La provincia al seggio

Siamo in provincia. Lo vedi perché qui, pare strano, ma le elezioni sono ancora elezioni. Lo vedi perché la gente la mattina della elezioni si veste per andare al seggio. E, se è donna, si trucca e si parrucca. Lo vedi perché al seggio ci sono ancora le distinzioni di classe, tanto che ti domandi se non sei per caso capitato in un film di don Camillo.

Ci sono le anziane beghine che arrivano dopo messa, con la comunione ancora sul palato e un senso di spaesamento negli occhi, perché il nuovo parroco, arrivato da poco, non ha dato indicazioni precise sul voto, e loro da sole non sanno più cosa scegliere dai tempi che gli han tolto lo scudo crociato DC. C’è l’accrocchio delle vecchie operaie in pensione, che giungono al seggio alla stessa ora delle beghine, da sempre, per prenderle latamente per il culo, perché loro, le operaie, a messa non ci vanno da quel dì, e si muovono assieme come quando andavano alla catena di montaggio. I due gruppi si guatano un po’ in tralice, ché lo fanno da almeno quarant’anni e a tutte le elezioni, le beghine accollate e stizzite, le operaie scollate nonostante l’età, con le maglie di tutte le sfumature di rosso. E nel fondo degli occhi lo stesso spaesamento perché alle beghine manca lo scudo crociato e a loro la falce e martello.

Ci sono i “signori”, che arrivano al seggio in macchinone, suv o mercedes, o entrambi, perché il massimo è il suv mercedes nero e lucido come quello che scorrazza i senatori nelle puntate dei telefilm americani. Smadonnano per il parcheggio, maledicendo quello della scuola pubblica che è troppo angusto per le loro gomme e le loro auto, e mentre smadonnano si convincono che hanno fatto proprio bene a non mandarci i figli in quella scuola pubblica lì, sennò sai che strazio ogni giorno, a dover venire a prendere il pupo facendo tutte quelle manovre lì. Quando scendono sono vestiti in giacca blu, con gli occhiali neri ed i capelli pietrificati dal gel, perché nessuno glielo ha detto che in città i veri ricchi non portano più le giacche blu: in provincia le notizie arrivano in ritardo e la giacca fa sempre ricco. Smontano ed al loro fianco hanno donne in tacchi modello Santanchè, capello stirato e labbro al silicone, perché in provincia la Santanché fa sexy, a prescindere.

Poi ci sono i piddini sparsi, con la loro aria da impiegati del catasto che hanno fatto carriera, ed ora si sentono molto classe dirigente in fieri. Non sanno come si vesta, però, la classe dirigente in fieri, e così continuano a vestirsi come impiegati del catasto, ma che si possono permettere per la prima volta un abito firmato. Le donne hanno magliette di colori sobri, perché il rosso e i lustrini le lasciano alle ex operaie in pensione, che per anni hanno cotto costolette alle feste dell’Unità e poi, grondando ancora di grasso, si sono lanciate nelle balere. Le nuove donne del PD una costoletta alla festa dell”Unità non l’hanno mai fritta, anche perché non sono manco mai andate alla festa dell’Unità, se non forse come ospiti in un tendone chic per il dibattito, e sono così, vestite di tutto punto ma sobrie, perché loro sono donne serie e quindi hanno tacchi alti ma non vertiginosi e volti con labbra non al silicone, ma al massimo qualche punturina di collagene per spianare le rughe qua e là.

Ci sono i sinistri-sinistri, vestiti con magliette e calzoni corti e infradito che sembrano buttate addosso a casaccio, e invece sono studiate per non mostrare un marchio, o mostrare solo quelli giusti, e poi i grillini nuovi e completamente in palla, perché in fondo sono alle loro prime elezioni e ancora non sanno bene come sia la loro immagine, quindi vagano fra l’aspirante nerd e la prima comunione.

Mancano i leghisti, o devono aver cambiato pelle e look, perché non si avvistano più le camicie falso Missoni e le cravattine da bovaro texano, e nel parcheggio non si intravvede neppure un pick up.

Ci sono i rappresentanti di lista che sono fissi al portone, accanto ai Caramba, e con gli stessi millantano una confidenza che forse non hanno ma che quel giorno si possono inventare, perché il rappresentante di lista è pur sempre una figura dell’istituzione, e quindi anche i Caramba sono amici di default. Chi entra li saluta perché è sempre bene, in provincia, far sapere agli altri che conosci qualcuno dentro ai vari partiti, anche se poi non sono quelli che voti o negherai di aver votato il giorno dopo.

C’è il mondo che va e che viene, si ferma a chiacchierare, domanda informazioni sul seggio in cui vota da vent’anni ma ogni volta per arrivarci deve avere conferma da qualcuno, i mariti che chiedono alle moglie dove è finita la tessera elettorale, le mogli che sospirano perché glielo hanno già detto tre volte, i bambini piccoli che scorrazzano nel corridoio mentre i genitori votano, frignano attaccati alle cottole della nonna che fa baby sitter anche in quel caso lì, vicini di casa che si salutano con cenni più o meno calorosi o che si scrutano per indovinare le appartenenze politiche.

E’ divertente la provincia, il giorno delle elezioni. Fa quello che le riesce sempre meglio fare: chiacchierare, spiare, spettegolare, controllarsi. In una parola, vivere.

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13 pensieri su “La provincia al seggio

  1. Galatea, perché fra qualche anno non mi sposi? Sì, lo so che siamo ambedue ferreamente etero, ma dopo una certa età – io ci arriverò prima, tu molto dopo – l’eros va in pensione comunque, quel che resta è la conversazione intelligente e arguta – cioè l’essenziale – e per quel genere di attività tu sei perfetta…

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  2. Quello che fanno in vita, in provincia, è poco interessante, e pure da morti sono gente di cui fa notte innanzi sera.
    È interessante il momento in cui operai e beghine, grillini e comunisti, come un Scalfaro e uno Scalfari qualsiasi, cercheranno il prete per la grande scommessa che ci sia un poi un “dopo”.
    E l’unico che vincerà le elezioni sarà sempre il parroco che avrà l’ultima parola.

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  3. “perché nessuno glielo ha detto che in città i veri ricchi non portano più le giacche blu: in provincia le notizie arrivano in ritardo e la giacca fa sempre ricco.”

    Mi hai costretto a correre a casa a cambiarmi e a mettermi una giacca Principe di Galles.

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  4. Bel post. Da quando ho lasciato il Veneto le operaie vestite di rosso non le ho più viste ai seggi. Sigh… Comunque ieri il sole spaccava le pietre e mi sono sorpresa a dare ragione a Gaber, chissà perché non piove mai quando ci sono le elezioni.
    Beh, se posso permettermi un commento sui risultati, oggi sono proprio di buonumore. Abbiamo un quarantenne di sinistra riconfermato senza bisogno di indicazioni vaticane, come hai ricordato nel tuo post, che parlerà di abbandonare il fiscal compact e investire sul lavoro. Tiro il fiato per lo scampato pericolo del nuovo Robespierre che prometteva processi online e ai comizi tuonava contro i massoni ebrei. E non riesco a credere che Berlusconi sia terzo nella partita. Dai che forse non abbiamo così bisogno del richiamo vaccinale contro i totalitarismi.

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