Crisi e lotta di classe agli aperitivi a Nordest

«Esci con Nino, stasera?» chiede Giulia, cauta.

«No, ha una riunione politica.»

«Allora vieni con me? Marzia mi ha invitato all’inaugurazione della sua nuova boutique a ****.»

«Apre un altro negozio? Brava, in questi tempi di crisi…»

«Veramente non ha mai venduto tanto come in questo periodo…»

Quello che adoro di Giulia è la sua capacità di aprire le porte di realtà parallele, universi che scorrono con la loro vita apparentemente sullo stesso piano del nostro, ma sono altre dimensioni: il pianeta dei ricchi del Nordest, per esempio, che assomigliano, ho capito, ai vampiri di Twilight: vivono mimetizzati in mezzo alla gente normale, ma poi hanno i loro punti di ritrovo, i loro incontri, i loro rituali, i loro luoghi, che noi comuni mortali possiamo solo intuire, qualche volta, quando un portale si apre per pochi minuti e lascia intravvedere lo scintillio dell’Oltre.

Giulia, con la sua cinquecento fighetta, mi viene a prendere e mi scarrozza fino a ****, paesino che da Spinola dista pochi minuti di macchina, ma è come il binario nove e tre quarti: un borgo grazioso e restauratissimo da architetti di grido, che si stende pigro lungo la riva di un placido canale: saranno quaranta case in tutto, ma ognuna si è guadagnata negli anni passati almeno un servizio nelle riviste internazionali di design e arredamento. Nelle quattro viuzze del centro ci sono due gallerie d’arte, una concessionaria di auto di lusso, tre boutique e un paio di bar da aperitivi chic. Non c’è un supermercato o una bottega di alimentari manco a cercarli con il lumicino: del resto, se i ricchi sono come i vampiri di Twilight, è evidente che non mangiano.

La boutique è già discretamente piena: discretamente, perché il pienone farebbe troppo cheap. Gli ospiti, infatti, sono stati selezionati con invito ad personam e devono mostrare la cartolina nera con scritta in oro a due fanciulli prestanti, glaucopidi e smokingvestiti che stazionano presso la porta: solo dopo aver controllato se il nome corrisponde a uno di quelli presenti sulla loro lista i due fanno entrare nell’empireo dell’interno. Chi non ha il cartellino di invito vip può comunque partecipare all’inaugurazione, ma rimanendo fuori, sul portico che fa da plateatico, dove un tavolo con patatine e stuzzichini è sorvegliato da una cameriera non glaucipide e con una traversina bianca meno chic. Il flusso è rigorosamente regolamentato: chi non ha l’invito vip resta fuori, ed è chiaro che fa parte di quelli che possono anche arrivare a intravedere il binario nove e tre quarti, ma mai a salire sul treno. Giulia non si ferma nemmeno ad agguantare una patatina fritta: mostra con sicurezza ai due smokingvestiti l’invito ed entra, con me al seguito.

«Siete venuteeeee! Che cariiiiiine!» dice Marzia, correndo ad abbracciarci, e sbaciucchiandoci con una di quelle strusciatine di guance che si sfiorano per finta, inventate apposta per salutare le conoscenti che devi per forza tenerti buone, ma non ami così tanto da rischiare di rovinarti il trucco.

Mi guardo attorno, curiosa. La boutique è la fiera del bianco: muri bianchi ricoperti di legno dipinto di bianco, e per terra parquet, ovviamente sbiancato. In mezzo a tanto candore, ogni tanto, come uno scoglio emergente dal mare, un mobile scuro ed antico: un cassettone, un armadio ad ante aperte, da cui sbucano, come se fossero state messe lì per caso, qualche camicia, un vestito, la manica di un maglione. Sono tutti in taglia 38 e posati con tanta cura che non ho il coraggio nemmeno di toccarli per paura di rovinare l’effetto scenografico. Ma non serve, perché se ci si avvicina a più di dieci centimetri, come nei musei deve scattare un allarme silenzioso, e la commessa compare alle spalle sibilando un: «Desidera provare qualcosa? Le cerco la sua taglia?»; al che io mi ritiro subito imbarazzata, perché ho sbirciato quanto costano, non c’è niente al di sotto dei 300 euro, manco un paio di jeans, e ho come l’impressione che, se vengono tanto a comprarli, anche se li provi soltanto almeno dieci euro te li fanno pagare.

Al centro del negozio c’è allestita una piccola passerella, dove tre modelle altissime, bellissime e con l’espressione schifata tipica di chi è abituato a farsi fotografare per Vougue, sfilano indossando i capi delle nuove collezioni. Il pubblico selezionato e diviso in piccoli gruppetti se ne strafrega: non è venuto certo lì per vedere i vestiti, che tanto valuterà con calma in seguito, quando deciderà di fare shopping davvero: è venuto lì per farsi vedere, rimarcare il fatto che ha ricevuto un invito vip e controllare quanti degli amici della compagnia ne hanno uno uguale.

Giulia è stata assorbita da un capannello di suoi amici e mi fa cenno di raggiungerla. Sono tre uomini e due donne tutti abbondantemente sulla cinquantina, ma tutti magrissimi, abbronzati e lisciatissimi per dimostrarne al massimo quaranta.

«Vi presento la mia amica! E’ una giornalista e ha un blog famosissimo!» – dice Giulia, che chissà perché quando mi presenta ai suoi conoscenti ricchi tace sempre sul fatto che invece sono una professoressa delle medie statali, quasi fosse un’onta da nascondere. Tutti sorridono educatamente perché è chiaro che il mio blog “famosissimo” non l’ha mai sentito nominare nessuno e comunque loro non sono tipi da perdere tempo a leggere dei blog. Ma Giulia implacabile continua con le presentazioni: «Giovanni fa il chirurgo plastico – fa indicando il primo uomo alto ed abbronzatissimo, che tiene per la vita la moglie, una bionda fasciata in un tubino rosso lacca, e che si è evidentemente fatta rifare in toto dal marito per poter entrare nel suddetto vestito. – Enrico invece è architetto.»

«Ero architetto! – ride Enrico, sorseggiando il suo bicchiere di prosecco doc – ormai gli architetti non campano più, è un mestiere che si fa per hobby! Adesso passo il tempo a restaurare le mie Porsche!» e sorride di nuovo, come se non esistesse al mondo un solo essere umano che non possiede un parco Porsche da restaurare nei momenti di stanca del lavoro.

«Ah, ecco perché hai preso la residenza in Germania! – interviene il terzo, che è il più anziano della compagnia, ridendo anche lui – Così paghi meno tasse sui ricambi! Senti, ma non avevi da finire quel grattacielo a Dubai?»

«Ah, sì, ma siamo fermi per qualche mese… ci sono problemi con la progettazione dell’ascensore. Ne avevamo previsto uno per 250 persone a viaggio ma dicono che è troppo piccolo…»

«Ah, be’ capisco – dice l’anziano, scuotendo la testa come chi sa bene come è difficile star dietro alle ubbie degli sceicchi arabi – Ma allora se hai un paio di mesi liberi, parti con me, no? Vado in Thailandia, ma non a Pucket, è troppo commerciale: ho prenotato un resort all’interno, poi organizzo un giro sulla ferrovia che passa la giungla, arrivo fino a Kuala Lumpur e visito tutta la Malesia. Ormai è l’unica parte di Oriente che mi manca, l’ho vista poco e male… Giovanni, dai, viene anche tu!»

Il chirurgo plastico sospira: «Eh, magari ma sono impegnatissimo, non ho un buco libero in agenda.»

«Beato te, con tutte queste figliole che si rifanno le tette!»

«Magari. Adesso i più sono uomini che fanno la plastica allo scroto.»

I due amici ammutoliscono e scuotono la testa pieni di comprensione: l’avevano sempre invidiato pensando che facesse un lavoro meraviglioso, ma ora ne intuiscono il lato oscuro.

Giulia si china sul mio orecchio e sussurra: «Non ti scandalizzare, non sono cattivi, eh.»

Io sorrido: «Ma no, son simpatici. Poi è un’esperienza antropologica interessante. Ma se andassimo un po’ fuori, tra i plebei?»

Annuisce, entusiasta come una antropologa cui abbiano proposto un giro fra le tribù dell’Amazonia.

Usciamo. È passato un po’ di tempo ed il sottoportico si è riempito di gente, calata dai paesotti vicini per prendere parte all’inaugurazione. La differenza fra più ricchi e più poveri è palpabile, non tanto perché i più poveri si assiepano attorno al buffet gratis, arraffando salatini a più non posso, ma perché i più poveri indossano tutti solo camicie, vestiti e pantaloni rigorosamente e vistosamente firmati: una sagra di loghi esposti in bella mostra per essere riconoscibili come originali e costosi. C’è la ragazza con le meches blu cobalto e una frangia ricadente sul lato guancia inguainata in una guepiere D&G, il moroso che le sta avvinghiato ed indossa anche lui una camicia D&G, ma portata con un pinzo dentro i calzoni e uno fuori, e cerca di assumere un’aria molto figa mentre si scaccola, una cinquantenne con capelli lunghi arruffati di un nero molto improbabile e che mostra come una reliquia una borsetta di vernice rosa leopardata, presumibilmente D&G anche quella, poi una grandinata di Guess, Cavalli, Emporio Armani sparpagliati qua e là sui divanetti (bianchi, è ovvio) addosso a ventenni/trentenni/quarantenni impegnatissimi a parlottare fra loro di quanto si stanno divertendo lì, o a fotografarsi con lo smartphone di sottomarca per scrivere su Facebook stati in cui spiegano che sono proprio lì, e si stanno divertendo un casino.

Non appena Giulia appare, per quella legge che le impedisce di passare inosservata dovunque vada, gli uomini si calamitano verso di noi, un po’ come gli spermatozoi si scapicollano verso l’ovulo. A vincere la corsa, in pratica franandoci addosso, è un cinquantenne mechatissimo, con un taglio da Rod Stewart d’antan, jeans ovviamente firmati strettissimi, snikers ovviamente firmate da giovane rampante, camicia ovviamente Cavalli e giacchina avvitata ovviamente troppo stretta per il filo di pancia che deborda. Comincia quella che nel suo intento dovrebbe essere una simpatica conversazione ma è più simile ad un interrogatorio: chisiete-cosafate-comemaiqui-chiconosceteperesserestateinvitate. Generosamente fa lo splendido offrendo gli aperitivi che sono comunque gratis per tutti, e intanto millanta di essere là fuori non perché privo di cartoncino da invito vip, ma perché, amico di Marzia, è stato da lei delegato a gestire la situazione nell’area esterna.

«Eh, la xé brava la Marzia, la g’ha creà ‘sta roba dal niente, eh. Eh la guadagna tanto, anca mi compro tuto da lei, tanto che la me fa anca el sconto. E voi g’avé comprà qualcossa

Giulia bofonchia qualcosa che lui prende per una risposta mentre è un vaffanculo, ma la cosa non lo scoraggia. Fuori non ci sono le modelle fighissime dell’interno, ma un paio di ragazze immagine della discoteca del luogo, assoldate per stare ferme impalate all’ingresso, inguainate in due tute un po’ più cheap ma attillatissime, quindi più adatte al target di clientela del plateatico. Il cinquantenne mechato le indica: «Ah, le conosco, sono due ex modelle che adesso lavorano in giro per locali – dice con fare ammiccante – le ha chiamate la Marzia per far vedere come stanno bene i suoi capi addosso. Ma indosso a quele do ghe sta ben qualsiasi cossa: prima sono passate per strada e hanno fermato il traffico. Avete visto che culo che hanno? – poi si rende conto che sta parlando con due donne e aggiunge – Be’ ma le xè anca giovani. Anca vialtre do’, par altro, g’avé un gran bel culo, eh

Intanto la compagnia di ventenni/trentenni sta mandando dei gridolini: la ragazza inguainata in guepierre ha sfoderato lo smartphone, e si piazza davanti a noi brandendolo: «Dài, sorridete che ci mettiamo tutti su Facebook!» Il Mechato tenta di agguantare Giulia, ma lei lo fulmina con una occhiata, e lui, capita l’antifona, decide di cambiare obiettivo, per il principio veneto che in mancansa de gamberi xè bone anche le satte; quindi agguanta per un braccio me, gridandomi all’orecchio: «Cheeeese!»

Mentre la ventenne scatta, lui allunga la mano sul fianco, poi inizia ad indagare: «E tu cosa fai nella vita?»

«Faccio l’insegnante. » rispondo, mentre tento di sfuggire dall’abbraccio a polipo.

«Ah bello, anche io avrei bisogno di ripetizioni private!» dice, strizzando l’occhiolino. Giulia sbuffa, non lo regge più, e decide che è ora di intervenire: «Non è solo un’insegnante, è anche una giornalista.» aggiunge, sperando che il termine lo intimorisca.

Il Mechato non prende botta: «Ah, bello, anche io scrivo ai giornali, di tanto in tanto.»

«Ai giornali?» chiedo io, perché non ho ben capito.

«Sì, mando le lettere. Al Gazzettino, per esempio. Una volta me ne hanno pubblicato una su Panorama

«Ecco, ma lei non scrive ai giornali – sbotta Giulia – scrive per i giornali, nel senso che la pagano. Ora scusa ma dobbiamo andare.»

«Ma è prestissimo! – si lagna il mechato, tutto gasato perché Giulia, se non altro, lo ha degnato di attenzione – perché non venite in discoteca con me? C’è la serata del ballo liscio! Io sono bravissimo a ballare, vi insegno!»

«Grazie, ma abbiamo un impegno.» taglia corto Giulia, che mi afferra per il braccio e mi trascina via.

Usciamo dalla bolgia e ci dirigiamo verso la macchina: «Madonna, che tipi orribili!» dice.

«Pure i tuoi non scherzavano. » replico ridendo.

Lei ride pure: «No, sono tutti una manica di stronzi, solo più ricchi. Sei tu però che sei sempre convinta che quelli più poveri siano meglio. In realtà siamo ormai tutti stronzi uguali in questo paese. Ma che hai da guardare sul cellulare? Successo qualcosa?»

Scuoto la testa: «No, è Nino. Mi scrive che è caduto il Governo.»

«Ah, ecco. Te l’ho detto. Siamo tutti una manica di stronzi e ci meritiamo i casini in cui siamo. Ci andiamo a mangiare una pizza?»

«Ma sì, va’.»

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18 pensieri su “Crisi e lotta di classe agli aperitivi a Nordest

  1. Siccome di questi tipi e situazioni ce ne sono dovunque in Italia, (pure nel pseudo disastrato Sud), mi sembra la prova provata che il PIL sommerso (non da narcotraffico) equivale a metà del PIL ufficiale. Altro che un quarto come affermano gli uffici studi di quelle istituzioni “che fanno onore al paese”.

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  2. @–>Cannedcat

    Magari fosse così. Significa che rimarrebbe ancora qualche reale speranza di ripresa.
    In realtà, in Italia, si sta creando progressivamente una situazione “sudamericana”: per il noto principio che “piove sempre sul bagnato”, i poveri son destinati a diventare sempre più poveri e, specularmente, i ricchi (quelli veri) sempre più ricchi.
    Infatti, i beni di lusso (autentici, non quelli che servono solo a dare l’illusione del lusso) non hanno avuto nessuna contrazione di vendita; piuttosto un incremento.
    Fra non molto, beato chi disporrà d’un lavoro sicuro nell’Amministrazione, dato che nemmeno quelli che lavorano in banca – tradizionalmente, il “posto fisso” per antonomasia – possono dirsi realmente garantiti.

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  3. La situazione (che non è solo sudamericana) è conosciuta, è mondiale ed è ben descritta nel libro “Plutocrats” e l’ha riassunta magistralmente Warrem Buffet (uno degli uomini più ricchi del mondo) con uno: “stiamo facendo la guerra alla classe media e la stiamo vincendo”. Quindi, la situazione descritta da Galatea (o che ho constatato un mese fa a Napoli, è ormai un classico dove l’1% prende tutto, la classe media viene eliminata (perché il suo lavoro di colletto bianco o di aristocrazia operaia nons erve più) e un enorme proletariato che continua a fare quello che le macchine non possono ancora fare o che non conviene spostare sul proletariato di altre nazioni.
    Nel libro citato si dice che “per ogni lavoro nel mondo c’è un milione di persone disposto a farlo”, e questo comprende, ad esempio, anche lavori come il radiologo, infatti, negli USA, dove un radiologo guadgna $300,000/anno, la sanità ha scoperto che può inviare l’immagine digitale in India dove un radiologo prende $30,000/anno.
    Ovviamente, sia quello US sia quello indiano, entro poco tempo, perderanno entrambi il lavoro perchè l’interpretazione di una radiografia potrà essere fatta da un sistema basato sull’Intelligenza Artificiale.
    E ancora più ovviamente, questa classe di ricchi descritta da Galatea è anch’essa a rischio fintanto che il loro lavoro o produzione non può essere automatizzato o fatto dal vietnamita (ormai prostituitosi alla Nike) o dall’egiziano, keniota o boliviano.
    “The times they are a-changing”, cantava Bob Dylan, cioè tutto sta cambiando, in modo esponenziale, e solo i popoli italici credono ancora che tutto resterà come prima.
    Compresi i griffati del Nord Est o della Costiera Sorrentina.

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  4. @–>Cannedcat

    Come vado dicendo da tempo, l’unica contromisura veramente efficace sarebbe il controllo delle nascite e la progressiva riduzione della popolazione mondiale, grande serbatoio di subproletariato da sfruttare, dalla produzione delle Nike ai jeans dei Fratelli Beniton, dalla vendita del sangue umano al traffico di organi.
    Quel controllo così temuto dalla Chiesa Cattolica, perché lì “dove c’è povertà e dolore, lì c’è dio”.

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  5. i poveri e i ricchi vivono nello stesso contesto culturale, per cui sono assai simili, come valori e atteggiamenti; però quel che manca ormai è quell’élite colta e illuminata che ha sempre fatto da traino nelle evoluzioni positive della società; detto molto in breve e rozzamente: rimpiangeremo sempre di più il perbenismo borghese o piccolo borghese, sopraffatti da uno sbracamento generale, privo di ogni seppur modesto pudore

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  6. “sbaciucchiandoci con una di quelle strusciatine di guance che si sfiorano per finta, inventate apposta per salutare le conoscenti che devi per forza tenerti buone, ma non ami così tanto da rischiare di rovinarti il trucco”

    Piccola glossa. “Come va fatto il baciamano”.
    Il baciamano trae le proprie origini dall’omaggio in segno di rispetto che il cavaliere errante, o l’ospite di nobili natali, doveva tributare al padrone di casa quando veniva ospitato nel suo castello. Egli doveva sfiorare, non baciare, con le labbra l’anello nuziale della sposa del castellano, a significare che non avrebbe tentato di profanare l’ospitalità che gli veniva accordata cercando di possedere sessualmente la padrona di casa.
    Partendo da questa tradizione, sono cerimonialmente scorretti i baciamano fatti alle donne non sposate, quelli tributati alla mano destra (l’anello nuziale per tradizione è portato all’anulare sinistro), nonché quelli che non si limitano a sfiorare la mano con le labbra ma la baciano con voluttà, magari lasciando addirittura tracce di saliva.

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  7. grazie buon lector, non si sa mai che qualche dama voglia un cavaliere ossequioso di 57 anni (*), con i tempi che tira è meglio esser fantasiosi nel riciclarsi

    (*) niente sesso, sconti comitive, porto anche a spasso il cane

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  8. A volte mi chiedo se quanto scrive è la verità oppure tutta un’invenzione della sua fantasia. Spero nella prima, perché tengo alla sua sanità mentale; ma maggiormente nella seconda, perché tengo di più alla mia.

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  9. @gabericci. E’ la seconda! Io c’ero!! I proprietari del negozio (di cui ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale), non hanno fatto vacanze questa estate per smazzarsi di lavoro a restaurare mobili e imbiacare legno applicato alle pareti. Perché se non sei in grado di rinnovarti, se non sei in grado di sacrificare e se non sei in grado di trattare bene e con sincera cordialità la clientela, muori commercialmente. Purtroppo chi ha il lavoro statale con mesi di vacanze pagate fa fatica a capire gli sforzi assurdi che si fanno per tirare avanti e non finire per strada!

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  10. Vorrei dare un consiglio: vivete la vita reale, i contatti e confronti reali con le persone.È questa la vera ricchezza. al contrario chi vive nella continua “distorsione” del social network si impoverisce.
    nel mondo “virtuale” uno è catturato dal piacere di poter liberare la sua fantasia presentandosi agli altri con caratteristiche diverse da quelle reali. Interpr
    etando e distorcendo la realtà, solo per il piacere stupire.
    Io c’ero al party……e vi dico che tutti noi dobbiamo solo ringraziare il nord est produttivo che crea posti di lavoro, da’ da mangiare e dignità e speranza alla nuova generazione.
    Finisco citando Umberto Galimberti “questa possibilità di mentire senza conseguenze,in mancanza di riscontri verificabili, riconduce a quel vissuto infantiledove si sono sperimentati sentimenti di onnipotenza e libertà illimitata, a cui si aggiunge il piacere di essere affascinanti , almeno nel mondo virtuale, comppensando in questo modo tutte le frustrazioni a cui si va incontro nel mondo reale. ”
    Chiaramente la mia è un’opinione e un suggerimento a fare attenzione ad uso eccessivo di internet…. Good night M.

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  11. @marisa: veramente non credo che sia un problema di “vita reale” contro “Social network” o internet. Da sempre la vita reale è spunto per la rielaborazione letteraria, e questo è un racconto. L’errore sta nel pensare che i racconti siano lo specchio esatto o la cronaca della vita: un racconto comico necessariamente deforma e reinterpreta la realtà, perché quello è il suo compito e la sua vocazione. E sarebbe stato scritto uguale uguale anche prima di internet e dei Social network, perché il blog è solo il mezzo con cui viene pubblicato.
    Vorrei chiarire una volta per tutte questa cosa: i miei sono racconti. Nella realtà può essere che io sia stata presente ad avvenimenti simili o similari, ma quando diventano racconto diventano altro. È lo stesso principio per cui un quadro non è mai una fotografia.

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  12. @galatea: certo, lo immaginavo; come immagino pure, tuttavia, che debba esserci stato un spunto reale per un racconto del genere. Ed il fatto che esistano situazioni che facciano venire in mente racconti di questo tipo è, almeno ai miei occhi, inquietante.

    (Ed il fatto che lei riesca a renderle divertenti fa di lei una scrittrice che suscita in me ammirazione ed invidia)

    Però… chi è marisa? 😀

    @Katia: scusi, ma è seria?

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  13. Ti sei mai domandata, cara Galatea, perchè in tanti compiono l’errore da te riscontrato?

    Esso risiede anche nella tua scrittura. Realistica, pregna di sensazioni, colori, sguardi, parole, tratti dall’esperienza reale. Vicinanza eccessiva in termini geografici e sociali al personaggio reale. Tu sei donna molto comcreta, non ami gli psicologismi intellettualistici, anima contadina, femminilità autentica ma infastidita da ogni confettoso arabesco di cuoricini rosa. La scrittura è inesorabilmente realistica.

    Che accade, allora? Un blog, vorrei sapere se è d’accordo l’acuto e nitido pensiero di lector, è una persona, chi legge un blog non legge degli scritti, ma legge una persona, vuole una persona (difatti sono tristi e irrisolti, e spesso noiosi, i blog collettivi). Il mezzo è il messaggio? , senza vergogna scrivo la citazione di Mc Luhan.

    Del resto, però, è questa ambigua incertezza dello scrivere bene ma nel posto inusuale il fascino di queste pagine.

    Ovviamente, Galatea, non prendermi sul serio

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  14. Io invece mi auguro che Galatea racconti una realtá vera, in questo paese dove letteratura, cinema e TV raccontano la loro realtà, quella delle terrazze del Corso, che non è certo l’Italia di oggi.
    La cosa più impressionante di una visita negli USA è che tutto è uguale a quello che racconta il loro cinema e la loro letteratura.
    Mentre io non riesco mai a far capire l’Italia a uno straniero attraverso un libro o un film (ma fosse pure una serie TV), perchè non c’è più nessuno che racconti il paese vero. Forse l’ultimo è stato Pasolini, e in parte.
    E me lo spiego: il paese si vergogna di se stesso. Della melma in cui si è infognato.
    Perchè esaurita la spinta morale democratica e repubblicana post fascista, il paese si è consegnato a una classe dirigente incolta (non legge neppure un libro l’anno), rapace, amorale, senza un ideale e un idea che non sia arraffare tutto e subito.
    E potrà pure essere che G descriva personaggi immaginari, ma mi sembrano molto simili a gente che conosco sotto diversi cieli di questo disgraziato paese.

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  15. Scusate l’OT, ma,

    “perchè esaurita la spinta morale democratica e repubblicana post fascista, il paese si è consegnato a una classe dirigente incolta”

    Non capisco in che rapporto siano morale e cultura. Volendo fare un esempio abusato: i gerarchi nazisti conoscevano ed apprezzavano l’arte. Goebbels, per dire, ne era un finissimo amatore. Eppure…

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