I figli so’ piezz d’egoismo

Le quattro donne sono spaparanzate a gambe larghe sui lettini, con microbikini a tanga che lasciano intravvedere ciccette e cellulite degne di essere sepolte sotto un burka, più che esposte in spiaggia, e nascondono sotto improvvisate bandane capelli di colori improbabili. Al collo catenone d’oro, e sulle dita, in bella mostra, la fede nuziale che certifica la loro appartenenza alla categoria delle regolarmente sposate. Sulle ginocchia, mollemente appoggiate, riviste di gossip del livello più infimo, e attorno all’ombrellone, disseminati qua e là, che urlano, frignano, tirano sabbia e rompono le scatole a chiunque si trovi nelle vicinanze e cerchi di prendere il sole, un piccolo nugoletto di pargoli.

Dopo aver esaminato con dovizia di particolari a voce alta  – sia mai che i vicini perdessero qualche fondamentale passaggio – gli ultimi flirt di veline e calciatori, il discorso vira su un articolo del giornaletto di gosipp che mostra una coppia di omosessuali americani felici perché finalmente possono sposarsi ed adottare un bambino.

«Che i diga tuto quelo che li vol – dice quella che deve essere la femmina alfa del gruppo, masticando una gomma a bocca semiaperta – ma a mi sta roba che gay voja adotàr fioi xè un atto de egoismo e basta!»

Le altre tre approvano, sottolineando che non si può certo parlare di atto di amore. Intanto i figli loro continuano a tirare sabbia addosso ai passanti, frignare, lagnare, schizzare acqua attorno, senza che le madri, troppo impegnate a dissertare sull’egoismo degli omosessuali che vogliono adottare bambini se ne preoccupino minimamente.

Mi chiedo quale supremo atto di amore disinteressato verso l’umanità abbia spinto loro a mettere al mondo i pargoli, ecco.

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18 pensieri su “I figli so’ piezz d’egoismo

  1. Ti farei una statua per questo post. È quello che ho sempre detto anch’io e uno dei motivi per cui non mi piace più andare al mare e quando lo dico la gente di guarda come una strana disadattata sociale. 😀

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  2. Ogni anno, sotto l’ombrellone, mi pongo questo tipo di domande esistenziali – acuite dal fatto che la mia pelle chiara e sensibile mi obbliga per molti giorni a stare in spiaggia appunto nelle ore “da bambini”.
    Solidarietà, e una menzione speciale per Erode, che aveva trovato una soluzione rapida ed efficace.

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  3. Se avessero avuto in dotazione libri – che so – di filosofia, anziché riviste di infimo gossip (perché ce n’è di eccellente?), avrei detto loro che picco di egoismo è mettere al mondo un nuovo individuo, come pare le signore hanno fatto. Adottarne uno già in circolaziene viene decisamente dopo.

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  4. Trovo giusta la tua osservazione sul fatto che è vergognoso che in Italia ancora ci siano così tanti pregiudizi, però poveri bimbi non si scegli la famiglia in cui si nasce 😉

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  5. Applauso a scena aperta per questo post che condivido appieno. Altre frasi atroci che ho sentito pronunciare, stavolta in città e da donne ancora lungi dal parto, sono state: “Eh ma un figlio ti completa!” “Perché quello che ti dà un figlio… ”
    A quante donne fra i 25 e i 35 anni ho sentito dire cose del genere? Come se un figlio fosse un accessorio alla moda? Le stesse a cui magari capita di avere l’intempestivo pargolo quando non lo vogliono, se lo tengono, e poi non appena sentono parole come “aperitivo” o “danza kuduro” se lo scordano in braccia a questa o quell’amica, mentre cianciano e sghignazzano diversi decibel sopra la decenza con altre compagne di pollaio…. o il cameriere bonazzo di turno…
    Poter biologicamente fare un figlio con il tuo compagno/a non ti dà il patentino di unico modello genitoriale auspicabile, razza di gallina lobotomizzata! (n.d.a. gallina lobotomizzata vale anche per i maschi)

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  6. Il fatto è che la spiaggia è come la classe politica: rispecchia il paese.
    Perché non è che quelle quattro lì, d’inverno, nel tempo libero leggano Wittgenstein o i pensieri di Marco Aurelio, né che si dedichino chissà a quali altri esercizi di crescita spirituale o culturale. Piuttosto, il loro tempo libero quel tipo, abbastanza comune, di donne lì lo passano in attività e discorsi niente affatto dissimili, mentre il tempo non libero rappresenta pur sempre, nella maggior parte dei casi, di gran lunga la parte più nobile del loro vissuto, il che vale anche per molti uomini. Ci vuole poco, direte.

    Quei discorsi lì sui gay sono più o meno gli stessi che, conditi di battutacce un po’ più colorite, facevano i frequentatori del bar – tutti rigorosamente uomini – e che io da bambino orecchiavo quando andavo a prendere il latte (e v’assicuro che ne è passato di tempo). Sono solo un cicinino più garbati, se non altro perché, per sua dote e secolare educazione, la donna esita di più nell’esprimere giudizi, frenata da un maggior pudore della propria inadeguatezza ad esprimerne.

    E’ la tanto agognata parità dei sessi, quella che ci siamo costruiti intorno. Certo, non quella che avremmo voluto, o meglio, non quella che ci avrebbe giovato. Del resto, oggi, non so voi, ma io mi levo tanto di cappello di fronte a qualcuno SILENZIOSAMENTE intento a rifare un letto, cucinare o lavorare a maglia, uomo o donna che sia.

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  7. Top Ganz, sostiene che vivremmo in un mondo migliore, se la parità dei sessi si fosse concretizzata – per quel che concerne la parola – con un più diffuso silenzio degli uomini, piuttosto che conferendo culturalmente maggiore libertà di espressione alle donne. Non gli si può dare certo torto, ma mi chiedo se non sia un po’ provocatorio, venire a dire tutto ciò nel blog di Galatea.

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  8. No, Marcoz. Forse mi sono espresso male. Il rispettoso silenzio che invocherei è da parte di tutti, indistintamente, nei confronti di qualsiasi mansione sociale, lavorativa, familiare, per umilissima che sia, quando abbia pur sempre un senso e un’utilità comune. Per indenderci, io credo che nell’esercizio di questo nobile e difficilissimo atteggiamento gli americani siano maestri e battano tutti gli altri occidentali.

    Intendevo poi dire che in passato si è esagerato nel considerare umilianti certe attività, allora soprattutto tipicamente femminili, ma non solo. I risultati sono infatti che:
    1) oggi, nelle società occidentali, chiunque ha potuto demandarle non ha mancato di demandarle a individui provenienti da economie arretrate, che inizialmente e in parte ancora oggi si accontentano di salari inferiori, almeno relativamente, a quelli che pretenderemmo noi per svolgere quelle stesse mansioni;
    2) la bassa considerazione individuale e sociale di cui un tempo si lamentavano le categorie principalmente coinvolte in quei ruoli (le donne in primis) e di cui esse hanno l’impressione di essersi liberate, si è semmai semplicemente trasferita su poverissimi e sugli extracomunitari;
    3) molti uomini e donne di oggi, parimenti affrancati dal giogo di attività familiari o operaie di livello primario, in realtà svolgono attività quasi esclusivamente speculative e assai poco produttive (addetti di callcenter, solarium, sale giochi, palestre, ponoshop, ecc., venditori di polizze, folletti, pacchetti TV, telefonini, depuratori d’acqua pura, pubblicità, ecc.) che non hanno nulla di più dignitoso delle umili attività maschili e femminili d’un tempo;
    4) oggi qualunque econiomia occidentale continua a non potere far a meno delle attività svolte dagli immigrati, mentre sopravviverebbe tranquillamente ove gettassimo al cesso la maggior parte di quelle svolte dai nativi;
    4) siamo infatti arrivati ormai da anni al punto in cui italiani e italiane di oggi ricevono per i loro fantasiosi impieghi paghe mediamente inferiori (spesso di molto) a quelle ricevute dagli extracomunitari per le loro umili ma fondamentali mansioni primarie.

    Nelle società occidentali, Insomma, uomini e donne (specie delle masse proletarie, come si diceva), invece di distribuirsi più equamente e razionalmente i ruoli più umili, di cui una società e una famiglia comunque necessitano, realizzando cioè un’autentica ed efficiente parità, li hanno affidati ad immigrati e hanno inventato per se stessi delle attività sì paritarie ma perlopiù, a mio giudizio, insulse e perciò assai più degradanti. Ciò anche al fine di riempire il tempo libero e convincersi di aver di meglio da fare che ritrovarsi a tutte le ore in spiaggia o all’after hour a smanettare sui tablet o a blaterare di Pippa o della sentenza sui gay, per non parlare di friggersi due uova o pulire il wc.

    E visto che con gli esempi siamo tornati all’aneddoto di Galatea: la differenza culturale fra quelle quattro donne in spiaggia e quattro ipotetiche lavandaie al fiume ne 1948 c’è un abisso terrificante, perché il livello culturale delle prime è assolutamente infimo rispetto a quello delle seconde, che in più avevano anche un lavoro vero, un lavoro che – tra attività agricole, cura dei figli, bucato, cura della casa, cucina, ecc. – non lasciava loro il tempo di sparare stronzate. Lo stesso si potrebbe dire anche se alle quattro lavandaie paragonassimo quattro uomini adulti e precari di oggi. Ed ecco verificata la parità, ma quale parità?

    Ecco, Marcoz, cosa intendo per sostanziale fallimento del processo di parità fra i sessi.

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  9. Scusate i tanti piccoli errori. In particolare volevo scrivere “after hourS” e “a differenza (…) lavandaie al fiume neL 1948 E’ un abisso terrificante”.

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  10. Pardon, volevo dire “la differenza (…) lavandaie al fiume neL 1948 è un abisso terrificante”.
    Ma – chiedo scusa alla Padrona di casa dell’ennesimo disturbo – manca l’arrosto, cioè il mio post pieno di erroretti.

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