Il Ministro Carrozza, la didattica digitale e l’intramontabile fascino di lavagna e gessetto

Ancora di là, sull’Espresso, per parlare del Ministro Carrozza che blocca gli ebook e di cosa però vuol dire fare innovazione didattica a scuola. Qui.

9 pensieri su “Il Ministro Carrozza, la didattica digitale e l’intramontabile fascino di lavagna e gessetto

  1. Diversi anni fa venne pubblicato un libro dall’editore Armando dal titolo “Ecologia dei media. La scuola come contropotere” scritto da Neil Postman, sociologo, insegnante e teorico dei media. Sosteneva che la scuola deve funzionare come un termostato e “lavorare” dove “non lavora” la società: dove è la mancanza, la lacuna. Io sono una maestra elementare e oggi vedo nei miei alunni una carenza di concreto, di contatto con la realtà per l’eccessiva virtualità in cui sono immersi. Una virtualità che può essere utile per accedere rapidamente alle informazioni, ma può anche essere d’ostacolo allo sviluppo di alcune abilità e delle relative competenze. Non è la stessa cosa scrivere con una penna o con una tastiera: le tre dita, che si esercitano nella prensione con il desueto modo di scrittura, sono quelle che ci hanno permesso la prensione pollice-indice e il salto evolutivo rispetto ad altri primati. Se non esercitiamo la mano il problema non sarà per la mano, ma per le strutture neuronali che dall’uso della mano dipendono. Troppo spesso dimentichiamo che abbiamo, anzi siamo, un corpo e che apprendiamo in maniera proporzionale al movimento che a questo corpo permettiamo. Non conosco le motivazioni del ministro, probabilmente ne avrà di pedagogico-palesi e di economico-sommerse, mi interessa interrogarmi sull’esito delle azioni che si compiono a scuola, mi curo del contesto in cui siamo.
    La parola d’ordine del ministro Profumo è stata DEMATERIALIZZAZIONE, con scarsa analisi della situazione di partenza e insipienza psico-didattica. I bambini hanno al contrario bisogno di materializzare, concretizzare: tutte le volte che devo insegnare un concetto astratto devo costruire un materiale che mi permetta l’acquisizione attraverso il fare, più il materiale è concreto più ho speranza che il concetto venga appreso: conservazione della quantità con la creta o con liquidi, teorema di Pitagora con forme geometriche di cartone o legno da spostare, trigonometria con ombre vere e non solo con calcoli, eventi storici con strisce del tempo e mappe concettuali.
    Sono tutti esempi che i grandi pedagogisti (Montessori Comenio, Dewey, Piaget, Bruner- citati così senza ordine) hanno curato di continuo nei loro libri. E come appassionare i bambini alla scrittura e alla lettura senza passare per la materialità dei libri e degli strumenti per scrivere (i miei alunni usano la penna stilografica non perché sia una nostalgica dell’antico, ma perché così si abituano alla cura delle cose belle e rallentano la scrittura- che di lentezza c’è necessità in un mondo che ha fatto della rapidità un mito).
    Non ho messo all’indice il computer o la LIM: quest’anno abbiamo costruito con i colleghi un laboratorio sul mito di Medusa e abbiamo usato la tecnologia per una ricerca iconografica sulle immagini della Gorgone ( avremmo potuto comunque usare anche libri di storia dell’arte), ma poi ognuno in classe ha modellato sulla creta la propria immagine di Medusa, ha cantato e danzato la canzone di Medusa, ha urlato e riso alla maniera di Medusa.
    Probabilmente l’ho fatta troppo lunga, ma nella scuola non se ne poteva più dell’apologia del computer ben venga quindi un ministro che rallenta, qualunque siano le sue motivazioni (sono sicura che anche il predecessore di Maria Chiara Carrozza avrà avuto lobby tecnologiche da soddisfare).
    Grazia per l’ospitalità

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  2. Pingback: Il digitale delle impronte sulla lavagna | Ilcomizietto

  3. Penso che l’unico vero strumento di apprendimento efficace sia un buon insegnante. Senza altri trabiccoli nel mezzo. Una lavagna col gessetto basta e avanza.

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  4. @diegod56 Beh, un buon insegnante è necessario. Sufficiente, non saprei.
    In fondo non è tra le doti del buon insegnante saper scegliere, di caso in caso, gli strumenti migliori?

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  5. Secondo me, un buon insegnante sa spiegare e interessare senza bisogno di troppe attrezzature di contorno. Certo una lezione sulla pittura di Piero della Francesca necessita almeno di una diapositiva da mostrare, ma in generale penso che gli insegnanti debbano lavorare, lavorare duro per meritarsi lo stipendio, ma è inutile far perdere loro del tempo con tanti trabiccoli che sono soggetti a rapida obsolescenza. Ricordo bene il mio professore di Filosofia al Liceo. Totalmente cieco, con la sua sola parola ti faceva capire moltissime cose. Sì, ottimo hacksaw, io sono straconvinto che un buon professore, con gesso e lavagna, è già ottimamente adatto allo scopo. Ci sono molti scansafatiche fra i professori, e vanno cacciati a pedate, ma ci sono anche moltissimi (la maggioranza) che vanno benissimo come sono è inutile tormentarli con le cose di moda. La scuola deve essere rigorosamente, nietzschianamente, inattuale. Ciò che vale non è mai di moda. Questo penso io, per esempio le brillantissime e istruttive disquisizioni di Galatea sull’antica Roma sono efficaci col solo uso della voce e del gesto della signorina professoressa che quivi ci ospita.

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  6. @diegod56 non sono proprio ottimista come te, in merito. Come minimo dipende. Tu ti concentri sulle materie cosiddette “umanistiche”, ma, ad esempio, un professore di scienze, per quanti miracoli possa fare con un gessetto, cambia radicalmente la qualità del suo lavoro se sa (e può) sfruttare un laboratorio di chimica e fisica ben fornito o almeno qualche documentario. Poi, a volte, in mancanza della strumentazione giusta, un po’ di inventiva può supplire, ma solo gessetto e lavagna, nelle materie tecnico-scientifiche, sono le classiche nozze coi fichi secchi. Non si fa.

    Per non dire che, moda o non moda, l’informatica è una materia che se non è curriculare ovunque, la dovrebbe diventare. Senza voler per forza imporre lo strumento specifico, LIM o Tablet o PC, comunque in qualche modo insegnare a capire e usare al meglio (se non proprio programmare) dispositivi informatici, dovrebbe costituire un fine di per se stesso. E’ una conoscenza fondamentale, un ragazzino che oggi non la impari, sarà un analfabeta del 2035. In mancanza (o in carenza) di corsi specifichi, approcciare le altre materie usando l’informatica come mezzo, può essere un modo per ottenere comunque l’obiettivo, ma… servono gli strumenti, quali che si decidano essere, col gessetto anche il miglior insegnante nulla fa.

    Ma questa è la mia (parzialissima 🙂 ) opinione da informatico, in merito all’insegnamento meglio che lascio l’ultima parola a chi ne sa…

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  7. certo, ottimo haksaw, l’informatica ovviamente necessita dell’uso del computer

    però secondo me è inutile farla insegnare a dei professori che informatici non sono, secondo me è bene che la insegni appunto un professore ad hoc

    per capirsi: ognuno il suo mestiere

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  8. @diegod56
    Nella mia esperienza delle scuole superiori (risalente aimé a qualche anno fa) ho avuto professori di informatica che erano tutti laureati in matematica “riciclati” in informatica probabilmente per questioni di disponbibilità di cattedre. Ebbene di informatica non sapevano gran ché e spesso mi è capitato di fare lezione! (as es. i puntatori in C++ li ho spiegati io). Ah, il mio era un liceo sperimentale informatico (non il brocca) scelto a causa dei SOLI 2 anni di latino anziché 5 🙂

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  9. appunto, caro Dino, ognuno il suo mestiere; magari un matematico è una persona di grande valore, ma non è detto che sia competente nell’informatica

    a me non piace questa cosa dell’informatica che tutti i professori la debbono conoscere, sarebbe come se fossero medici tutti quelli che hannof atto un corso di pronto soccorso

    un professore deve sapere le sue materie, così come un vero prete deve sapere il latino, così la penso, da autentico ed orgoglioso conservatore

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