Il tempo per pensare, ovvero il problema dell’intellettuale in Italia

Teo, o del moto perpetuo. È sempre stato così, ma ultimamente è peggiorato. Non sta fermo un attimo. Mi telefona all’ora di pranzo che è a Verona, poi dieci minuti dopo perché deve fermarsi a Vicenza, quindi arriva a casa, ma esce perché ha un aperitivo a Venezia, e una cena non so dove. E anche nei dieci minuti che sta fermo, è fermo per modo di dire, perché in realtà parla, telefona, si appunta qualcosa, richiama al telefono, chiacchiera, parla.

No, non è solo che è diventato finalmente il direttore del festival di Vattelappesca, carica che il Maestro gli ha fatto ottenere con una serie di complicati maneggi; è che oltre al festival di Vattelappesca ha tenuto anche tutte le sue attività precedenti, e ne accettate alcune di future. Per cui ormai la sua vita è una girandola di cose da fare mentre ne sta preparando altre che si accavallano con altre ancora e si incrociano con chissà che altre, diverse. Le sue ore sono ingorgate come le tangenziali nei giorni di punta, un gigantesco groppo di impegni aggrovigliati gli uni agli altri, e tutti imprenscindibili e fondamentali.

“Dovresti prendere un po’ di respiro, ogni tanto.” Gli dico, e appena lo dico mi mozzico la lingua perché sento da sola il mio tono di voce, che sa insopportabilmente di vecchia zia, e manca solo che aggiunga: “Mettiti la maglietta della salute e la sciarpa quando esci!”.

“Mi riposerò quando sarò morto!” È la sua risposta standard, detta con tono spavaldo, che tiene finché poi non collassa, sul primo divano disponibile, non appena entra a casa.

È che gli piace. La sua vita è sempre stata così, un gorgo. In cui lui è un naufrago, ma che galleggia benissimo. Passa con sovrana indifferenza da una presentazione di un catalogo di arte ad una di un saggio di musica, da Beethoven al paesaggio agrario del Friuli nel ‘700: introduce, chiosa, commenta, dibatte. Gli ho sempre invidiato questa arte sopraffina che gli permette di improvvisare e andare a braccio, millantando conoscenze precise, su argomenti di cui fino a dieci minuti prima non sapeva un beneamato, e di cui non sa un beneamato nemmeno dieci minuti dopo, perché lui trattiene le nozioni necessarie a far bella figura in pubblico il tempo necessario ad una pipì, quindi tira lo sciacquone e passa ad altro.

Poi d’improvviso, nel dieci minuti in cui non ha nulla da fare, si schianta su una poltrona, mi guarda con l’occhio umido e si lagna: “Non ce la faccio più, troppi impegni, non riesco nemmeno più a pensare!” E guarda sconfortato la pila crescente sulla scrivania di libri e romanzi che non deve presentare o recensire, ma vorrebbe solo leggere, e che resta lì, negletta, perché non ha tempo. Non ricorda più l’ultima volta che è andato al cinema per vedere un film che non fosse una prima a cui era invitato come critico, a teatro per guardare lo spettacolo e basta e non per arruffianarsi regista o attori, che si è fermato a guardare un paesaggio, a bere un caffè senza un appuntamento di lavoro, che ha perso tempo per inseguire, senza sapere dove porti, un’intuizione nuova, originale.

È che fa l’intellettuale, Teo, finalmente da professionista. Ci ha provato per una vita, ed ora è lì, il sogno si è realizzato, è vero. Ma non aveva pensato al piccolo particolare che quando finalmente sei un intellettuale, uno che di mestiere dovrebbe pensare e proporre idee, e sei tutto preso dalle attività per proporle in giro e diffonderle, non hai più il tempo materiale per pensarle più.

5 pensieri su “Il tempo per pensare, ovvero il problema dell’intellettuale in Italia

  1. un bell’affresco “acqua e sapone” di una maschera fin troppo vera… è che il problema, forse (ehm…) non è tanto l’essere intellettuale, ma come sottolinei nel finale, l’essere un *professionista*. e siamo proprio sicuri che il termine “professionista” abbia solo valenze positive, nobilitanti, antitetiche a quelle dispregiative che nell’uso corrente ha assunto il termine “dilettante”? eppure “dilettante” è un vocabolo che etimologicamente discendeva da “diletto”, da “fare cose per puro piacere”. ohi, qualcosa vorrà dire…
    : )
    sarà per questo che non mi piacciono per nulla i professionisti dell’arte, siano essi scrittori, pittori, musicisti o altro?
    : ))))

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