Il dongiovanni riminese

Capita, girellando per i canali, che ti imbatti in quello della Rai dedicato alla storia. E, per una volta tanto, capita anche che, invece dei soliti documentari sul Duce o sulle condizioni dei braccianti pugliesi all’inizio degli anni ’50, ti imbatta invece in un vecchio reportage di costume, sulla vita spensierata degli anni ’80.
Fanno tenerezza, oggi, questi programmi, e forse riflettere più di quelli impegnati a descrivere la vita dei braccianti e degli operai, che allora si ritenevano più seri. Perché proprio perché erano futili, e non avevano ambizioni di documentazione sociale colta e seria, riuscivano invece spesso a dare della società stessa che descrivevano un ritratto più verace e realistico. Un po’ come i film di Vanzina, non a caso coevi, descrivono molto meglio il mutamento di quegli anni, più che non le ricerche di un qualsiasi Zavoli o Biagi.
Così ho guardato con tenerezza infinita un Raf poco più che infante, cantare con accento terribile canzonette in inglese, con fare convintissimo, tanto all’epoca l’inglese lo masticavano quattro gatti, e poi i capelli biondastri e assurdi dei Righeira, che allora sembravano il massimo della trasgressione, ed oggi farebbero sorridere le nonne in qualsiasi borgo sperduto di campagna.
Poi, il programma doveva essere l’antenato di “Costume&Società” di oggi, si è spostato a Rimini, che allora aveva la fama fra noi adolescenti di meta del peccato e dell’innovazione nel divertimento, terra di discoteche all’avanguardia come noi ce le sognavamo, scenari che nelle nostre menti apparivano come un mix fra le Mille e una Notte, Sodoma e New York.
A vederle ora, in quei fotogrammi sbiaditi, sembrano balere appena appena più dignitose di quelle dei paesi dell’est, con ragazzotte imbranate che si dimenano senza alcuna professionalità su cose che non erano né cubi né palchi, con addosso costumi cosi poco succinti e sexy che oggi andrebbero bene a stento per una festa in oratorio.
Poi ecco apparire lui, sulla spiaggia: l’intervistatore a caccia di interpreti di quella movida nostrana ante litteram. E vicino il personaggio intervistato, presentato come una summa del nuovo corso e dei nuovi anni: ovvero il dongiovanni riminese.
Che, a dire il vero, di moderno aveva poco, essendo un avvocato romagnolo sessantenne, almeno all’apparenza, o giù di lì, con pancetta d’ordinanza e capelli grigi in via di spelacchiamento veloce, una camicia bianca, un panama bianco e pantaloncini da similtennis che sottolineavano il punto vita franante.
Ma l’intervistatore lo presentava come l’eroe di un’epopea e di un’epoca, perché seduttore certificato di più di 2000 donne.
“E come fa a ricordarsi che sono proprio 2000?” Chiedeva, con fare da reporter d’assalto. “Perché io le scrivo tutte – spiegava il dongiovanni riminese – Ci ho un libriccino mio e segno tutto, così tengo il conto aggiornato.”
L’intervistatore fingeva un disappunto moralistico, sulle prime, domandando se non si sentisse in colpa: “Ma no, ma no – assicurava il dongiovanni – E poi meglio che io glielo dica subito che sono per le avventure, sennò magari stan con me un anno, due, si fanno delle illusioni; invece così è più moderno, stan con me un giorno, una settimana, quindici giorni, e poi passiamo ad altro, tutti e due.”
“Ma come mai non crede proprio all’amore? Mai creduto in vita sua?” Incalzava il reporter.
Al che il dongiovanni riminese, inaspettatamente, tirava fuori un sospirone: “Ma no, cosa vuole, è che io quando ero giovane ci ho creduto, una volta, e ho fatto il pazzo per conquistare una donna; e credevo di averla conquistata, anche. Ma poi una sera sono andato a casa sua per farle una sorpresa, son entrato piano, ho chiamato, pareva non ci fosse nessuno… Poi ho sentito dei rumori su in camera, son salito…E lì l’ho trovata a letto, avvinghiata… Ma mica con un uomo, eh, con una donna! E allora lei mi capisce, quando uno vede una cosa così poi ci può credere mica più all’amore, capisce!”
L’intervistatore, colpito dal tragico racconto, annuiva comprensivo, in fondo sottolineando come fosse stato però mondano ed aperto il dongiovanni riminese, ad essersi rimesso da questo trauma così grave e devastante, che solo un uomo con la sua esperienza di vita aveva potuto superare senza portarne per sempre i segni.
E io lì, che guardavo, ridevo fra me, pensando a quanto eravamo in fondo innocenti, e a quanto fossero innocenti persino i piu smagati di allora. Ché oggi, il povero dongiovanni riminese, se raccontasse questa storia al più imbranato dei ventenni cresciuto a serial di Sex and the City e Youporn, più che solidarietà per il trauma subito si sentirebbe domandare con stupore perché, scoperta l’amante a letto con un amata, non avesse semplicemente chiesto di potersi unire anche lui.

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6 pensieri su “Il dongiovanni riminese

  1. Mi sono sempre chiesto il motivo di fondo del super-attizzamento che N donne (con N>=2, non poniamo limiti alla provvidenza!) che facciano cosacce tra loro provocano su un uomo, mentre mi sembra di capire che il contrario non succeda (una donna non si ingrifa a vedere N uomini che fanno cose gaie). La trovo una curiosa asimmetria uomo/donna.

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  2. @–>Dino

    Perché l’uomo è naturalmente poligamo e il suo subconscio interpreta le effusioni tra loro di due femmine come un’espressione di irrefrenabile desiderio d’accoppiamento con il maschio (che poi dev’essere inevitabilmente lui).
    In realtà, si tratta di cose che succedono solo nel fantastico mondo del porno.
    Nella vita vera, o ti mettono su lo spettacolino perché le paghi (e pure lautamente) o, se sono autentiche, dei maschi ne hanno le scatole così piene, che se solo t’azzardi ad avvicinarti, ti cacciano a pedate.

    Il subconscio delle femminucce non lo conosco, perciò sarebbe gentile se una di loro volesse spiegarci come mai, di norma, loro non s’attizzano nel vedere due uomini che si compenetrano.

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  3. @lector e @dino… in altre parti del mondo non solo la cosa è simmetrica ma è addirittura più diffuso il contrario. Vedete “yaoi” sulla wikipedia… ma anche no, se preferite. 😉

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  4. @–>HackSaw

    Letto.
    Ma mi par di capire che si tratti di vicende in cui s’esalta l’aspetto sentimental-amoroso, non quello fisico.
    Dunque, non rappresentano affatto l’equivalente speculare per l’immaginario femminile d’un rapporto (fisico) tra donne per quello maschile.

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