La fortuna della vita

E insomma eravamo lì, bloccati nel bel mezzo del Ponte della Libertà, per uno di quegli ingorghi che non si capisce nemmeno come nascano e si formano, o forse nascono così perché devono nascere e basta, e tu ti ci ritrovi in mezzo e non sai perché.
Ed ero un po’ stanca, ed anche un po’ incazzata, perché faceva caldo, e dovevo tornare a casa e poi gli ingorghi io li odio persino quando non ho niente da fare, figuriamoci quando devo tornare a casa, ecco.
E allora ero lì, stanca, e incazzata, e ho alzato gli occhi verso il finestrino. E fuori c’era la laguna di Venezia, piatta, bellissima, con la luce del tramonto che affondava nell’acqua come una secchiata di rosso caduta dal cielo. E sopra questa laguna rossa che stingeva nell’orizzonte c’era una barca a vela che scivolava via, lenta e maestosa, e vicino un sandoletto con due vogatori. E mi sono fermata a guardare, la barca a vela, il sandolo, l’acqua, i rematori, il tramonto, i colori, le nuvole di sfondo che lasciavano intuire in lontananza i profili della montagne. E mi sono trovata a pensare quanto sono fortunata a vivere qui, in un posto così bello, che mentre sei imbottigliata in un ingorgo puoi vedere la laguna, e le barche a vela e i sandoli che scivolano sulla laguna rossa di tramonto. E quanto ero fortunata a stare sull’autobus, seduta, a godersi quello spettacolo, e mi è parso bello tutto: l’autobus, l’ingorgo, persino il non abitare a Venezia centro ma in un suburbio della periferia, perché sennò quella scena dal finestrino me la sarei persa, e sarebbe stato un peccato.
E mi capitato di pensare che forse la vita è così: che la fortuna non sta nelle cose in sé, ma in come le prendi.

9 pensieri su “La fortuna della vita

  1. L’unica parola che stona un po’ è “suburbio”… Ne convengo , un ingorgo sul ponte della libertà offre di più che una “traffic jam ” in via Roma, ma pure dalle nostre parti i tramonti non sono male , sai ?

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  2. Chi si contenta gode quei 5 minuti e fa contento quelli che hanno una testa calda in meno da gestire che magari da un semplice ingorgo comincia a pensare alla sua vera condizione di rotella fungibile e mal tollerata dal padrone della macchina.

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  3. Effettivamente, Gi ha ragione da vendere.
    Sui bus tipo 6 e simili ci ho passato una vita (almeno un’ora al giorno, da ca 35/40 anni), ci ho vissuto, ma veramente.
    Peccato che ora le crisi di claustrofobia ( nuovi modelli hanno finestrini inapribili, ed i piloti scarsamente ventilano/condizionano) mi fanno vivere i poetici ingorghi (20′ anche ieri sera) come un vero incubo.
    Speriamo finiscano presto ‘sti lavori, Galatea : la poesia l’avremo lo stesso, io meno incubi.

    Anonimo SQ

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  4. anche Canetti era solito viaggiare in tram per Vienna e osservare persone, situazioni, annotare intuizioni; molto più modestamente anch’io uso il filobus come sala di lettura e luogo di riflessione; c’è tutto un «genere» legato ai luoghi e mezzi di trasporto, un esempio interessante è il famoso scritto di Augé «un etnologo nel metrò»; Galatea è una scrittrice di non trascurabile talento, e quindi utilizza queste occasioni; siccome è una donna ipertecnologica non userà il taccuino ma qualche aggeggio dei suoi, ma alla fin fine il concetto è quello

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