella stessa condizione, e chiudono asili e oratori di anno in anno (da quando i Comuni non possono più foraggiare).

    Poi c’è la questione dei mutui da pagare, e lì se ne stanno vedendo delle belle.

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  2. in effetti il racconto è scritto benissimo (molto bello il passaggio sul rosso dei tetti e del campetto vuoto), ma è vero, come scrive l’economa che i sindaci non hanno neanche un euro da spendere, gli anni ’80 son finiti da un pezzo

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