La Maria, ovvero elogio sperticato della Callas

La Maria è una che ti frega. Non è bello dirlo così, però è vero. Delle migliaia di soprani e contralti e mezzosoprani passati alla storia della musica, ce ne saranno sicuramente altre che saranno magari state dotate di voce migliore, e certamente più belle. Ma ce n’è solo una che è diventata qualcosa di più di un soprano, qualcosa di più di una cantante, qualcosa di più di una primadonna: ed è lei, la Maria, quella che persino chi non ha mai sentito per intero un’aria d’opera sa identificare, perché è la Callas.

Ti frega, la Callas, perché quando leggi la sua biografia, fatta di colpi di scena, intrighi, amori da copertina, ti sembra impossibile che oltre al luccichio della mondanità ci fosse altro: una storia come la sua pare partorita da un grande genio del marketing, o da un autore di romanzi dell’Ottocento: l’immigrata greca che studia in America, vince giovanissima un concorso cantando Amapola, manco fosse Emma ad Amici, è brutta, grassa, priva di fascino e di grazia, e poi arriva in Italia, conquista le folle, si trasforma come il bruco in una meravigliosa farfalla, diventa una delle donne più eleganti ed affascinanti del mondo, e riesce persino – e ci vuole tutta – a farsi considerare bella. Ha tutto, schiere di ammiratori, teatri che la vogliono, la ricchezza e la fama, persino la tranquillità di un marito ricco che si mette a farle da impresario per organizzarle la carriera. E qui colpo di scena, s’innamora: ma non di uno qualsiasi, no. Dell’uomo più ricco del mondo: uno che anche lui pare venire fuori da un romanzo dell’Ottocento, perché viene dal niente, ha una storia discutibile alle spalle, e per giunta lo si capisce subito che è uno di quelli che la farà soffrire. E da qui in poi via, come nel migliore dei feuilleton: lei che rinuncia in pratica alla sua carriera, si ritira nella gabbia dorata di panfili e isole private, cerca, forse addirittura riesce a diventare madre, ma sia la gravidanza che il parto sono avvolti dal mistero, il figlio, se nasce, non sopravvive, e il grande amore si sfalda, anche perché lui preferisce sposare la bella e decorativa vedova di un presidente americano, quella Jacqueline Kennedy che è l’archetipo di tutte le gatte morte, e della Maria era l’esatto opposto, perché nata ricca, nata bella, nata vincente, e quindi anche stavolta trionfatrice.

E quindi? E quindi niente, la Maria rimane schiantata, si avviluppa nella tristezza e nella depressione, lei che si ritrova senza nulla, senza amore, senza figli, senza quella voce per cui la conosceva tutto il mondo. E piano piano di spegne, come una delle sue eroine, fra pillole, solitudine, in un appartamento parigino lussuoso ma vuoto. Muore come una Violetta che non ha nemmeno più la forza di emettere un acuto, sola, forse suicida, forse solo così stanca di vivere da non premurarsi di controllare le dosi del farmaci che la aiutavano a trovare un po’ di oblio.

E’ tutto questo la Maria, ma non è solo questo. Perché con una storia del genere è facile ricordarsi solo dei particolari, fissarsi sul suo personaggio tragico e sfortunato, ricordarsi dei suoi modi, dei suoi vestiti, dei suoi amori, della sua ferrea determinazione che la rende simpatica a tutte le donne del mondo, perché è la prova che con la sola testardaggine chi non è bella né elegante né magra può diventare una icona senza tempo.

E invece la Callas è altro, è di più di questo santino da rotocalco, ed è persino di più di una cantante di straordinario talento. Era soprattutto una musicista sopraffina, con una sensibilità ed una preparazione degna di stare in pari ai direttori d’orchestra con cui lavorò per tutta la carriera. Fa impressione sentire le registrazioni dei suoi seminari, quando con precisione degna di un Karajan o di un Toscanini analizzava nota per nota le partiture, suggeriva sfumature di interpretazione innovative, sapeva far emergere tutto ciò che nello spartito era implicito. Non è solo talento quello che le ha permesso di diventare la soprano per eccellenza, lei che non aveva neppure una voce prettamente da soprano, ma tecnica, abilità acquisita in anni di studio e di approfondimento. Quell’approfondimento così pignolo da rendere il suo modo di cantare unico, perché la Callas non canta, in realtà: recita; emette suoni in modo così apparentemente naturale che ti sembra dovesse parlare così ogni giorno, a casa, con gli amici, come se la musica fosse fusa con la voce, le sillabe uscissero perfette nella dizione e chiare, senza un sbavatura, e dentro alla voce ci fossero tutti i suoni di un’orchestra, e tutte le sfumature delle emozioni, il dramma, lo sdegno, ma anche l’ironia e il sarcasmo. La voce della Callas è uno strumento, il più completo, ma non per un caso, bensì per la dedizione assoluta che portano alla assoluta padronanza del mezzo, come Benedetti Michelangeli con il suo piano, un tutt’uno. La stessa ferrea determinazione che la portarono a desiderare di esser bella ed elegante e a diventarlo, forse arrivando persino ad ingoiare una tenia per dimagrire, certo imparando, lei immigrata americana, a vestirsi dagli stilisti della grandi maison, a pettinarsi come una principessa, a frequentare il jet set. Sono due facce della stessa medaglia e dello stesso carattere, quella di una donna che non lasciava nulla al caso, che si impegnava allo spasimo in ciò che l’appassionava, pignola, perfezionista, meticolosa. Cose che la fecero grande e forse determinarono il suo crollo, quando si rese conto amaramente che il destino non si può invece controllare, e anzi si diverte a scompigliare le carte, e a sparigliarle più una s’impegna a metterle a posto. La Maria che s’era sempre impegnata allo spasimo a controllare tutto, e che invece non riuscì alla fine a controllare la sua vita, e si ritrovò nel suo lussuoso appartamento sola, a ingoiare pillole, ad aspettare fantasmi, e sentire come inutile tutta quell’arte per cui aveva vissuto, come Tosca, e che, come Tosca, non aveva potuto regalarle la ricompensa che si aspettava.

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5 pensieri su “La Maria, ovvero elogio sperticato della Callas

  1. Se mi si permette, riserverei una nota di elogio sperticato a quello che secondo me era il suo partner ideale. Che per me non era Giuseppe di Stefano, troppo composto, anche se vocalmente meraviglioso: era Tito Gobbi, baritono totalmente fuori dall’ordinario. Non era un baritono verdiano stile Gino Bechi, ma un genio dell’interpretazione. Caratterizzava i personaggi con una finezza quasi shakespeariana, struggente Rigoletto, diabolico Scarpia, Tonio per niente scontato. L’unico a mio parere in grado di essere all’altezza di Maria sulla scena:

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  2. Ecco, sì: la grandezza della Callas non si sente (solo) nelle grandi e celebri arie, ma NEL RESTO, tutto il resto: i recitativi, le piccole battute, i sì, i no. Quello che molti interpreti trascurano, o non riescono a fare. Una cura estrema nei particolari, che spesso non sono affatto particolari, ma parte determinante dell’insieme.

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  3. Un esempio, la Callas, per chi oggi vive di improvvisazione e estemporaneita’. Non bastano bellezza e competenze tecniche: ci vogliono anima, passione, cultura, impegno per sfondare le barriere del tempo!

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