Nino e la pioggia: ovvero amore, tradimento e altre sciocchezze

Piove, senti come piove, madonna come piove, senti come viene giù.

No, non piove: diluvia. Nel giro di mezzo minuto le cateratte del cielo si sono aperte di botto, come il cancello di scuola al suono della campanella. Io e Nino abbiamo siamo rimasti lì in mezzo alla tempesta, costretti a correre a guado fra i marciapiedi trasformati in canali, tenendoci la mano come due quattordicenni, e riparare alla fine, ansimanti e fradici, nell’androne di uno dei nuovi condomini di Anselmo, squallido e vuoto.

Piove, senti come piove, madonna come piove, senti come viene giù.

Dio solo sa perché, ‘sti versi sono la sola cosa che mi rimbomba nella testa. Deve essere l’agitazione, lo choc, il bisogno di trovare qualcosa di stupido da ripetere per non pensare cosa dire a Nino, o cosa mi dirà lui. Non si spiega altrimenti perché di tutte le possibili poesie sulla pioggia e di tutte le canzoni da Brel a Conte che so mi frullino per il capo solo questi versi idioti, di Jovanotti, e martellino in capo come se dovessero aiutarmi a capire chissà che segreto dell’universo.

«Sei bagnatissima, prenderai un malanno.» dice Nino, guardandomi con una occhiata preoccupatissima, mentre prova a cingermi con un braccio, per l’istinto assurdo di ripararmi dal freddo ed asciugarmi, come se non fosse fradicio anche lui, e soprattutto non fosse lui, in tutta quella faccenda, l’offeso.

Lo guardo. Non mi ero mai accorta prima che fosse così bello. Non carino, o dolce, come l’ho sempre considerato: proprio bello. L’acqua gli ha appiccicato sulla fronte tutti i capelli, trasformandoli in ricciolini castani che fanno risaltare i suoi occhi color cielo ingrigito: non il banale azzurro, ma un colore profondo e pacato, simile al mare d’inverno. Quel mare dei paesi nordici che appare spesso calmo e freddo, come se fosse di pietra, ma tu sai che ha la forza di scatenare tempeste improvvise e devastanti, perché come tutti i nordici è calore che cova sotto l’apparente freddezza, e il gelo e la calma della superficie sono solo un inganno per nascondere le profonde correnti che ci sono sotto.

E’ così Nino, come il mare. Che se lo guardi da fuori pensi non lo tocchi nulla, o non abbia abbastanza carattere per farsi coinvolgere, e stia lì sospeso, educato, distaccato, lontano, lasciando che le cose accadano attorno a lui. E invece poi ti accorgi che la sua non è indifferenza, e nemmeno pigrizia o rassegnazione, o dabbenaggine, ma la distanza che mette fra sé e gli altri è solo uno strumento di difesa e un argine per non farsi travolgere dalle emozioni, per non perdere il controllo, e la sua pacatezza apparente è uno schermo, per non permettere al mondo di capire quanto rimane ferito da ciò che gli sta intorno, dalla banalità del mondo, dalla poca dignità delle persone, dal loro svendersi per nulla e cadere nel ridicolo per meno ancora, dalla loro sguaiatezza insensata, dalla cafonaggine esibita come medaglia, dalla brama di millantare un potere che non si ha e mai si è avuto, gabellando per potere qualche misero privilegio raggranellato con gli intrallazzi più sordidi ed immondi. E’ così, Nino, che non giudica, ma soffre, soffre per le cose per cui gli altri non pensano nemmeno di dover soffrire, prova l’imbarazzo che loro non provano più o non hanno mai provato, e persino di quell’imbarazzo si vergogna un po’ perché non sopporta di sentirsi per un attimo a loro superiore. E’ buono di quella bontà naturale che non è indotta dall’ipocrisia, dalla convenzione, o che maschera la superbia, o la stupidità: è buono e basta, come sa essere buono chi ha sofferto e per questo capisce tutta la sofferenza altrui, la sente propria ma non la vuole sfruttare trasformandola in un circo, o trasformare se stesso in un domatore.

E’ così, Nino, e io che lo so mi chiedo come ho potuto fargli del male, ma soprattutto, all’improvviso, come un pugno in faccia, mi chiedo come ho potuto essere tanto stupida da perdere la testa per Alfonso. Alfonso, buon Dio, un bambino idiota che non ha mai superato lo stadio per cui tutti i giocattoli devono essere suoi, e tutto il mondo ruotare intorno a lui, costantemente. E per quel bambino idiota ho tradito Nino, calandomi al livello di quelle persone che tanto lo mettono in imbarazzo, quelle che non hanno dignità, non hanno misura, buttano via l’oro per la bigiotteria di quart’ordine, e se ne bullano pure, come se fossero i più furbi del mondo.

Singhiozzo. Non so come, neanche me ne rendo conto, sento il groppo che stringe la gola e le lacrime che riempiono gli occhi, e scoppio a piangere.

«So…sono una scema… io non volevo…non…se non mi vuoi più vedere hai ragione…» singulto con la voce rotta e il petto che pare squarciarsi ad ogni parola.

«No, dai, non fare così… – dice Nino, che come tutti gli uomini di fronte alle lacrime ha una reazione di panico, non sa cosa fare. Perché lui se lo era preparato un discorso, un discorso razionale, e pacato, per ragionare sulla situazione, e dirmi che ha capito che ho bisogno di una pausa, e lui vuole lasciarmi il tempo di capire, e se poi un giorno riterremo che si possa ricominciare, con calma allora ricominceremo, su basi più solide, perché lui non vuole forzarmi a fare delle scelte che non sono pronta a fare e mi spaventano…ma poi ora che mi vede lì, che piango, terrorizzata che mi lasci, tutto il suo discorso va a farsi benedire, le parole gli si attorcigliano sulla lingua, il cervello va in tilt, perché lui non sopporta che io soffra e di sicuro non vuole essere lui a farmi soffrire, nemmeno per un attimo, nemmeno per un secondo, gli manca il fiato al solo pensiero, non può. E allora e mi prende le guance fra le mani, che sono bagnate dalla pioggia e si inzuppano ancora di più per le mie lacrime e dice: «Scema, ma no che non voglio non vederti più, io voglio vederti sempre. E’ lui che voglio che tu non veda più. Mai più.»

Mi abbraccia, mette la bocca vicino al mio orecchio, e parla, con una voce bassa e profonda che è la sua ma non gli ho mai sentito usare, e non so nemmeno se parla a me o a lui stesso:

«Io non ci so stare senza di te. Non ci voglio stare. Non mi importa niente del resto.» e poi tace e si ritrae dall’abbraccio, guardandomi perplesso, e anche imbarazzato, perché quelle parole gli sono scappate via, e ora che le ha sentite non gli sembrano neanche sue, gli sembrano troppo retoriche, da telenovela di infima categoria. Ma ormai le ha dette, e io le ho sentite, e lo guardo.

«Davvero?» chiedo.

Lui annuisce, serio e silenzioso, come un bambino che sta facendo il giuramento più sacro, poi mi riprende il viso fra le mani e mi bacia, mi bacia, mi bacia e mi bacia ancora, come se volesse stabilire un principio, o un diritto, e comunque un vincolo che nessuno deve azzardarsi a contestare.

E intanto piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù.

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9 pensieri su “Nino e la pioggia: ovvero amore, tradimento e altre sciocchezze

  1. Eh … cara Galatea, il Jova è stato adesso adesso la colonna sonora della fine, definitiva, irrevocabile, completa di un grande amore violento e irripetibile. Sono rimasto a terra, ascoltando le bellissime canzoni di Lorenzo. A lui va dato atto di essere un grande autore e probabilmente una grande persona. A me va dato atto di essere un innamorato respinto, specie quanto mai fastidiosa ed inopportuna, un pò come l’ultima zanzara dell’autunno.

    Grazie ancora per questi racconti, li adoro quanto Montalbano, per dire …

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  2. L’immaginario femminile: l’uomo ideale è quello che viene preso sistematicamente a calci proprio lì, nelle parti basse, eppure ritorna sempre, pronto a recitare frasi d’amore e a farsi riprendere a calci,
    intanto, loro finiscono inevitabilmente a letto con tipacci dal carattere esattamente opposto, tranne mettersi poi a piangere fiumi di lacrime loricate per non aver compreso in tempo che l’altro, quello che si pigliava i calci, era lui il tipo giusto.

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