Il fascino discreto della genealogia

C’è una cosa che amo in maniera particolare quando mi metto a studiare storia: perdermi nelle genealogie. Mi piace studiare un periodo qualsiasi partendo da lì, dalle storie delle famiglie più importati. Inerpicarmi per li rami delle parentele, scoprire chi era figlio di chi, nipote di chi altro. Intrecciare le generazioni di cugini, zii, cognati.
Nella storia spesso c’è chi da importanza agli individui eccezionali, ma scorda quel groppo di parenti, amici, conoscenti, figli, figliocci, cugini, generi che ogni grande si porta dietro, quasi sempre suo malgrado. Spesso sono personaggi giustamente ignoti, perché privi di veri meriti personali, anzi quasi sempre solo ricchi di grande mediocrità e meschineria. Ma sono l’ambiente in cui il grande uomo passava le sue giornate, gli individui grigi ed ignoti con cui parlava la sera a tavola, o più banalmente quelli da cui voleva scappare perché non li sopportava più.
Sono affascinanti come poche cose le genealogie, le dinastie degli imperatori e dei re, con le loro carrellate di individui di secondo piano, luogotenenti mai promossi ad incarichi più alti, generi nascosti all’ombra dei suoceri, figlie promesse spose, date in spose, riprese a casa dopo sposate al cangiare delle opportunità o delle scelte politiche; figli di letti diversi osannati o dimenticati, eredi che non ereditano mai, infanti che divengono pedine di madri troppo ambiziose, o vittime di tutori troppo affascinati dal potere.
Mentre scorri con il dito lungo le linee di successione i nomi, sfiori drammi, tocchi tragedie, carezzi grandi storie d’amore o di tradimento. Vedi, semplicemente, la vita che si intorcola davanti ai tuoi occhi, con tutto il suo carico di imprevedibili variazioni, il grande gioco del destino che coinvolge padri, figli, madri, fratelli nelle sue spire, crea colpi di scena degni dei migliori sceneggiatori, frulla zone di ombra e di luce, cadute in disgrazia e salite vertiginose, alternando grandi caratteri a caratteristi slavati. Non si capisce un’epoca e un mondo finché non si indagano quei legami profondi che unirono gli uomini che costruirono l’uno o l’altra, perché in ogni tempo e in ogni luogo i parenti non si scelgono, ma si ritrovano a fianco, e, anche se non lo si vuole, si è costretti a passare la vita con loro, o a reinventarla per cercare di sbarazzarsene.

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11 pensieri su “Il fascino discreto della genealogia

  1. Infatti per lasciare ai posteri il gusto di scoprire genealogie affascinanti, berlusconi si adopera a trasmettere lo scettro a marina, si fa fotografare nel tepore della famiglia, cerca calciatori da far fidanzare con Barbara, affida le sue aziende a piersilvio. Non sara’ come scoprire i legami familiari della gens iulia, ma ogni epoca ha la genealogia che si merita!
    Comunque anche io adoro indagare nelle pieghe genealogiche della storia, questo la rende meno tecnica e piu’ umana.

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  2. Tra le genealogie più intriganti, segnalo quelle d’un paio di famiglie comitali venete che vantano un’ascendenza dai tempi dei longobardi o giù di lì. Grandi proprietari terrieri, mantengono tutt’ora estensioni talmente vaste che, pur essendo solo un pallido ricordo dei loro domini originari, saranno ancora in grado di nutrire parecchie generazioni a venire.
    Quel che mi sbalordisce se ci penso è che questa gente ha scavalcato ben dodici secoli senza dover mai fare una beneamata minchia, vivendo e godendo sulle spalle dei propri servi della gleba.
    Il che, dovrete convenire, è a dir poco grandioso.

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  3. @lector

    Effettivamente, Lector, c’è del grandioso.
    Peccato solo che i miei antenati figurassero tra i servi della gleba di cotali famiglie.
    Che sia per questo che il vecchio Max Robespierre, in fondo, non mi sta antipatico ?

    Anonimo SQ

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  4. @–>Anonimo SQ

    I miei, invece, credo fossero originariamente servi della gleba d’una proprietà abbaziale, sita tra l’opitergino e il coneglianense. Almeno è quel che presumo da alcune personali ricerche in merito. Trattandosi di domini ecclesiastici, presumo anche che se la passassero un pochino meglio dei loro contemporanei che erano sottomessi ai conti, baroni e principi del circondario.
    Tu mi parli di Robespierre, a me viene in mente “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi. che riporta la vera situazione di buona parte delle genti nelle campagne italiane di appena un secolo fa.
    L’hai visto?

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