L’archeologia, il turismo, e l’italica logica dell’eh, chissà.

Succede così: che un’amica che si occupa di queste cose da anni – e bene – ti telefona e dice: “Sai, sto organizzando un incontro alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico a Paestum per riunire i blogger che si occupano di comunicazione archeologica e museale, perché vorremmo capire come coordinarci, visto che nel mondo questo mestiere è ormai quotatissimo e in Italia manco si sa che esistiamo, vieni anche tu?” Tu, di tutto questo discorso, diciamocelo, in prima battuta hai sentito solo “Paestum”, e già nella testa ti frullano le immagini dei templi di Cerere e Nettuno, il Museo strapieno di vasi, la bellezza della campagna salernitana, le mozzarelle di bufala, e quindi dici di sì.
Così prendi l’aereo, dopo secoli che viaggiavi solo in treno, diligentemente studi i criteri per portarti appresso il latte detergente e le creme antirughe senza essere presa per una terrorista, ti fai quasi spogliare all’aeroporto di fronte alla macchinetta che rileva i metalli, affronti un volo da panico (non perché ti alzi da terra, ma perché sei circondata da un’orda di italianisti professori universitari che vanno a Napoli per un qualche convegno e passano tutto il tempo a citarsi addosso per far capire agli altri in coda al check in che loro sono molto italianisti, molto colti e soprattutto molto professori universitari) e infine, dopo essere stata recuperata in aereo porto dall’organizzazione, arrivi a Paestum.
Qui scoprì subito che i Paestani (si dice Paestani? ok,se non si dice me lo invento io) sconvolgono tutti i possibili pregiudizi padani che si annidano nei più reconditi angolini del cervello: perché oltre ad essere gentilissimi come poche persone al mondo, sono soprattutto organizzati come Svizzeri. Per cui, cosa rara in Italia, la Borsa fila via che è una meraviglia, i seminari e gli incontri si succedono con precisione teutonica, i microfoni ci sono, i computer e i collegamento wifi esistono e connettono senza problemi, gli addetti sanno darti le informazioni e quando non le sanno mobilitano in pochi minuti al telefono chi di dovere per trovarle. Insomma, non fosse per i templi che occhieggiano fuori, sembrerebbe di stare a Basilea.
I cultural blogger, chiamiamoli così, sono divertenti: archeologi trentenni che si stanno cercando di inventare un nuovo e parallelo mestiere, quello della comunicazione museale, un po’ guardando che fanno i musei stranieri, dove però – eh, al solito – ci sono i fondi e soprattutto manager che sanno quanto la comunicazione culturale e importante, un po’ mettendoci la creatività e anche l’improvvisazione italica, e quindi sono al tempo stesso competenti ma pure naïf, e tu, che potresti essere non la loro mamma ma la loro zia sì, provi un tantino di tenerezza, pensando che se avessi dieci anni di meno forse saresti come loro, ma visto che hai dieci anni di più puoi dargli almeno qualche dritta di sopravvivenza in rete, da vecchia blogger che ne ha viste tante.
Poi la Borsa è un mondo in cui trovi di tutto: soprintendenti che non vedi da anni e nel frattempo hanno fatto carriera, responsabili di enti di ricerca, ambasciatori venezuelani, sceicche del Barein, volontari di associazioni culturali vestiti da primitivi o da legionari, che la mattina in albergo fanno colazione coperti di pellicce o in lorica, serissimi mentre addentano croissant poco cronologicamente congruenti, scolaresche mandria in transito al seguito di colleghi più o meno urlanti o esasperati, orafi che per passione ricreano i gioielli di ambra antichi, i diademi gotici e le spade kirghize.
Vedi i templi baciati dal sole, e poi ti spingi fino all’Heraion alle foci del Sele, dove in mezzo al nulla c’è un museo “parlante” pieno di installazioni che è un gioiellino, ed è tenuto aperto in questi giorni da giovani archeologi volontari preparati, che ti accompagnano ed illustrano il percorso, e che poi, come tutti i giovani archeologi di questo paese, quando chiedi loro del futuro rispondono:”Mah, adesso apriamo questi giorni, poi quest’estate riprendiamo gli scavi, perché siamo qui gratis per ora, e vi farei vedere gli scavi ma il problema è che sono immersi nell’erba, e non c’è nessuno che la sfalci regolarmente…” E tu pensi che è tutta così, l’Italia, questa terra di grandi intuizioni dove manca la manutenzione ordinaria, e la gestione di tutto è affidata alla passione e spesso allo spirito di sacrificio del singolo, che si inventa Borse del Turismo, tiene aperte aree archeologiche altrimenti chiuse, inventa blog prima che ci pensino i musei, riesce ad organizzarsi in mezzo al deserto, e poi tutto quello che crea resta sospeso nel limbo del chissà se il prossimo anno o mese ce la facciamo ancora a mantenerlo in vita. Eh, chissà.

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4 pensieri su “L’archeologia, il turismo, e l’italica logica dell’eh, chissà.

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  2. Il futuro di questo paese e’ cosi’ incerto perche’ buona parte degli italiani continua ad affidarsi a politici improbabili, spesso anziani e bisognosi di cure mediche, che fingono un giovanilismo inadeguato all’eta anagrafica e alle condizioni fisiche reali. Per la nostra classe politica la cultura e’ una zavorra: vendere monumenti e spiagge sarebbe piu’ produttivo che assumere blogger esperti in comunicazione musicale. Non era Marinetti che auspicava incendi di biblioteche e musei? Poi ci sono state le due guerre mondiali e ci hanno pensato loro a far piazza pulita di tutti.

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