Io non viaggio, mi sposto: riflessioni di una pessima viaggiatrice.

Non sono una grande viaggiatrice. Non può essere una grande viaggiatrice una che, tendenzialmente, si fa prendere dall’ansia anche se deve solo salire un autobus nuovo. Così io non viaggio. Al massimo, mi sposto.
Spostarsi è un concetto differente da viaggiare. Intanto si fa per un motivo. Perché devi andare a trovare qualcuno. Perché hai un lavoro da svolgere in un posto, una riunione, una conferenza. Per questo ti sposti e non viaggi, quando è così, perché se viaggiare vuole dire lasciarsi alle spalle ciò che si è, spostarsi è invece portarselo dietro. Ti porti dietro il tuo lavoro, i tuoi obblighi, i tuoi pensieri. Persino le tue abitudini inveterate, che semplicemente fai attecchire altrove per qualche giorno.
Io dunque mi sposto, e anche poco, e malvolentieri. Prima di farlo inanello rosari di fisime: è troppo caldo, è troppo freddo, è troppo lontano. Non ho compagnia, o quella che potrei avere non mi piace, o potrebbe non piacermi, o potrei non piacere io. Soffro il treno, la macchina, l’aereo; persino il teletrasporto, e poco conta che non l’abbiano ancora inventato: quando lo inventeranno mi farà mal di stomaco pure quello. Però poi mi sposto, perché il sono fatta così, e cioè testarda e carogna con tutti, e in primis con me stessa. Quindi non esiste che le mie fisime la vincano su di me: anche se non mi piace, alla fine mi muovo.
E poi, ecco, quando arrivo a destinazione succede una cosa strana. O meglio, non succede niente, perché ad essere strana sono io. Conosco i posti e le città con un metodo tutto particolare, tutto mio. Tanto per cominciare, inizio dai ristoranti. O almeno dai caffè e dalle pasticcerie. Devo individuarne una che mi piaccia, che faccia le cose del posto, che me le lasci assaggiare con calma e con gusto. Non si può capire un posto finché non si assaggia cosa mangiano, e non si appartiene ad una città finché non hai un caffè, una pasticceria, un ristorante che non senti un po’ tuo.
E poi cammino, a caso. Davanti ai monumenti, sì, ma anche no. Per le vie, per le piazze. Poco dentro ai musei, lo confesso. Non è che non mi piacciono, ma è che voglio vedere la città così, a caso. Come la vedono i suoi abitanti ogni giorno.
Mi piace guardare la gente che cammina per strada. Intercettare brandelli di conversazioni in dialetto. Seguire i ghirigori dei bambini nelle piazze. Studiare gli sguardi delle commesse nei negozi.
Io non viaggio, mi sposto. Mi porto dietro il mio bozzolo di abitudini, per cui sono sensibile e curiosa di quelle altrui. Le immagino fra quelle case, quei vicoli. Le spio. Intuisco storie, e quando non le intuisco le invento sulla base dei dati che raccolgo. Mi sposto, e, anche se per poco, voglio ricreare un mio piccolo bozzolo dove sono finita, ma che sia in sintonia con la città dove mi trovo, e quindi devo capirne il ritmo, il respiro. Ogni città ha il suo ritmo, come ogni essere umano ha la sua camminata. Peculiare. Unica.
Per questo non viaggio, perché io sono stanziale di natura, e dove mi fermo, anche se pochi giorni, metto radici. Voglio il mio bar, la mia pasticceria, il mio ristorante, il mio scorcio di paesaggio che solleva dalle malinconie, come se fossi a casa. E, trovatili, non mi vorrei muovere più, anche se sono lontana.
Non riesco a viaggiare, io. Riesco solo a trasferirmi, per un po’, altrove.

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12 pensieri su “Io non viaggio, mi sposto: riflessioni di una pessima viaggiatrice.

  1. “Io dunque mi sposto, e anche poco, e malvolentieri. Prima di farlo inanello rosari di fisime: è troppo caldo, è troppo freddo, è troppo lontano. Non ho compagnia, o quella che potrei avere non mi piace, o potrebbe non piacermi, o potrei non piacere io. Soffro il treno, la macchina, l’aereo; persino il teletrasporto, e poco conta che non l’abbiano ancora inventato: quando lo inventeranno mi farà mal di stomaco pure quello.”
    Praticamente, saresti la suocera perfetta.

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  2. Avrei potuto scriverlo io, tanto mi identifico! Mi piace intravedere e immaginare dietro ogni luce accesa, la vita che scorre. Amo viaggiare all’imbrunire, di notte o all’alba, perchè intraprendo un percorso insieme ad ogni persona che fatica, che aspetta oppure che si sveglia con il canto del gallo. E’ sempre un piacere immenso leggerti, per tutte le emozioni che trasmetti e condividi. Grazie!

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  3. per me è il contrario: cerco di essere un viaggiatore anche quando devo solo spostarmi. spesso basta un libro o a volte anche della musica
    quando arrivo in un posto che non conosco cammino, guardo i negozi, sbircio quel che mangiano gli “indigeni” e mi adatto: preferisco bere un buon caffè lungo invece che un pessimo espresso e certo non cerco buoni supplì a nord di roma, ecc.

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  4. io sono un’accanita viaggiatrice , per lavoro , per divertimento , per dimenticare una storia d’amore conclusa con il dolore nel cuore , quel dolore che di devasta dentro , cosi che voglio allontanarmi e riconquistarmi il mondo , riguardarlo come se fosse per la prima volta , sbirciare dietro le finestre per scoprire l’intimità degli altri , curiosare dentro i cortili che si aprono a mia vista , passeggiando. Visito musei assettata di cultura ma scopro i quartieri popolari coi loro mercato coperti , cerco le tradizioni del posto nelle trattorie , parlo coi tassinari che ti raccontano la loro vita , che si lamentano del governo ladro e se quei posti ti piacciono al punto di desiderare di installarti in quella città chi meglio di loro ti possono indicare i quartieri giusti dove farlo? ti dicono che lì abita l’Onorevole tal dei tali , che in quel altro quartiere l’artista super amata del momento , ti indicano i ristoranti dove si mangia bene il cibo regionale …Mi piace parlare coi tassinari , mi piace sbirciare nei quartieri con la gente semplice , fare un tuffo tramite loro nella mia infanzia per poi riscoprirmi li , quella che sono e sono diventata. Buon viaggio a tutti !

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  5. Mi considero una viaggiatrice e questa cosa del paese che si capisce attraverso il cibo l’ho sempre sentita mia, è una lettura che mi hanno trasmesso i miei genitori – non abbiamo viaggiato moltissimo ma mi è rimasta la forma mentale.
    E’ vero, con il tempo dovendo farlo per lavoro sono diventata più recalcitrante e per un periodo sono arrivata a mettermi un peluche in valigia – quando da bambina avevo sempre detestato i peluche. Per lavoro o per convivenza con l’attuale marito ho vissuto per alcuni mesi in città diverse, mi riconosco in molto di quello che descrivi, la ricerca istantanea di ”un” posto che diventa ”il” posto, che non coincide con la camera d’albergo e nemmeno con la roulotte in campeggio, ma diventa una specie di porto sicuro all’interno di un posto nuovo – potrei dire per ogni città in cui ho vissuto o lavorato ”il” caffè o ”il” ristorante in cui tornavo per farmi salutare dai proprietari che mi riconoscevano e sentirmi un po’ di casa.
    Però sai che c’è, mio marito non ha mai smesso di viaggiare molto volentieri eppure ha lo stesso riflesso anche lui. E pure io, che adesso vivo all’estero e l’ho scelto volentieri, e in questo posto mi sento già un po’ di casa, ho replicato la ricerca del porto: per dire c’è un caffè, vicino alla piazza del duomo, accanto a un negozio di fiori e uno di coltelli, dove torno appena posso, per bermi un caffè in terrazzo e magari scrivere sul computer portatile. La soddisfazione è stata smettere di chiedere cappuccino in italiano, e imparare i nomi dei caffè come si preparano qui 🙂

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  6. Io viaggio. Ho viaggiato molto ma l’atteggiamento mentale nell’approccio del nuovo (ovvero città, ristoranti, ecc) è pari paroi lo stesso. Per i ristoranti assumo un atteggiamento di curiosità. Non vada quasi mai due volte nello stesso posto. Devo cambiare, devo confrontare i diversi menù, le diverse cucine. Non importa se sia Italia o estero. Devo conoscere e valutare. In un certo momento della mia vita avrei potuto scrivere un saggio sui diversi ristoranti.
    Però viaggio

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