Il livello di incompetenza

Secondo una nota legge della sociologia, ogni individuo fa carriera e continua a venire promosso finché non raggiunge il suo livello di incompetenza. Arriva cioè a quel livello in cui lo mettono ad occuparsi di una cosa che fa malissimo o non sa proprio fare. A quel punto la sua carriera si ferma e lui resta lì, infognato per sempre a fare qualcosa che non gli riesce.
È consolante sapere che, in pratica, uno si sbatte per tutta la vita per dimostrare quanto è intelligente e per guadagnarsi finalmente il posto sognato, cioè quello in cui dimostrerà platealmente quanto è stupido.
Poi dicono che il destino non è una forma perversa di senso dell’umorismo.

18 pensieri su “Il livello di incompetenza

  1. Siamo d’accordo che la vita ci prende molto spesso per il culo [e nemmeno sempre verso la fine (il destino); non di rado, come nel mio caso, lo fa fin dall’inizio].
    Tuttavia, mi sento in dovere di osservare, grazie alla istintiva pedanteria che mi caratterizza già al mattino presto, che il raggiungimento del proprio “livello di incompetenza” – il quale si rivela tale solo dopo averne fatto esperienza – non sancisce di per sé la stupidità del soggetto.
    Al massimo, potremmo dire che egli è stupido nel momento in cui dimostra incontrovertibilmente di non essere minimamente consapevole della propria incapacità, e va avanti convinto (caso a parte sono gli incompetenti “immorali”, cioè quelli che se ne rendono conto, fanno danni, ma approfittano dei vantaggi della situazione, finché è concesso loro).

    Saluti.

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  2. E’ il Principio di Peter, da cui come corollario segue (cit Wikipedia) « Tutto il lavoro viene svolto da quegli impiegati che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza. » 🙂

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  3. Sarebbe interessante stabilire statisticamente a che età media si raggiunga questo livello di incompetenza, procedere alla distribuzione per fasce d’età dei lavoratori attivi e controllare il rapporto tra gli individui che stanno ancora facendo carriera (e quindi si presume che svolgano diligentemente il proprio lavoro) e gli individui che si sono fossilizzati in un incarico che non riescono a svolgere.
    Ad occhio e croce, da noi il rapporto è ben inferiore a uno.

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  4. @–>Marcoz

    Potrei raccontarti storie esemplari di perfetti incompetenti, ben consci d’esserlo – dunque, tutt’altro che stupidi – ma altamente specializzati nel “far fuori” qualsiasi persona competente potesse mettere a repentaglio il loro “scranno”, soprattutto se giovane e di belle speranze. Li fiutano immediatamente e, se non riescono a vampirizzarne a proprio vantaggio le capacità, rendono loro la vita impossibile finché non se ne vanno. E’ una prassi consolidata in qualsiasi grande realtà.
    Nella facoltà d’economia circolava la battuta che, per essere un manager di successo, devi soprattutto “saper scaricare le responsabilità e attribuirti i meriti”.
    Il resto è superfluo.

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  5. E’ conosciuto come “principio di Peter”, ma in Italia non funziona. Il presupposto è che si venga promossi per merito a funzioni di complessità crescente, sino a quando non si sia raggiunta una posizione per cui si sia inadeguati, ed a quel punto lì non siano possibili retrocessioni. Ma da noi qualcuno pensa che si faccia carriera grazie al merito? E d’altra parte, nel mondo anglosassone, da cui proviene Peter (che era un canadese), si viene retrocessi eccome!
    Direi che il libro, che lessi eoni fa, è divertente, ma è una boutade presa un po’ troppo sul serio. Era un libro umoristico, quanto “la legge di Parkinson” ed altri usciti più o meno nello stesso periodo.

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  6. @lector

    E’ per questo che ho maturato il mio giudizio sui manager in particolare, e sugli economisti in generale.

    Anonimo SQ

    PS Stamane, nella città di Galate, son rimasto bloccato 20′ dalla manifestazione dei genitori per via delle scuole sporche. Chi è stato il manager che ha “gestito” gli appalti delle pulizie, tra ministero/provveditorato/manutencoop ?

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  7. Mah, a me pare che una persona posta a fare cose che non riesce a fare, deve darsi da fare ed impararle!! Si chiama formazione.. E’ che si dovrebbe aver l’umilta’ di sapere di non sapere e magari non trovarsi inguaiati in situazioni lavorative non adatte al proprio ruolo.

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  8. In effetti la legge in questione oggi penso sia valida solo nelle organizzazioni burocratiche come la pubblica amministrazione o nelle grandissime imprese, nel mondo delle attività produttive per fortuna nelle piccole e medie imprese, per mia esperienza personale si valutano le persone sopratutto per ciò che sono in grado di fare nella posizione che occuperanno e di solito se non ci si dimostra all’altezza si viene segati senza pietà.
    La legge in questione risale a 50 anni fa, ed in effetti era più che una legge scientifica un paradosso pseudo scientifico a carattere caricaturale.
    L’aspetto principale è appunto quello consolatorio, io non ho fatto grande carriera, sono stato al massimo responsabile di un impianti chimico con una sessantina di operai, lavoro che poi ho lasciato perché semplicemente non mi piaceva e le mie competenze mi permettevano a 50 anni di cambiare lavoro quando volevo e adesso me ne sto in un laboratorio a divertirmi, ma ho notato molto spesso quanto molte persone ambiziose di scarse capacità cercassero con argomenti del genere una consolazione per i propri fallimenti.
    Perché alla fine certe posizioni di comando sono sopratutto rognose, è praticamente impossibile occuparle senza fare errori che possono avere grandi conseguenze negative, e ci sarà sempre l’incompetente di turno a fare sfoggio di grande acume, tutto normale in un Italia in cui ci sono 60 milioni di commissari tecnici della nazionale ed in cui persone che non hanno mai visto un reparto produttivo pensano di poter insegnare a Marchionne come si fanno le automobili,

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  9. Interessante l’elemento che introduce Pierino60, l’aspetto consolatorio, al quale desidero aggiungere una nota.
    Non dobbiamo erroneamente applicare il principio in questione – per il valore che ha – esclusivamente ai “piani alti” di una scala gerarchica, ma anche ai livelli inferiori di quella piramide che vede il lavoro intellettuale al vertice e quello manuale alla base. Intendo dire che ci sono persone comunissime o non in ruoli di elevatissima responsabilità decisionale, facenti lavori di sostanziale intelletto (impiegati, burocrati e, sì, anche insegnanti), che sarebbero più efficienti in dignitosissime attività prettamente manuali (falegnami, idraulici, muratori, spazzini).

    Lector, gli incompetenti non stupidi sopra descritti appartengono, secondo le teorie del prof. Cipolla, alla gruppo dei “banditi”. A questo proposito, però, andrebbe aperta una parentesi troppo off-topic sul parassitismo; parassitismo che sulle prima può anche dare l’impressione di essere “banditismo” ma poi sul medio e lungo periodo si rivela in tutta la sua “stupidità”, nel momento in cui il parassita causa il decesso del parassitato, a causa della eccessiva e cieca voracità, seguendolo nella stessa sorte.

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  10. Rimane sempre irrisolto un altro fondamentale quesito di scienza delle tecniche decisionali e teoria spicciola della politica, ossia se, tertium non datur, in una posizione di vertice sia preferibile collocare uno stupido onesto o un intelligentissimo farabutto.

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  11. Lector, il paletto del tertium non datur è cattivissimo.

    In teoria, una persona stupida – secondo l’insegnamento del prof. Cipolla – è colui che con le proprie azioni causa un danno agli altri e, contemporaneamente, un danno a se stesso (l’immagine esemplificativa può essere quella del tale che taglia il ramo su cui è seduto; ramo che, cadendo, sfonda il tetto della casa del vicino e manda all’ospedale l’autore del gesto).
    Il bandito, cioè il farabutto intelligente (quindi, non stupido, sempre per il prof. C.), procura un danno agli altri mentre ottiene un vantaggio per sé.
    Tuttavia, come accennavo prima, nel banditismo c’è il rischio parassitismo, che, a differenza della simbiosi, porta l’ospite alla morte.
    Quindi, un farabutto davvero intelligente eviterebbe di far morire qualcosa da cui trae profitto, se non ci sono altre ragioni per cui ritenere che quella stessa cosa è già condannata e la morte sopraggiungerà nel giro di poco tempo comunque.

    In definitiva, allo stupido (che dalla sua ha solo il caso, che, sul medio e lungo periodo, può accidentalmente dargli ragione, ma solo nelle attività in cui la competenza è illusoria) va preferito il farabutto intelligente, a patto che non si riveli, alla fine, uno stupido, lasciando intorno a se solo terra bruciata, e finendo bruciato egli stesso.

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  12. @–>Marcoz

    Gli antichi Romani, che in termini di saggezza hanno ancora molto da insegnarci e come potrà del resto confermare la nostra gentile Ospite che ogni tanto si diletta di Storia nelle sue “Badilate di cultura”, avevano risolto l’apparente forchetta scacchistica contenuta nel mio precedente quesito, privilegiando in entrambi i casi i baciati dalla Dea Fortuna, cui sempre e a prescindere preferivano affidare le sorti della loro cosa pubblica.

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  13. (Il sottoscritto, che di badilate di cultura ne avrebbe bisogno a iosa, avrebbe citato W. Allen, il quale dice – ed è un concetto che si può estendere – che al talento preferirebbe la fortuna, dovesse nascere un’altra volta.)

    I Romani non avevano a che fare col “valore legale del titolo di studio”, e non credo si facessero problemi ad affidare ulteriori incarichi al “fortunato” che fosse riuscito a collezionare, in qualche modo, una serie di indiscutibili successi.

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